Rischio espropri e protezione degli investimenti

Sebbene non ai livelli della Cina, l’India esercita una certa attrazione per gli investitori stranieri, alimentata dalla forte crescita economica, le notevoli dimensioni del mercato interno, la presenza di un governo stabile e democratico e dalla consistente percentuale della popolazione in grado di comprendere e parlare la lingua inglese.  Tuttavia, il paese non riesce a sfruttare pienamente il suo vasto potenziale, anche a causa di una diffusa corruzione,  dei processi di approvazione per l’effettuazione di investimenti lunghi e complessi,  della presenza di vecchie leggi sull’acquisizione della terra,  di datate normative sul lavoro e della scarsa possibilità degli investitori di far valere i contratti.    

 

Storicamente, le politiche industriali e commerciali dei governi indiani hanno sempre posto limitazioni agli investimenti esteri, con lo scopo di proteggere le imprese manifatturiere nazionali, l’agricoltura e altri settori dalla concorrenza estera, e promuovere l’autosufficienza interna.

 

Il recente rallentamento della crescita del PIL, i cui tassi di crescita medi annui sono scesi da oltre l’8,5 percento del periodo 2005-10 a poco più del 5,3 percento nel periodo 2011-13, i grossi deficit delle partite correnti e una inflazione persistente accrescono i timori per il quadro economico complessivo.

 

Il governo indiano ha intrapreso alcuni passi per allentare alcune restrizioni agli investimenti diretti esteri  in certi settori, e migliorare alcune leggi.  Tuttavia, il paese continua a non promuovere ulteriori riforme per migliorare il contesto degli investimenti.  Il potere e i processi decisionali in India continuano a rimanere decentralizzati e il contesto fiscale, amministrativo e normativo  varia da stato a stato. 

 

Non risulta che il governo indiano negli ultimi dieci anni abbia effettuato espropriazioni di patrimoni produttivi  o atti equivalenti ai danni di proprietà di cittadini stranieri o multinazionali estere, né sembra avere attualmente in atto programmi che prevedano l'esproprio totale o parziale di patrimoni produttivi stranieri. A seguito di alcuni scandali di corruzione nei settori delle costruzioni e delle telecomunicazioni del 2010-11, la corte suprema indiana, nell’ottobre 2012, ha cancellato 122 licenze  di operatori del settore delle telecomunicazioni  e le autorizzazioni possedute da otto operatori di telefonia mobile. Per quanto la revoca delle licenze irregolari possa essere letta come un atto dovuto da parte del potere giudiziario indiano, tale azione ha sollevato dubbi sui rischi di operare in un mercato come quello indiano, caratterizzato dalla presenza di una diffusa corruzione nel settore pubblico. Alcuni operatori colpiti dalle decisioni di cancellare le licenze hanno dichiarato di considerare l’uscita dal mercato indiano piuttosto che attendere l’approvazione di nuove regole.

 

I tribunali indiani hanno anni di arretrati nei processi. Si stima che nel paese vi siano complessivamente oltre trenta milioni di processi in corso, compresi quelli presso la corte suprema.  Secondo la banca mondiale, l’India risulta al 186° posto su 189  per numero di giorni necessari per risolvere un contenzioso commerciale tramite il sistema giudiziario locale. I tribunali indiani operano sotto organico e sono carenti della tecnologia necessaria per gestire l’attuale arretrato di processi.  In questo quadro, gli investitori esteri spesso si lamentano per la difficoltà a far rispettare i contratti.

 

Nel tentativo di snellire le procedure per la soluzione delle controversie commerciali, nel 1996, l’India ha emanato l’Arbitration and Conciliation Act, basato sul modello UNCITRAL (United Nations Commission on International Trade Law). Le sentenze emanate all’estero sono applicabili in India tramite la convenzione di Ginevra. Il governo indiano ha anche creato un International Center for Alternative Dispute Resolution (ICADR), un ente autonomo in seno al ministro della giustizia, per promuovere la risoluzione di contenziosi sia nazionali che internazionali, attraverso un sistema alternativo a quello giudiziario.

 

L’India non è ancora membro dell’International Center for the Settlement of Investment Disputes (ICSID), ma ha ratificato la Convention on the Recognition and Enforcement of Foreign Arbitral Awards (CREFAA). Tuttavia, in molti casi, è consuetudine delle imprese indiane promuovere cause fittizie presso i tribunali indiani per ritardare l’applicazione delle sentenze arbitrali internazionali.

 

La rupia indiana è pienamente convertibile e agli investitori internazionali sono permesse le transazioni di conto corrente con l’estero, in conformità con le norme sulla gestione dei trasferimenti di valuta con l’estero del 2000. Le transazioni in conto capitale sono aperte agli investitori esteri, ma sottoposte a varie approvazioni.

 

I trasferimenti all’estero di utili e dividendi, così come altre transazioni di conto corrente, sono permesse senza approvazione da parte della Reserve Bank of India (RBI).  Per effettuare tali operazioni è richiesto alle imprese il previo pagamento delle tasse dovute; e solitamente non ci sono ritardi nei trasferimenti oltre i trenta giorni. La rimessa di capitali derivanti dalla liquidazione di patrimoni, operazione in conto capitale, è invece permessa solo previa approvazione della RBI.

 

L’RBI autorizza, inoltre, un’approvazione automatica alle industrie indiane per i pagamenti relativi ad accordi di collaborazione con l’estero, royalty, e quelli una tantum per il trasferimento di tecnologia e per l’uso di marchi e loghi senza limitazioni. Tuttavia, le royalty e le somme una tantum pagate per il trasferimento di tecnologia sono soggette a una tassa del dieci percento.