Rispetto dei diritti umani

 LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)     Libertà di scegliere il proprio governo

 

L’ Algeria è governata dal presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere ininterrottamente dal 1999.  Il presidente può nominare e destituire i membri del governo, compreso il primo ministro. Malgrado la cessazione dello stato di emergenza nell’aprile 2011, il paese ha compiuto pochi progressi in termini di rispetto dei diritti umani e le autorità hanno continuato a proibire manifestazioni pubbliche e limitare  la libertà di associazione nel paese.  Le ultime elezioni tenutesi nel paese sono state le presidenziali dell’aprile 2014, che hanno sancito la riconferma di Bouteflika per il suo quarto mandato con l’81,53 percento dei voti favorevoli, ma sono state caratterizzate da una bassa partecipazione e un’alta percentuale di voti irregolari. Lo sfidante del presidente, l’ex primo ministro Alì Benfis, ha denunciato massicce frodi, accusando il consiglio costituzionale di coprirle. Il nuovo movimento dei cittadini “Barakat” (“adesso basta”) nel marzo antecedente le elezioni presidenziali ha sottoposto alla corte costituzionale una denuncia contro il quarto mandato di Bouteflika e promosso una protesta davanti alla sede della corte. Come le ultime elezioni presidenziali, anche le elezioni legislative del maggio 2012, sono state pacifiche, ma caratterizzate da un basso tasso di partecipazione e  da un’alta percentuale di voti non validi. I gruppi dell’opposizione hanno denunciato frodi generalizzate. Il governo ha dichiarato un tasso di partecipazione pari al quarantatré percento, ma il servizio di stampa algerino ha stimato il quindici percento.

 

II)     Libertà di riunione e di associazione

 

Non si registrano casi di violenza contro membri dei partiti d’opposizione. Il ministero degli interni può negare la licenza a qualsiasi associazione (sia essa ONG, associazione, gruppo religioso o partito politico) o scioglierla, qualora la consideri una minaccia all’autorità del governo o all’ordine pubblico. Il ministero degli interni ha continuato a non concedere licenze a partiti religiosi. Tutti i partiti devono avere una base nazionale e non carattere particolaristico.   Nonostante questi limiti e lo spettro di sanzioni legali, nel paese oltre cento associazioni non riconosciute di vario tipo hanno continuato a operare apertamente, in modo informale.

 

Le autorità algerine hanno continuato a restringere la libertà di riunione nel paese, bloccando l’accesso ai luoghi di riunione e arrestando gli organizzatori in anticipo.

Si sono verificati arresti nel corso di dimostrazioni pacifiche organizzate dalle organizzazioni dei disoccupati nel sud del paese. La magistratura, in seguito ha multati  molti dei manifestanti arrestati, condannandone altri a pene detentive sospese. Ad esempio, nel gennaio 2013, la polizia ha arrestato Taher Belabès, un coordinatore del Comitato Nazionale per i Diritti dei Disoccupati, nella città meridionale di Ouargla, dopo che la polizia aveva disperso dimostranti pacifici che chiedevano lavoro e il licenziamento dei funzionari locali per la loro inerzia nell’affrontare il problema della disoccupazione. Nel febbraio 2013, un tribunale ha condannato Belabès a un mese di prigione e a una multa di 50.000 dinari algerini (circa 600 dollari USA) per ostruzione del traffico e incitamento alla ribellione.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)                Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

A metà dicembre 2013, il governo ha dichiarato di avere ucciso 220 terroristi dall’inizio dell’anno, durante vari scontri e raid. A parte gli omicidi compiuti nell’ambito delle operazioni anti terrorismo, nel paese si è registrato solo un caso di uccisione illegale sospetta da parte delle forze di sicurezza, relativa a un uomo rimasto sconosciuto nella cittadina di Boucherka, nel settembre 2013. L’uomo è stato visto lasciare la stazione di polizia con gravi ferite alla testa e portato in ospedale, dove è morto alcune ore dopo.   In seguito alla sua morte, vi sono state dimostrazioni di protesta nella cittadina e nella vicina città di Jijel.

 

Le sparizioni di individui nel paese sono in genere dovute alla pratica delle forze di sicurezza di fermare persone sospette di attività terroristiche e detenerle in condizioni di isolamento con il mondo esterno, anche per molti giorni.  Le leggi del paese proibiscono la tortura e altri trattamenti degradanti ai danni di detenuti, stabilendo pene molto severe per la perpetrazione di tali atti. Tuttavia, varie organizzazioni locali denunciano l’occasionale uso di tali sistemi da parte delle forze di sicurezza allo scopo di ottenere confessioni. L’impunità per questi atti continua a costituire un problema, sebbene in alcuni casi i responsabili siano stati puniti.

 

II)                  Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

La polizia può arrestare persone colte in flagranza di reato senza mandato. Gli individui sospettati di avere compiuto un reato possono essere fermati senza accuse fino a quarantotto ore, estendibili dal magistrato fino a settantadue. I sospettati di atti di terrorismo possono essere detenuti legalmente fino a dodici giorni, senza possibilità di contatto con un avvocato, anche se talvolta la polizia li trattiene per periodi più lunghi. Le confessioni e dichiarazioni fatte durante questo periodo possono essere utilizzate durante i processi. Il detenuto accusato di terrorismo, dopo dodici giorni di detenzione, ha diritto di richiedere una visita medica, il cui referto viene inserito nel suo fascicolo. La gran parte dei detenuti ha accesso a un avvocato di propria scelta, e il governo fornisce un avvocato d’ufficio ai detenuti in stato d’indigenza.

 

Sebbene la legge proibisca gli arresti arbitrari, le autorità spesso arrestano dimostranti ad Algeri e in altre parti del paese per violazione della legge sui raduni pubblici non registrati. Tuttavia, la polizia di solito li rilascia lo stesso giorno, senza accuse.

 

Le lunghe custodie in carcere in attesa di giudizio costituiscono un grave problema ancora irrisolto, sebbene in via di miglioramento rispetto al 2011, quando sono state abrogate le leggi sullo stato di emergenza. Uno dei problemi consiste nel fatto che i giudici, quasi sempre, rifiutano l’applicazione  della possibilità per gli imputati di reati sanzionabili con pene detentive di rimanere a piede libero durante la fase processuale.

 

III)                Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le prigioni del paese non soddisfano gli standard internazionali. Nel maggio 2013, il governo ha riferito di detenere in custodia circa 65.000 prigionieri, mentre i centri di detenzione del paese hanno una capacità di 75.000 posti.   Le autorità tengono maschi e femmine, giovani e adulti separati. Nel luglio 2013, la filiale di Laghout della Lega Algerina per la Difesa dei Diritti Umani (LADDH) ha denunciato le condizioni di detenzione nel carcere della città, definendole al di sotto degli standard accettabili. Secondo l’organizzazione, in questo carcere ai detenuti viene concessa l’ora d’aria durante le ore più calde del pomeriggio, vi sono casi di malnutrizione e le condizioni igieniche sarebbero inadeguate.

 

Gli individui accusati di terrorismo sono detenuti in prigioni speciali gestite dal Département du Renseignement et de la Sécurité (DRS). Alcuni ex  detenuti di queste prigioni denunciano abusi, ma non sembrano esserci elementi che indichino che le condizioni in questi centri siano molto peggiori rispetto alle comuni prigioni.

 

Le autorità carcerarie permettono all’International Committee of the Red Cross (ICRC) e ad altre organizzazioni locali per i diritti umani di monitorare le prigioni e i centri di detenzione del paese, eccettuati quelli militari e di massima sicurezza. 

 

IV)                Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

Sebbene la legge stabilisca sanzioni fino a dieci anni di reclusione per i reati di corruzione nella pubblica amministrazione, questa ha continuato ad essere diffusa nel paese, favorita anche da un contesto di impunità. Il codice penale fornisce strumenti per investigare sui casi di abuso e  corruzione, ma il governo non ha reso note informazioni sulle azioni disciplinari o legali prese nei confronti  delle forze di polizia, militari o altre forze di sicurezza.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Sebbene la nuova costituzione del paese garantisca la libertà di parola e stampa, le autorità hanno continuato a limitare tali diritti utilizzando strumenti legali, come l’accusa di diffamazione, e pressioni informali su editori, capi redattori e giornalisti. Anche ai comuni cittadini non è stato permesso di criticare il governo in pubblico, il farlo ha continuato a esporli al rischio di essere arrestati e condannati a pene detentive. La legge che impone il silenzio sulla condotta delle forze di sicurezza durante il conflitto degli anni ‘90  rimane in vigore. Il codice penale, inoltre, stabilisce tre anni di carcere per la pubblicazione di opuscoli, bollettini, volantini che possano minacciare l’interesse nazionale,

o fino a un anno di carcere per diffamazione o insulto al presidente, al parlamento, all’esercito e alle altre istituzioni dello stato.

 

Lo stato controlla tutte le stazioni radio e televisive, nonostante la presenza di un decreto che, almeno in linea teorica, permette l’attività di operatori radiofonici e televisivi privati. Non si sono registrati casi di interferenza da parte del governo nella pubblicazione di libri nel paese. L’accesso a internet è libero, sebbene le autorità controllano  la corrispondenza via e-mail e i social media.

 

Su questioni chiave come la sicurezza nazionale e la politica estera ed economica, le stazioni radiofoniche e televisive trasmettono solo la linea ufficiale del governo, senza permettere alcun commento o informazione critica. La legge sull’informazione del gennaio 2012 ha eliminato le pene detentive ma ha aumentato le multe per i giornalisti che commettono reati di informazione, come  la diffamazione o la disapprovazione del presidente, delle istituzioni dello stato e della giustizia. La legge ha anche ampliato le limitazioni nei confronti dei giornalisti, obbligandoli a rispettare concetti vaghi come l’identità nazionale, l’ordine pubblico e gli interessi economici nazionali.

 

I magistrati inquirenti trascinano davanti ai tribunali giornalisti e editori indipendenti per presunti reati di diffamazione o insulto a pubblico ufficiale, e i tribunali di primo grado a volte li condannano a pene detentive e pesanti multe, solo per avere poi il verdetto ribaltato in appello o convertito in una sospensione della condanna.

 

Molti partiti politici, compresi quelli islamici riconosciuti dallo stato, hanno utilizzato la stampa indipendente per esprimere le loro opinioni, disseminato informazioni via internet e pubblicato comunicati. I giornalisti hanno continuato a lamentare la quasi impossibilità di ricevere informazioni dal governo, essenziali per il loro lavoro.

 

La censura come strumento di controllo dell’informazione non è molto usata dalle autorità nel paese. Tuttavia, nel gennaio 2013, durante l’attacco terroristico allo stabilimento di produzione del gas di In Amenas, le autorità hanno imposto un totale blackout delle informazioni. Nel maggio 2013, invece, il governo ha ordinato alla sua tipografia, che stampa tutti i quotidiani di Algeri, di fermare i quotidiani di Hichem Aboud  (Mon Journal e Djaridati) per evitare la pubblicazione di un articolo sullo stato di salute del  presidente Bouteflika. Lo stesso mese, la magistratura di Algeri ha denunciava lo stesso Aboud, direttore e proprietario dei quotidiani, per avere compromesso la sicurezza dello stato pubblicando informazioni sulle condizioni di salute del presidente Abdelaziz Bouteflika.