Rischio espropri e protezione degli investimenti

Sulla carta, il codice sugli investimenti del 1987, rivisto nel 1992, garantisce il diritto di tutti gli individui (cittadini guineani e stranieri) di intraprendere attività economiche secondo le leggi e i regolamenti del paese. Agli stranieri è riconosciuto il diritto di possedere una quota pari al 100 percento dell’investimento nei settori commerciale, industriale, minerario, agricolo e nei servizi. Tuttavia, ai cittadini o imprese straniere è vietato avere maggioranze societarie nel settore dell’informazione di massa. Il codice riconosce agli stranieri il diritto di effettuare investimenti di ogni tipo. Lo stato, attraverso il codice, si impegna a non effettuare espropri di patrimoni (locali o stranieri) se non per ragioni di pubblica utilità.

 

Nonostante queste assicurazioni, nel 2009 e nel 2010, sia il CNDD sia il governo di transizione hanno messo in atto (o minacciato) espropri, giustificandoli con ragioni di pubblica utilità.  Nel 2011, il governo ha rivendicato la proprietà di numerosi impianti industriali in cui in precedenza aveva avuto quote di minoranza, tramite joint venture, senza riconoscere alcun indennizzo al partner. Tra gli impianti espropriati vi sono stati una fabbrica d’inscatolamento di prodotti alimentari e impianti per la lavorazione di noccioline, thè, manghi e tabacco. Queste attività erano stata in precedenza create come imprese statali e in seguito alla privatizzazione, avvenuta in un contesto di corruzione tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, avevano continuato a languire. L’obiettivo del governo sarebbe quello rimettere le aziende sul mercato, conservando una quota azionaria intorno al 20-30% in ciascuna attività. Il partner privato in almeno una di queste joint venture ha contestato l’esproprio adendo le vie legali. Il caso rimane irrisolto. Il governo ha assicurato che gli espropri sono stati attuati solo su imprese possedute dallo stato, mentre le imprese completamente private e altre joint venture non sarebbero colpite dai provvedimenti.

 

Sempre nel 2011 il consiglio transizionale nazionale ha approvato un nuovo codice minerario che stabilisce il quadro giuridico per i progetti minerari attuali e futuri. Tale codice aumenta la quota di proprietà statale nel settore dell’industria mineraria al quindici percento per i progetti futuri, senza compensazioni finanziarie. In base al codice, il governo avrà anche l’opzione di acquisire un 20% addizionale in ciascun progetto.

 

Il governo è inoltre stato recentemente coinvolto in un controverso caso di revoca di una licenza per lo sfruttamento minerario del giacimento di metalli preziosi di Simandou nei confronti della multinazionale britannica BSGR, accusata dalla multinazionale Rio Tinto di aver ottenuto i diritti di sfruttamento pagando 200 milioni di dollari in tangenti al ministro per le miniere Mahmoud Thiam. BSGR ha reagito all’esproprio facendo appello al tribunale arbitrale internazionale dell’ICSID e il contenzioso risulterebbe attualmente in corso.

 

La Guinea è, infatti, membro dell’International Center for the Settlement of Investment Disputes (ICSID). Inoltre, il paese ha ratificato anche la Convention on the Recognition and Enforcement of Foreign Arbitral Awards (CREFAA) ed è membro della Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA) e dell’Organisation pour l'Harmonisation en Afrique du Droit des Affaires (OHADA). Nel 1999 il paese ha creato anche un tribunale arbitrale, indipendente dal ministero della giustizia, sotto la supervisione della camera di commercio.

 

Il codice sugli investimenti stabilisce che le autorità giudiziarie del paese devono dirimere i contenziosi commerciali.  In pratica, però, un’equa sentenza può essere difficile da ottenere, per via della scarsa professionalità e della corruzione presente nel sistema giudiziario. 

 

Per quanto riguarda i trasferimenti di denaro all’estero, sulla carta, agli individui e alle imprese che investono in Guinea è garantito il diritto di trasferire all’estero utili, guadagni di capitale, capitali derivanti dalla liquidazione degli investimenti e compensazioni pagate in caso di nazionalizzazioni e espropriazioni degli investimenti. Tuttavia, a causa della difficile situazione economica in cui versa il paese, continua a essere complicato ottenere valuta estera.