Rispetto dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il governo del paese è controllato dall’Etiopian Peoples’ Revolutionary Democratic Front (EPRDF), una coalizione di quattro partiti costituiti sulla  base dell’appartenenza etnica, al potere da oltre vent’anni, e che attualmente detiene il controllo di 499 dei 547 seggi del parlamento (altri 35 sono detenuti da partiti affiliati, e solo due dall’opposizione). Dopo la morte del precedente primo ministro Meles Zenawi, avvenuta nell’agosto 2012, il parlamento ha eletto Hailemariam Desalegn, come suo successore.Le restrizioni poste dal governo hanno limitato gravemente l’ osservazione indipendente delle procedure di voto. Durante la campagna elettorale, le autorità si sono rese responsabili di intimidazioni ai danni dei candidati dell'opposizione, hanno limitato la libertà dei mezzi di informazione indipendenti e arrestato i membri dei partiti dell'opposizione. Inoltre, l'EPRDF ha potuto sfruttare la propria posizione dominante nell'apparato dello stato e nell'economia del paese per influenzare l'elettorato. L’EPRDF ha continuato anche a godere del monopolio del servizio televisivo nazionale, tramite il controllo della sola stazione televisiva del paese, che, insieme alla radio pubblica, è la principale fonte di informazioni di gran parte della popolazione.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Come nella vicina Eritrea, la situazione dei diritti umani in Etiopia è drammatica. Le speranze in un positivo cambiamento di leadership, dopo la morte del primo ministro Zenawi, sono svanite nel corso del 2013 e nella prima parte del 2014. Il governo etiope ha continuato a restringere notevolmente  il diritto di associazione e di riunione, utilizzando leggi repressive per limitare il ruolo della società civile e dei partiti politici non allineati con il governo.

 

Continuano ad avere luogo detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e, in alcuni casi, anche torture, soprattutto  ai danni di studenti, membri dei gruppi di opposizione, giornalisti e pacifici partecipanti a proteste di piazza. Secondo Human Rights Watch, i casi di maltrattamento e tortura di detenuti politici avverrebbero, in particolare, nel Centro di Investigazione sui Reati della Polizia Federale di Addis Abeba, conosciuto come Maekelawi. La tortura è utilizzata in Etiopia soprattutto per estorcere informazioni, dichiarazioni e confessioni ai detenuti, che hanno poche o nulle possibilità di denuncia degli abusi ricevuti.

 

Sin dal 2012, membri delle comunità mussulmane dell’Etiopia, che rappresentano il trenta percento della popolazione, organizzano regolarmente manifestazioni di protesta pubbliche, innescate dalla percezione di interferenza del governo nei loro affari religiosi; e in particolare nelle attività del consiglio supremo per gli affari islamici e della moschea di Awalia ad Addis Abeba. Il governo reagisce con violenza, arrestando arbitrariamente i contestatori, compresi decine di attivisti e rappresentanti di alto profilo, accusandoli di terrorismo. Nel gennaio 2013, la corte suprema dell’Etiopia ne ha processati ventinove a porte chiuse. Alcune di queste persone, durante la detenzione, hanno subito maltrattamenti, non hanno avuto accesso all’assistenza legale per lunghi periodi e sono stati privati della possibilità di ricevere visite dei propri parenti regolarmente. Il governo ha inoltre minato la loro presunzione d’innocenza mandando in onda sulla televisione di stato programmi che mettevano sullo stesso piano i movimenti islamici di protesta e i gruppi estremisti.

 

Nonostante gli arresti, le proteste sono però continuate. All’inizio di agosto del 2013, in occasione di  una protesta organizzata ad Addis Abeba per commemorare la fine del Ramadan, la polizia ha dispeso i manifestanti facendo un uso eccessivo della forza e arrestando, almeno temporaneamente, centinaia di persone.

 

Per quanto riguarda l’opposizione politica, il nuovo partito d’opposizione Semayawi (“Blu”), nel giugno 2013 ha tenuto la sua prima manifestazione pacifica di protesta, la prima su grande scala organizzata nel paese negli ultimi otto anni. Tuttavia, una seconda manifestazione, programmata dallo stesso partito in agosto, è stata cancellata per mancata concessione del permesso da parte delle autorità governative. Il partito ha subito un assalto ai propri uffici, la confisca delle attrezzature e l’arresto di decine di attivisti. Nel marzo 2014 Human Rights Watch ha denunciato l’uso di tecnologia fornita dall’estero per spiare le attività dei dissidenti.

 

GIUSTIZIA E OPERATO APPARATI DI SICUREZZA

 

I)             Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Gli ambiziosi programmi di sviluppo portati avanti dal governo a volte comportano spostamento di intere comunità senza che queste vengano adeguatamente consultate  o indennizzate. Per obbligare le comunità a spostarsi, le forze di sicurezza etiopi usano la violenza, la minaccia e l’intimidazione. Questo, ad esempio, è quello che è accaduto e continua ad accadere nella valle del fiume Omo, dove le tribù Omo (circa 200.000 individui), che vivono nelle loro terre ancestrali, continuano ad essere espulse per fare spazio alle piantagioni di zucchero statali.

 

Le forze di sicurezza continuano a commettere uccisioni illegali. Inoltre si registrano sparizioni di civili in occasione di scontri tra forze ribelli e governative. Sebbene la costituzione del paese lo vieti, si registrano diversi casi di tortura e abusi ai danni di detenuti comuni e dissidenti politici. Ad esempio, le torture sono spesso utilizzate dalla polizia per estorcere a persone sospettate di reato informazioni e confessioni. In un rapporto dell'ottobre 2013, Human Rights Watch ha denunciato torture e altre violenze contro i detenuti, che hanno subito percosse, sono stati obbligati a rimanere in posizioni scomode per periodi prolungati, sono stati colpiti da getti d'acqua, hanno ricevuto minacce verbali, sono stati appesi al soffitto per i polsi, e mantenuti in isolamento. Le autorità etiopi continuano a limitare l'accesso al carcere di Maekelawi a diplomatici stranieri e associazioni umanitarie e di difesa dei diritti umani.

 

Nell'agosto 2013, inoltre, le forze di sicurezza etiopi hanno arrestato oltre mille dimostranti di religione mussulmana, per avere partecipato alle celebrazioni di Eid al-Fitr. Le autorità ne hanno rilasciato la maggioranza poco dopo, ma si sarebbero registrati alcuni decessi durante la detenzione.


II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

Sebbene la costituzione e le altre leggi del paese stabiliscano che gli individui sospettati di avere compiuto reati debbono essere portati davanti a un giudice e incriminati entro quarantotto ore dal loro arresto, le autorità non sempre rispettano tale regola. Con il consenso del tribunale, gli individui sospettati di avere compiuto gravi reati possono rimanere in custodia per un periodo massimo di quattordici giorni, senza accuse, estendibili per altri quattordici giorni.

Secondo la legge anti terrorismo, la polizia può detenere individui sospetti, senza accuse, fino a un massimo di quattro mesi, durante la fase inquisitoria. Sebbene la legge proibisca le detenzioni al di fuori degli istituti penitenziari ufficiali, le milizie locali e le forze di sicurezza formali  utilizzano decine di centri informali.

 

Un sistema di libertà provvisoria è presente nel paese, ma non è applicato agli individui accusati di omicidio, tradimento e corruzione. Nella maggioranza dei casi, le autorità stabiliscono una cauzione di circa 530 birr (26 dollari USA), una somma troppo elevata per la maggior parte della popolazione. Il governo fornisce assistenza legale agli indigenti, ma solo quando i casi raggiungono i tribunali. Ai detenuti in attesa di giudizio, le autorità, a volte, permettono pochi o nessun contatto con gli avvocati o le famiglie.

 

Ai detenuti è spesso negato l’accesso all’assistenza legale. Alcuni detenuti sono tenuti in prigione per parecchi anni senza accuse né processo. Non esistono statistiche sul numero di detenuti in attesa di giudizio nelle prigioni del paese. Tra le ragioni principali dell’elevato numero di detenuti in attesa di giudizio, vi sono i ritardi nello svolgimento dei processi, l'elevato numero di casi da gestire, l'inefficienza e la mancanza di organico del sistema giudiziario.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

Le condizioni di vita dei detenuti nelle prigioni e i centri di detenzione dell’Etiopia continuano a rimanere estremamente dure e, in alcuni casi, tali da mettere a rischio la stessa vita dei detenuti. Cifre non aggiornate stimano la popolazione carceraria totale in 70-80.000 persone, 2.500 delle quali donne, e circa 600 bambini, tenuti all'interno delle strutture al seguito delle madri. Le autorità, a volte, tengono detenuti minorenni insieme agli adulti, mentre uomini e donne vengono tenuti separati.

 

Le prigioni sono gravemente sovraffollate, il cibo è inadeguato e molti detenuti integrano la razione giornaliera con alimenti potati dalle famiglie o acquistati da venditori ambulanti all'interno del carcere. L’assistenza medica risulta inadeguata nelle strutture federali e inesistente nelle altre prigioni. 

Le autorità permettono normalmente ai detenuti di ricevere visite da parte dei famigliari, sebbene alcune stazioni di polizia non permettono ai fermati, in attesa di giudizio preliminare, di vedere le loro famiglie o gli avvocati. Le autorità negano ai detenuti accusati di attività terroristica di ricevere visite dai loro avvocati o dai rappresentanti dei partiti politici di appartenenza.  Al Comitato internazionale della croce rossa è stato permesso di visitare le prigioni del paese e alle associazioni di incontrare i prigionieri, anche in privato. Nel luglio 2013, è stato invece negato a una delegazione del parlamento europeo l’accesso a una prigione di Addis Abeba (Kaliti), precedentemente concesso.

 

IV)                Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La legge stabilisce sanzioni penali per gli atti di corruzione di pubblici funzionari. Nonostante l’impegno del governo nell’investigare e perseguire i numerosi casi di corruzione nella pubblica amministrazione, i reati di corruzione, e in particolare quello di concussione, sono un problema diffuso all’interno della burocrazia statale sia ai livelli più bassi che a quelli più elevati, dove alcuni funzionari di governo sembrano manipolare il processo di privatizzazione. Inoltre, le attività economiche statali e dei partiti di governo risultano ricevere un trattamento preferenziale negli schemi di leasing e credito agricolo.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Il governo etiope continua a essere il solo a possedere pubblicazioni quotidiane ne paese e le pubblicazioni indipendenti critiche verso il governo sono a rischio di chiusura, come è successo alle riviste Addis Times e Li-Elina, chiuse rispettivamente nel febbraio e nel marzo 2013  dopo essere state acquisite da Temesgen Dessalegn, un imprenditore e direttore di testate giornalistiche indipendenti contro il quale è in corso un processo per  incitamento alla violenza, diffamazione del governo e destabilizzazione dell'ordine pubblico, tramite la diffusione di false informazioni.

 

Il governo continua a godere anche del monopolio del servizio televisivo nazionale, tramite il controllo dell’unica stazione televisiva del paese, che, insieme alla radio pubblica, è la principale fonte di informazioni di gran parte della popolazione. Nel paese, esistono anche quattro stazioni radiofoniche che trasmettono dalla capitale, una radio privata che trasmette dalla parte settentrionale della regione del Tigré e almeno sedici radio comunitarie ubicate in diverse regioni. La radio pubblica ha la maggiore copertura del territorio nazionale, seguita da Fana, una stazione radio affiliata alla coalizione di governo.

 

I mezzi d’informazione legati al governo continuato a sostenere i punti di vista dell'EPRDF. Il governo proibisce a organizzazioni politiche, religiose o cittadini stranieri di possedere stazioni radiofoniche e televisive i giornalisti critici verso il governo sono oggetto di arresti, vessazioni e intimidazioni.

 

Le autorità utilizzano anche le leggi anti terrorismo per sopprimere la critica e spingere i giornalisti a praticare l’autocensura. Ad esempio, per paura di ritorsioni da pare delle autorità, i giornalisti evitano di coprire notizie relative a cinque organizzazioni indicate come organizzazioni terroristiche dal parlamento nel 2011 (Ginbot 7,  ONLF, OLF, al-Qaida e al-Shabaab).

 

Anche le leggi sulla diffamazione sono usate per per soffocare il dissenso. Ad esempio, nel maggio 2013, la polizia ad Addis Abeba ha interrogato Ferew Abebe, direttore della rivista Sendek, per un articolo scritto nel 2012, che accusava la vedova dell' ex primo ministro Meles Zenawi di essersi rifiutata di lasciare la residenza ufficiale del primo ministro dopo la morte del marito. Durante l’interrogatorio, la polizia ha chiesto a Ferew di rivelare le sue fonti. Ferew ha alla fine ottenuto la libertà temporanea su cauzione e non sembra che le autorità abbiano proceduto a portare avanti un procedimento giudiziario nei suoi confronti.