Conflitti e rischio terroristico

In Etiopia sono presenti numerosi gruppi armati separatisti attivi. Nell’Ogaden opera l’Ogaden National Liberation Front (ONLF), insieme al suo braccio armato, l’Ogaden National Liberation Army (ONLA), una formazione  politica armata indipendentista che attualmente sta portando avanti un difficile negoziato con il governo. Nell’Oromo agisce l’Oromo Liberation Front (OLF) e nella regione di Gambella (Sudan sud-occidentale) il Gambella Nilotes United Movement/Army (GNUM/A).

 

All’interno del paese operano anche cellule terroristiche di matrice islamica ritenute affiliate all’organizzazione somala Al-Shabaab. Ad esempio, il 13 ottobre 2013, è esplosa una bomba in un quartiere residenziale di Addis Abeba. Sembra che la bomba sia detonata prematuramente uccidendo accidentalmente solo i due presunti attentatori, probabilmente membri di un’organizzazione affiliata a Al-Shabaab. All’inizio del novembre 2013 il governo etiope ha dichiarato di avere prove del fatto che il gruppo terroristico Al-Shabaab stesse preparando un attacco terroristico ad Addis Abeba e altre parti del paese, presumibilmente con l’appoggio del governo eritreo. Il governo etiope ha provveduto all’arresto di alcuni presunti militanti del gruppo terroristico.

 

L’Etiopia è coinvolta militarmente nel conflitto somalo, con un ruolo di primo piano. A partire dal 2006 è intervenuta a più riprese per sostenere il governo somalo di transizione, evoluto, a partire dal 20 agosto 2012, nel governo federale della Somalia. Nel novembre 2013 il governo etiope ha dichiarato che avrebbe proceduto ad integrare le proprie truppe presenti in Somalia a quelle dell’AMISOM, la Missione dell’Unione Africana in Somalia. Al settembre 2014, le truppe dell’AMISOM e dell’esercito somalo hanno liberato sei località considerate strategiche: le città di Hudur, Rabdhure, Ted, Weel dheyn e Burdhubow nelle regioni di Bakool e Gedo e Buulo Burde nella regione di Hiraan. Si stima che al gennaio 2014 le truppe etiopi operanti in Somalia nell’ambito di questa missione ammontassero ad oltre 4.300 uomini, su un totale di oltre 22.000.

 

Tra le questioni aperte che causano tensioni a livello internazionale vi è quella della Grande Diga della Rinascita, una gigantesca opera idraulica sul fiume Nilo, promossa dal governo etiope e costruita dall’impresa italiana Salini, la cui costruzione è considerata dal governo etiope di importanza vitale per lo sviluppo economico del paese, poiché sarà in grado di produrre 6.000 megawatt di elettricità all’anno. Iniziata nel 2012, la Grande Diga del Rinascita  è il più grande progetto idroelettrico nel continente africano e dovrebbe essere ultimata nel 2018.  

 

La costruzione della diga ha aumentato il rischio di deterioramento delle relazioni con l’Egitto. Secondo gli egiziani, una volta terminata,  la diga rischierà di drenare le preziose risorse idriche dal Nilo, vitali per l’Egitto, che ne dipende totalmente per i propri consumi idrici. L’85% delle acque del Nilo sono generate, infatti, negli altopiani etiopici. Nel corso del 2013 e 2014 sono falliti quattro giri di negoziati, tra Egitto, Sudan e Etiopia. Sebbene i paesi coinvolti nella disputa abbiano fino ad ora mostrato una certa prudenza diplomatica, le future conseguenze economiche e politiche dell’impatto della diga etiopica sui paesi a valle rimangono difficili da prevedere.

 

Continua a permanere anche una situazione di rischio elevato di conflitto armato con la vicina Eritrea.  I due paesi hanno siglato un trattato di pace ad Algeri nel 2000, tuttavia alcune importanti questioni territoriali sono rimaste irrisolte, come ad esempio il permanere dell’occupazione etiope di Badammè, cittadina che una commissione internazionale di arbitrato ha assegnato all’Eritrea sin dal 2002, ma di cui l’Etiopia si ostina a non volere cedere la sovranità. Inoltre, l’Etiopia continua a effettuare periodici attacchi contro basi di gruppi ribelli all’interno del territorio eritreo e a sostenere i gruppi di opposizione armata al regime eritreo basati in Etiopia.