Rischio espropri e protezione degli investimenti

Nel triennio 2011-13, la Cina ha attratto 345 miliardi di dollari USA di investimenti diretti esteri (IDE) , divenendo la seconda economia mondiale per volumi di IDE in entrata, dietro soltanto agli Stati Uniti. Questo successo è dovuto principalmente alla forte attrazione esercitata sugli investitori esteri, agli elevati tassi di crescita economica del paese e all’espansione del mercato interno.

 

Tuttavia, nel paese non mancano ostacoli e rischi agli investimenti. In Cina sono, infatti, presenti politiche industriali fortemente protettive delle imprese pubbliche e altre aziende locali, limiti al possesso di quote azionarie e altre limitazioni sulla proprietà per gli investitori  stranieri in molti settori industriali, deboli protezioni alla proprietà intellettuale, mancanza di trasparenza, corruzione e un sistema legale inaffidabile.

 

La Cina cerca di attrarre investimenti esteri soprattutto in settori ad alto valore aggiunto, compresi quello della ricerca e sviluppo di alta tecnologia, del manifatturiero avanzato, delle tecnologie pulite e dei servizi moderni, come, ad esempio, i servizi finanziari e la logistica. Inoltre, il governo spesso sostiene gli investimenti orientati alle esportazioni.

 

Tutte le proposte di investimento in Cina sono valutate caso per caso dalle autorità,  le quali hanno anche un ampio potere discrezionale per imporre restrizioni e tenere in considerazione gli interessi delle imprese nazionali concorrenti.

 

Le leggi cinesi proibiscono la nazionalizzazione di imprese con partecipazioni straniere, salvo in “circostanze speciali”. Sebbene la legge non fornisca alcuna definizione del concetto di “circostanza speciale”, i funzionari cinesi includono tra queste la sicurezza nazionale e gli ostacoli a grandi opere di ingegneria.

 

Le leggi cinesi stabiliscono indennizzi per l’esproprio degli investimenti esteri, tuttavia non definiscono alcun metodo per il loro calcolo. Dal 1979, non risulta che il paese abbia effettuato espropriazioni di patrimoni produttivi o attuato misure equivalenti ai danni di proprietà di cittadini stranieri o multinazionali estere, né che vi siano programmi attualmente in atto da parte del governo che prevedano l'esproprio di patrimoni produttivi stranieri. Ciò nonostante vi sarebbero attualmente numerosi casi che desterebbero preoccupazione.

 

Le autorità cinesi di solito chiedono alle imprese di risolvere i contenziosi legali tramite un processo di conciliazione informale. Se è necessaria una mediazione formale, le parti cinesi e le autorità promuovono normalmente l’arbitrato anziché la causa legale. Molti contratti indicano, come strumento di soluzione di eventuali controversie, l’arbitrato della China International Economic and Trade Arbitration Commission (CIETAC). Alcuni investitori stranieri hanno ottenuto giudizi favorevoli dalla CIETAC, mentre altri hanno avanzato critiche sulle procedure e l’efficacia di questo ente.

 

Nel paese operano anche altre commissioni di arbitrato, in genere affiliate alle autorità provinciali o municipali.  Nei contratti che coinvolgono almeno una parte straniera, le imprese possono anche optare per meccanismi di arbitrato internazionale. Tuttavia, anche se la Cina è membro dell’International Center for the Settlement of Investment Disputes (ICSID) e ha ratificato la Convention on the Recognition and Enforcement of Foreign Arbitral Awards (CREFAA), il sistema giudiziario cinese, raramente applica sentenze estere. Occorre tenere, infatti, conto che nella pratica il sistema giudiziario cinese non opera in maniera indipendente e il governo spesso interviene nei contenziosi. Le sentenze dei tribunali possono anche non essere rispettate dai funzionari pubblici locali ed essere influenzate da atti di corruzione. 

 

Un discorso a parte va fatto sulla terra, che in Cina è di proprietà dello stato. Gli investitori stranieri possono possedere e trasferire contratti di affitto di lungo periodo su terre, edifici e proprietà personali, ma con molte restrizioni. Diversi investitori esteri hanno subito dalle autorità revoche dei loro diritti d’uso su terreni, in aree requisite per promuovere progetti di costruzione. Gli indennizzi, in questo caso, sono stati simbolici.  I tribunali risultano  imprevedibili nel proteggere i diritti degli stranieri.

 

La Cina continua a mantenere un controllo sugli scambi con l’estero. Le immissioni di capitale, le transazioni con l’estero relative al commercio di beni e servizi, i finanziamenti provenienti dall’estero e il rimpatrio di profitti e altri pagamenti relativi agli investimenti di imprese straniere sono sottopostie alle regole sul controllo dei cambi e i trasferimenti di valuta. Tutte le imprese straniere che investono in Cina, dopo avere ottenuto la licenza per investire, per poter effettuare operazioni finanziarie con l’estero, devono registrarsi con l’amministrazione di stato dei scambi con l’estero (SAFE) e le sue filiali locali. Le transazioni di valuta estera classificate come “operazioni di conto corrente” (come, ad esempio, il trasferimento di utili, i pagamenti per l’acquisto di beni o servizi, i pagamenti della quota interessi di prestiti contratti all’estero) sono permesse, ma devono essere supportate da valida documentazione e sottoposte alle regole e alle procedure stabilite dallo stato cinese. Queste non necessitano più dell’approvazione dell’amministrazione di stato dei cambi di valuta estera, ma apposite banche autorizzate da questa valutano ed eseguono le operazioni direttamente. Le transazioni classificate come “operazioni di conto capitale”, ossia operazioni il cui proposito è quello di creare capitale, sono invece sottoposte a un più stretto controllo sui movimenti. Il governo cinese, in particolare, monitorizza e registra tutto il debito commerciale, limitando la possibilità delle imprese estere di accumulare debiti di medio e lungo periodo con l’estero e, a tale proposito, fa obbligo a queste di fornire un apposito bilancio annuale sui trasferimenti effettuati all’estero.