Conflitti e rischio terroristico

Nella regione dello Xinjiang, nella Cina nordoccidentale, la politica repressiva del governo cinese contro il gruppo etnico uigure e le tensioni etnico-religiose hanno alimentato una forte crescita degli attentati terroristici.  Nel paese opera il movimento islamico del Turkestan orientale, anche conosciuto come partito islamico del Turkestan orientale (o con il suo acronimo inglese IPT), un gruppo terrorista con basi in Pakistan che ha l’obiettivo di promuovere l’indipendenza della regione.

 

Tra la fine del 2013 e i primi nove mesi del 2014, numerosi sono stati gli attentati e gli atti di violenza. Nell’ottobre 2013, un SUV è andato a sbattere contro un ponte ornamentale di piazza Tienanmen, uccidendo i tre occupanti, due turisti, e ferendone altri trentotto. Si tratta del più grave attentato avvenuto a Pechino negli ultimi dieci anni. Le autorità hanno focalizzato le indagini su persone con nomi uiguri e dichiarato l’attentato come parte di un complotto perpetrato dal movimento islamico del Turkestan orientale, attuato con l’obiettivo di creare instabilità prima di un importante incontro del PCC a Pechino. Il partito islamico del Turkestan orientale avrebbe rivendicato l’attentato due settimane dopo. Le autorità cinesi continuano a considerare attentati terroristici anche diversi episodi di violenza avvenuti nella regione autonoma dello Xinjiang.

 

Nell’aprile 2013, ad esempio, quattordici persone armate di coltello hanno aggredito un gruppo di agenti di polizia e lavoratori sociali nella contea di Bachu, nella prefettura di Kashgar, nella regione autonoma dello Xinjiang, uccidendo ventuno persone. Sei aggressori sono deceduti durante lo scontro con la polizia, mentre due istigatori sono stati condannati alla pena di morte per avere organizzato e partecipato all’aggressione.

 

Nel giugno 2013,  circa ventiquattro agenti di polizia e civili sono rimasti uccisi, insieme a tredici attentatori, a seguito di un attacco a una stazione di polizia di Lukqun, nella prefettura di Turpan.  In relazione a questo episodio, dopo avere confessato di essere responsabili dei reati di organizzazione, guida e partecipazione a organizzazione terroristica, tre persone appartenenti all’etnia uigure sono state successivamente condannate alla pena di morte, mentre una è stata condannata all’ergastolo. Nel novembre 2013, la stessa stazione di polizia ha subito un ulteriore attacco, durante il quale sono stati uccisi due lavoratori e nove attentatori.

 

Nel dicembre 2013, nella contea di Shufu, almeno sedici persone sono state uccise durante uno scontro tra forze di polizia e un gruppo di uiguri. I mezzi di informazione locale riferivano che due delle persone uccise erano agenti di polizia, mentre le rimanenti quattordici uiguri. Attivisti uiguri hanno dichiarato che le forze di polizia, in realtà, hanno fatto irruzione in una casa mentre una famiglia si stava preparando per un matrimonio.

 

Nel febbraio 2014, nella contea di Wushi, almeno undici persone sono rimaste uccise durante un attacco a una pattuglia della polizia, effettuato con ordigni ricavati da bombole di gas. Otto attentatori sono stati uccisi, mentre altri tre sono morti nell’esplosione da loro stessi causata.

  

Nel marzo 2014, un numero imprecisato di aggressori armati di coltello ha aggredito i passeggeri in una stazione ferroviaria di Kunming, uccidendo almeno ventinove persone e ferendone oltre cento. La polizia, da parte sua, ha ucciso cinque aggressori, identificati come separatisti uiguri.

 

Nell’aprile 2014, tre persone sono state uccise e altre settantanove ferite a causa dell’esplosione di un ordigno e di un simultaneo attacco effettuato con coltelli in una stazione ferroviaria di Urumqi, la capitale dello  Xinjiang. Le autorità hanno addossato la responsabilità dell’attacco  a due presunti estremisti religiosi. Tuttavia, attivisti per i diritti degli uiguri contestano la versione dei fatti fornita dalle autorità.

 

Nel maggio 2014, sempre a Urumqi, alcuni uomini a bordo di due automobili irrompevano tra la folla di un mercato, investendola e lanciando esplosivi dai veicoli. Secondo i mezzi di informazione di stato cinesi, trentuno persone sono state uccise, e altre novanta ferite,.

 

Nel luglio 2014, nel più grave scoppio di violenza avvenuto nella regione autonoma uigura dello Xinjiang dal luglio 2009, quasi un centinaio di persone hanno perso la vita nella cittadina di Elixku. L’agenzia ufficiale di notizie cinese Xinhua ha riferito la morte di trentasette cinesi han e cinquantanove aggressori uiguri armati di coltello, durante un tentativo di aggredire una stazione di polizia e uffici pubblici. Tuttavia, fonti uigure hanno contestato questa versione dei fatti, asserendo che la polizia avrebbe aperto il fuoco durante una protesta.

 

Sempre nello stesso mese, a Kashgar, Jume Tahir, il capo della più grande moschea della Cina, è stato accoltellato a morte. Secondo le autorità dello Xinjiang e i mezzi di comunicazione di stato, gli assassini sarebbero stati uiguri contrari alla sua posizione critica sugli attentati avvenuti nella regione.

 

Nel settembre 2014, nella contea di Luntai, diverse esplosioni hanno ucciso due persone, ferendone diverse altre. L’attentato, rimasto di matrice sconosciuta, è stato attuato dopo che le autorità avevano deciso di punire diciassette funzionari provinciali e di polizia per le violenze che avevano causato la morte quasi cento persone nel luglio precedente.

 

La Cina ha in corso una serie di contenziosi territoriali internazionali con paesi vicini, tra i quali Vietnam, Taiwan, Giappone, Filippine, India. I contenziosi riguardano soprattutto confini marittimi e isole, ma anche i confini terrestri.

 

La Cina occupa attualmente le isole Paracel, rivendicate dal Vietnam e da Taiwan, e rivendica a sua volta la sovranità sull’arcipelago delle Spratley, la maggioranza del quale è controllata dal Vietnam. Oltre che dalla Cina, le Spratley sono rivendicate anche dalle Filippine, dalla Malesia, dal Brunei Darussalam e da Taiwan. Il Vietnam, che controlla ventinove delle cinquantatré isole dell’arcipelago - contro otto della Cina, otto delle Filippine, cinque della Malesia, due del Brunei e una di Taiwan - continua a presidiarlo militarmente e a promuovere la costruzione di strutture e installazioni.

 

Tali dispute territoriali sono fonte di periodiche tensioni tra i paesi della regione, abbastanza gravi da poter potenzialmente evolvere in veri e propri conflitti armati. Nel giugno 2014, ad esempio, le tensioni tra Cina e Vietnam sono andate aumentando a causa di una piattaforma petrolifera che i cinesi avevano posto all’interno  di un’area contesa dai due paesi, nelle acque antistanti Paracel. La crisi si è risolta solo a metà luglio, quando la Cina ha annunciato un momentaneo ritiro della piattaforma, giustificandolo ufficialmente con la necessità di evitare l’esposizione della stessa ai monsoni, molto frequenti durante la stagione estiva. La disputa tra i due paesi è però rimasta aperta.

 

Le relazioni tra la Cina e Taiwan, invece, sono fonte di costanti tensioni, sia perché i due paesi continuano a non riconoscersi reciprocamente, sia per alcuni contenziosi territoriali riguardanti le isole Quemoy e Matsu, un complesso di isole situate a brevissima distanza dalle coste continentali cinesi, che la Cina rivendica come parte integrante del proprio territorio nazionale, ma amministrate da Taiwan.

 

La Cina ha inoltre dispute di confine con la Corea del Nord su alcuni tratti del fiume Yalu.

 

Un’altra disputa territoriale è in corso con l’India per la sovranità sull’Aksai Chin, una regione del Tibet occupata dalla Cina durante la guerra sino-indiana del 1962.

L’Aksai Chin è un territorio ampio oltre 37.000 kmq, praticamente disabitato e improduttivo, ma con una certa importanza strategica, in quanto permette la connessione del Tibet con la regione dello Xinjiang. Le autorità cinesi, per contro, rivendicano la maggior parte del territorio indiano dell’Arunachal Pradesh come parte del Tibet. Il confine attuale tra  Arunachal Pradesh e Tibet riflette la linea McMahon, adottata a seguito di un controverso trattato del 1914, tra il Regno Unito e il governo del Tibet. Tale trattato, però, non è stato mai accettato dal governo cinese e non è stato pienamente applicato dal governo indiano fino al 1950.

 

Sia la Cina che Taiwan rivendicano la loro sovranità sulle isole Senkakau (Diaoyutai), attualmente sotto controllo giapponese. Tale disputa è stata recentemente anche oggetto di gravi tensioni tra la Cina e il Giappone, che hanno coinvolto anche unità dell’aviazione e della marina militare di entrambi i paesi. Le crescenti tensioni navali tra Cina e Giappone fanno temere il rischio di una corsa agli armamenti nella regione e aumentano il rischio di un confronto militare tra i due paesi.

 

La questione delle dispute territoriali rappresenta un problema per la Cina. Tradizionalmente priva di alleati naturali o amici, la Cina continua a fare affidamento sulla sua crescente potenza militare per risolvere i contenziosi con i paesi terzi, continuando a stanziare enormi risorse per potenziare le proprie forze armate.  Questo crea, però, una situazione di accerchiamento da parte degli stati limitrofi, contrari a cedere allo strapotere cinese; spingendoli ad armarsi e a rafforzare legami con altre potenze. Ad esempio, non è apparsa casuale la richiesta fatta nel 2013 dalle Filippine agli Stati Uniti e al Giappone di ristabilire basi militari nel paese.