Rispetto dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)     Libertà di scegliere il proprio governo


Nel periodo precedente alla sua rimozione, il governo del presidente Mohamed Morsi, dominato dai Fratelli Mussulmani, aveva mostrato scarso rispetto per le libertà fondamentali, aumentando la persecuzione di giornalisti, la repressione del dissenso politico e alimentando i conflitti religiosi. Nel dicembre 2012, in un referendum cui ha partecipato solo il trentatré percento degli aventi diritto al voto (il livello più basso di partecipazione elettorale dalle rivolte del 2011), è stata approvata, con il sessantaquattro percento dei voti, la nuova costituzione proposta dal governo Morsi. La costituzione, insieme alla dichiarazione costituzionale emanata dallo stesso presidente nel novembre 2012 - che garantiva allo stesso poteri illimitati, bypassando i vincoli costituzionali e la corte costituzionale - minava ulteriormente i diritti fondamentali nel paese.


Dopo le proteste di massa del 30 giugno 2013 contro i Fratelli Mussulmani, il 3 luglio il generale Abdel Fattah al-Sissi ha deposto il presidente Mohamed Morsi, assurto al potere l'anno prima tramite elezioni democratiche, e nominato Adly Mansour, un giudice della corte costituzionale, quale nuovo presidente ad interim. Mansourha pubblicato , a sua volta, una dichiarazione costituzionale, stabilendo un percorso verso l'adozione di una nuova costituzione e nuove elezioni. Il 6 dicembre 2013, un'assemblea costituente, completava una bozza di costituzione.


Nelle settimane successive alla rimozione del presidente Morsi, la polizia ha represso il dissenso di piazza, utilizzando metodi violenti, uccidendo 1.300 dimostranti e arrestando oltre 3.500 sostenitori dei Fratelli Mussulmani. Alcuni gruppi armati hanno risposto incrementando gli attacchi armati nel paese, uccidendo agenti di polizia e soldati, e colpendo, occasionalmente, anche a più alto livello.


A seguito della deposizione di Morsi, coerentemente al percorso stabilito dal governo ad interim, il 14-15 gennaio 2014, la nuova costituzione è stata approvata con il favore di oltre il novantotto percento dei votanti in un referendum popolare, che ha visto la partecipazione del 39% degli aventi diritto al voto. I Fratelli Mussulmani, dichiarati dal governo un'organizzazione terroristica, e l'Alleanza per il Sostegno della Legittimità hanno fatto una campagna per il boicottaggio, mentre il partito dell'Egitto Forte ha fatto campagna per il “no”.


La regolarità del referendum è stata contestata dai membri dell'opposizione e dalle organizzazioni per la difesa dei diritti, come ad esempio il Movimento Sei Aprile. Le critiche si sono focalizzate prevalentemente sul fatto che il referendum si sia tenuto in un contesto di paura, violenza e intimidazione ai danni di oppositori della costituzione o del referendum da parte delle forze di sicurezza, e su quello che i mezzi di comunicazione del paese avevano promosso una campagna per il sì, non lasciando spazio al dissenso. Decine di sostenitori del fronte del no sono stati arrestati, mentre undici persone sono state uccise durante gli scontri del 14 gennaio 2014. L'organizzazione Transparency International, che aveva inviato una delegazione per osservare il processo, ha dichiarato: "Le autorità hanno apertamente sostenuto un voto favorevole alla nuova costituzione; i mezzi di comunicazione pubblici e privati hanno fornito una copertura mediatica totalmente in favore della nuova costituzione; le autorità hanno continuato a vessare, arrestare e perseguire il dissenso pacifico, chiudendo lo spazio democratico per promuovere punti di vista e dibattito prima del referendum."


Le elezioni presidenziali, tenutesi il 26-28 maggio 2014 e boicottate dai principali partiti dell'opposizione, hanno visto la netta vittoria dell'ex ministro della difesa e maresciallo di campo Abdel fattah el-Sisi, sostenuto dalle Forze Rivoluzionarie (una coalizione di partiti e movimenti anti Morsi, tra i quali il Tamarod,  il Partito Democratico Nasserista Arabo, il Fronte Misr Balady e altri), con il novantatré percento dei voti. Hamdeen Sabbahi, leader della Corrente Popolare Egiziana, è stato l'unico concorrente in lizza per la posizione, oltre a el-Sisi. Il tasso ufficiale di partecipazione al voto è stato pari al quarantaquattro percento. Questa percentuale è stata contestata da alcuni partiti dell'opposizione. Ad esempio, l'Alleanza Nazionale a Sostegno della Legittimità ha sostenuto che l’affluenza alle urne sarebbe stata di circa il dieci percento.


La campagna elettorale è stata costellata da omicidi. Lo stesso Hamdeen Sabbahi, dopo la scoperta di due complotti per assassinarlo, ha deciso di limitare la sua campagna elettorale al solo rilascio di interviste televisive. Rivolte violente, attentati terroristici e repressioni da parte del governo sono continuate in tutto il paese, mentre il governo non ha mostrato alcuna volontà di riconciliarsi con le forze pro-Morsi.

 

II)     Libertà di riunione e di associazione


Durante il governo Morsi, nel giugno 2013, una corte penale del Cairo, basandosi su leggi repressive che regolano le attività delle associazioni, ha condannato quarantatré persone, per appartenenza ad associazioni non registrate e ricevimento di finanziamenti dall'estero senza il permesso dello stato. La corte ha condannato ventisette di questi, principalmente stranieri, a cinque anni di prigione, in contumacia; condannato due egiziani e tre stranieri a due anni di detenzione e altri undici, principalmente egiziani, a un anno di prigione con sospensione della pena. La corte, inoltre, ha ordinato la chiusura e la confisca delle proprietà delle seguenti organizzazioni: Freedom House, International Center for Journalists, International Republican Institute, National Democratic Institute, e Konrad Adenauer Foundation. Gli avvocati delle organizzazioni hanno fatto ricorso in appello.

Nel settembre 2013, in seguito alla deposizione di Morsi, un tribunale ha decretato la messa al bando delle attività dell'organizzazione dei Fratelli Mussulmani e delle associazioni ad essa legate, di tutte le attività in cui essa partecipi e delle organizzazioni da essa derivate. Sempre lo stesso tribunale decretava il sequestro dei fondi dell'organizzazione e l'amministrazione dei suoi patrimoni congelati. Nell'ottobre 2013, il ministero degli affari assicurativi e sociali ha ordinato quindi lo scioglimento delle associazioni dei Fratelli Mussulmani e il sequestro dei loro patrimoni da parte dello stato. I legali dei Fratelli Mussulmani hanno fatto appello alla decisione del ministero, ma questo fu respinto nel novembre successivo. Il 25 dicembre 2013, il governo ad interim ha dichiarato i Fratelli Mussulmani  organizzazione terroristica, conferendo alla magistratura il potere di applicare le disposizioni del codice penale relative ai reati di terrorismo.


Dal gennaio 2013 all'aprile 2014, sia durante il governo Morsi che durante quello ad interim si sono registrate migliaia di proteste in tutto il paese, senza interferenza da parte delle autorità. Tuttavia, ci sono stati numerosi casi in cui individui rimasti non identificati hanno aggredito e provocato dimostranti pacifici, o gruppi rivali di dimostranti si sono affrontati in modo violento. A volte la polizia ha mancato di proteggere i dimostranti dalle aggressioni.

Episodi estremamente cruenti di repressione di rivolte di piazza si sono registrati durante tutto il 2013 e il primo quadrimestre del 2014. Nel gennaio 2013, durante il governo Morsi, le forze di sicurezza hanno ucciso quarantasei persone in tre giorni a Porto Said, dopo che uomini armati avevano ucciso due agenti di polizia durante una dimostrazione fuori da un istituto penitenziario. In risposta, Morsi ha lodato l'operato della polizia, dichiarando un mese di stato di emergenza nelle città di Porto Said, Suez e Ismailia. Nel gennaio e febbraio 2013 la polizia ha ucciso almeno ventidue altri dimostranti anti Morsi al Cairo, Mansoura e Mahalla.


Scontri tra dimostranti contrari e a favore dei fratelli Mussulmani durante la settimana del rovesciamento del governo Morsi, tra il 30 giugno e il 5 luglio 2013, hanno causato l'uccisione di cinquantaquattro persone in tutto il paese. Le forze di polizia non hanno mancato di utilizzare l'uso di forza estrema contro le violente proteste in favore dei Fratelli Mussulmani. La mattina dell'8 luglio, le forze di sicurezza egiziane hanno interrotto un sit-in dei Fratelli Mussulmani fuori dalla sede centrale della guardia repubblicana. Questi hanno risposto con sassaiole e alcuni colpi di arma da fuoco. Durante lo scontro sono rimasti uccisi due agenti di polizia e sessantuno dimostranti.


Il 27 luglio 2013, durante una marcia, la polizia si è  scontrata con sostenitori dei Fratelli Mussulmani, uccidendo novantacinque dimostranti, molti dei quali colpiti da singoli proiettili alla testa e al torace. Il 14 agosto la polizia ha interrotto due sit-in dei Fratelli Mussulmani a Rab’a al-Adawiya e al-Nahda, al Cairo, uccidendo circa un migliaio di persone, mentre un piccolo gruppo di dimostranti presenti al sit-in di Rab rispondeva al fuoco della polizia, uccidendo 7 agenti di polizia. Dopo i massacri, i responsabili delle forze di sicurezza hanno mancato di garantire l’incolumità delle ambulanze e del personale sanitario, intervenuto per trasportare le persone gravemente ferite agli ospedali, uccidendo persino uno dei membri degli equipaggi sanitari.

Nel corso del 2013 e nel primo quadrimestre del 2014, le autorità del paese non hanno compiuto alcuno sforzo per rendere conto dei crimini commessi durante il regime di Mubarak o le uccisioni perpetrate dalle forze di polizia o militari durante le rivolte del 2011. Nel gennaio 2013, Morsi ha ricevuto un rapporto da parte di un comitato d'inchiesta sugli abusi compiuti dalla polizia e dai militari sui dimostranti, ma si è rifiutato di rendere pubblici i risultati e le raccomandazioni in esso contenuti. Nel luglio 2013, il governo ad interim ha costituito un ministero transitorio per la giustizia, ma questo non ha intrapreso alcun passo verso una maggiore trasparenza e responsabilità. Nel marzo 2013, durante il governo Morsi, un tribunale ha condannato a tre anni di prigione un funzionario di polizia per avere sparato contro i dimostranti nella strada Mohamed Mahmoud al Cairo nel novembre 2011, uno dei rari casi in cui un membro delle forze di polizia abbia dovuto rendere conto del suo operato. Tuttavia, le autorità non hanno fatto luce sui massacri di dimostranti avvenuti nel luglio-agosto 2013.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza 


La magistratura ha mancato sottoporre ad inchiesta le forze di sicurezza per l'uccisione di circa 1.300 dimostranti tra il luglio e l'agosto 2013, mentre è stata rapida e solerte nel processare i manifestanti per reati di violenza. Ad esempio, nel novembre 2013, una corte con giurisdizione su reati minori ha condannato dodici studenti a diciassette anni di prigione per una dimostrazione avvenuta il 30 ottobre precedente.


Durante il governo Morsi, tra il gennaio e il febbraio 2013, la polizia ha arrestato 800 dimostranti davanti al palazzo presidenziale e in altri luoghi e ha detenuto illegalmente 264 minorenni, in basi delle forze di sicurezza, sottoponendo decine di loro a torture e abusi sessuali. Tra gennaio e giugno 2013, almeno otto persone sono morte in custodia a causa delle torture subite da parte delle forze di polizia, mentre nel marzo 2013, Morsi ne lodava l'operato, definendole il “cuore della rivoluzione”.


In seguito alla sua deposizione, Morsi è stato detenuto in un luogo segreto in isolamento, insieme a altri dieci suoi collaboratori. Nel novembre 2013, l'ex presidente è riapparso in un tribunale per l'inizio del processo a suo carico. Solo da quel momento un giudice ne ha ordinato la detenzione in una struttura ufficiale.


Nelle settimane successive ai sit-in dell'agosto 2013, le forze di polizia hanno arrestato la maggioranza dei quadri di alto livello e molte figure di livello intermedio dei Fratelli Mussulmani, nonché migliaia di dimostranti, tra i quali molti minorenni, con l'accusa di avere partecipato a manifestazioni violente. I magistrati ne hanno ordinato la  custodia cautelare in attesa di giudizio, salvo indicazione contraria risultante dall'interrogatorio con le forze di sicurezza, continuando da quel momento a rinnovare l’autorizzazione alla loro detenzione su richiesta delle forze di sicurezza, ma con poche prove a loro carico.

A partire dal gennaio 2014, si è assistito ad una drastica impennata delle condanne alla pena capitale in casi riguardanti omicidi nel contesto di rivolte e dimostrazioni di massa. Al giugno 2014, il potere giudiziario egiziano aveva raccomandato 1.247 condanne alla pena capitale, in attesa di un’opinione religiosa del Gran Mufti e ne aveva comminato 247, tutte nei confronti sostenitori di Morsi. Al contrario, nessun rappresentante delle forze di sicurezza è stato condannato per i massacri avvenuti durante i disordini del luglio-agosto 2013, che hanno causato la morte di 1.300 persone.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario


La costituzione del 2012 e la dichiarazione costituzionale del luglio 2012 proibiscono gli arresti arbitrari, tuttavia queste pratiche sono aumentate considerevolmente in seguito alla rimozione del presidente Morsi, durante la repressione attuata dal governo ad interim. In questo periodo, le autorità hanno arrestato almeno 3.000 persone solo basandosi sulla loro affiliazione ai Fratelli Mussulmani o altri gruppi islamici, trattenendole solo sulla base di sospetti di coinvolgimento in reati definiti in modo vago come ad esempio: “violenza e “incitamento alla violenza”.  

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria


Nei centri di detenzione del paese le condizioni di vita dei detenuti hanno continuato a rimanere dure, a causa del sovraffollamento, della mancanza di acqua potabile, dei servizi medici inadeguati,  e dei servizi igienici e aerazione insufficienti. La tubercolosi all'interno delle strutture ha continuato a rimanere diffusa, particolarmente tra la popolazione dei detenuti più giovani, sistemati all'interno delle strutture per adulti. Le guardie carcerarie hanno continuato a commettere violenze contro i detenuti. Le autorità carcerarie non sempre separano I detenuti adulti da quelli giovani e quelli in attesa di giudizio da quelli già condannati. Le condizioni delle donne sono mediamente migliori di quelle degli uomini, sebbene vi siano state denunce di abusi sessuali ai loro danni all'interno delle strutture.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico


La legge stabilisce sanzioni penali per gli atti di corruzione nella pubblica amministrazione. Tuttavia, come già durante il regime di Mubarak, anche i funzionari dele amministrazionei Morsi e Mansour hanno continuato a perpetrare atti di corruzione in un contesto di impunità. L'agenzia centrale per la contabilità e la revisione dei conti pubblici è l'organo di contrasto alla corruzione del governo. L'organo sottopone all'assemblea del popolo un rapporto biennale, che però non viene reso pubblico. L’agenzia non è considerata dagli osservatori efficace, indipendente o adeguatamente finanziata e collaborativa verso la società civile.


LIBERTA’ DI ESPRESSIONE


Dal gennaio 2013, durante il governo Morsi, si è registrato un drastico aumento dei casi di persecuzioni da parte dell'autorità giudiziaria di giornalisti e attivisti politici, accusati di oltraggio a pubblico ufficiale o alle istituzioni e diffusione di informazioni false. Queste attività persecutorie sono state promosse utilizzando le disposizioni del codice penale dell'era di Mubarak. La magistratura, su incarico del ministro della giustizia, ha sottoposto a interrogatorio oltre quindici giornalisti e politici per accuse riguardanti il reato di “oltraggio al potere giudiziario”, dopo che questi ne avevano pubblicamente criticato la mancanza di indipendenza. I processi istruiti a loro carico hanno portato a condanne e pene detentive, sospese in almeno cinque diversi casi di diffamazione. Nell'aprile 2013, in seguito a contestazioni pubbliche nei suoi confronti, l'ufficio di Morsi ha ritirato nove denunce penali sporte contro giornalisti per presunti reati di “oltraggio al presidente”.


Il 3 luglio 2013, con un colpo di mano, l'esercito ha chiuso la televisione controllata dai Fratelli Mussulmani, insieme ad altre due stazioni televisive islamiche. Nei due mesi successivi al colpo di stato, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione negli uffici di Al Jazeera e della televisione turca TRT, arrestando arbitrariamente almeno quarantagiornalisti.


Il 26 giugno 2014, Peter Greste e Mohamed Fahmy, due dei giornalisti di Al-Jazeera in precedenza arrestati, sono stati condannati dalla magistratura egiziana a sette anni di carcere, e un terzo, Baher Mohamed, a dieci anni.  Altri tre giornalisti stranieri, Sue Turton, Dominic Kane e Rena Netjes sono stati condannati in contumacia a dieci anni di reclusione.


Nel settembre 2013, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione e messo i sigilli nei locali di “Libertà e Giustizia”, il quotidiano dei Fratelli Mussulmani. Nella prima parte del 2014, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti segnalava la presenza di quindi giornalisti detenuti nelle prigioni del paese.

Sia sotto il governo di Morsi che sotto quello Mansour, i mezzi di comunicazione pubblici hanno continuato a rispondere alle direttive politiche del governo. Sia I mezzi di comunicazione pubblici che privati, dopo il colpo di stato militare del 3 luglio 2013 hanno iniziato a sostenere apertamente il governo Mansour nel dipingere il paese come impegnato nella guerra contro il terrorismo e i gruppi islamici, in particolare i Fratelli Mussulmani.


Oltre alle denunce e agli arresti, sia durante il governo Morsi sia durante quello ad interim, si sono verificati anche omicidi e violenze fisiche ai danni dei giornalisti. Dal gennaio 2013 all'aprile 2014, otto giornalisti sono stati uccisi, dodici sono rimasti feriti e una ha subito violenza sessuale, durante lo svolgimento di proteste di strada.