Rispetto dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Nell’aprile - maggio  2014 si sono tenute le ultime elezioni politiche generali per l’elezione del parlamento indiano, che hanno coinvolto 814 milioni di aventi diritto al voto. Le forze di sicurezza nazionali e locali hanno dato il loro supporto per il tranquillo svolgimento delle consultazioni, sebbene quarantatré persone sono rimaste uccise in episodi di violenza elettorale, in tutto il paese. La United Progressive Alliance (UPA), la coalizione di centro sinistra guidata dall’Indian National Congress (INC) , presieduta da Sonia Gandhi, è uscita duramente sconfitta, conquistando solo il ventuno percento dei voti. La vittoria è stata riportata dalla National Democratic Alliance (NDA), la coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (BJP), che ha ottenuto il trentanove percento dei voti, conquistando così una solida maggioranza in parlamento. A seguito della vittoria elettorale dell’NDA, Narendra Modi, leader del BJP, è divenuto primo ministro. Le elezioni del 2014 sono state considerate libere e corrette, malgrado atti di violenza contro minoranze religiose. Nello stato di Jammu e del Kashmir, le forze di sicurezza si sono rese responsabili di aggressioni, anche gravi, ai danni di giornalisti locali. Durante la campagna elettorale, alcuni mezzi di comunicazione sono stati criticati per i loro legami con i partiti politici, il che ha alimentato casi di autocensura.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

La legge stabilisce la libertà di riunione e in generale le autorità permettono l’esercizio di tale diritto, tranne che nello stato di Jammu e del Kashmir. In questo stato, le autorità, a volte, negano ai partiti separatisti il permesso di organizzare raduni e le forze di sicurezza, occasionalmente, arrestano e aggrediscono gli attivisti separatisti durante proteste pacifiche. Nei periodi di tensione, le autorità utilizzano disposizioni del codice di procedura penale per bandire riunioni pubbliche o imporre il coprifuoco.

 

In tutto il paese si registrano limitazioni all’organizzazione di conferenze internazionali da parte di associazioni della società civile, che devono ottenere una previa approvazione  del ministero degli interni e sono soggette ad autorizzazione anche del ministero competente per argomento. E’ vietato  organizzare conferenze finanziate con fondi esteri.  Le autorità, di solito, concedono i permessi, anche se il processo risulta spesso lungo. Alcune organizzazioni per i diritti umani contestano, questa pratica in quanto rappresenterebbe una forma di controllo sul lavoro delle associazioni della società civile e una limitazione del loro diritto di riunione e associazione.

 

La legge garantisce il diritto di associazione e, in generale,  le autorità rispettano questo diritto. Tuttavia, le associazioni della società civile contestano le limitazioni esistenti nel Foreign Contributions Regulation Act (FCRA), che proibisce a quelle che ricevono finanziamenti esteri di svolgere attività politica o di natura politica. La stessa legge vieta alle organizzazioni politiche o associazioni impegnate nella produzione e la trasmissione di notizie audio o audiovisive o programmi di attualità di accettare contributi esteri.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Nel paese risultano detenuti prigionieri politici. Nello stato di Jammu e del Kashmir e nel Bengala occidentale le autorità continuano a detenere centinaia di prigionieri politici, in base alla legge per la sicurezza pubblica.

 

Le forze di sicurezza indiane continuano ad essere responsabili di un elevato numero omicidi illegali, sia di sospetti criminali sia di insurrezionalisti, specialmente negli stati nei quali sono in corso conflitti armati, quali ad esempio, Jammu e Kashmir, quelli del nord est e quelli della cosiddetta “cintura” maoista. Dal gennaio 2013 al settembre 2014, il South Asian Terrorism Portal (SATP), riportava 974 morti a causa delle attività di terroristiche e insurrezionali, tra i quali 297 civili, 269 membri delle forze di sicurezza, e 408 terroristi. Queste cifre, sebbene rilevanti, rappresenterebbero un quadro complessivo in miglioramento rispetto agli anni precedenti.

 

La National Human Rights Commission (NHRC), un ente creato dal governo per monitorare e promuovere il rispetto dei diritti umani, ha raccomandato che le inchieste sui presunti omicidi da parte delle forze di polizia durante le fasi di inseguimento, arresto o i tentativi di fuga siano sottoposti al  Criminal Investigations Department. Tuttavia, molti stati non seguono questa indicazione, che non è vincolante, e continuano a svolgere solo valutazioni interne dei casi, a discrezione dei funzionari di grado più elevato.

 

Sebbene le line guida della NHRC chiedano agli stati di comunicare tutti i casi di omicidio commessi da agenti di polizia, entro quarantotto ore dal loro accadimento, i governi degli stati non sempre lo fanno in modo sistematico. L’NHRC richiede anche ai governo degli stati di stanziare indennizzi alle famiglie delle vittime, ma anche queste indicazioni non sono sempre rispettate.

 

Nel paese si continuano a registrare numerosi casi di morte di persone detenute presso le stazioni di polizia, e la mancanza da parte delle autorità nel perseguire i responsabili continua a rimanere un problema irrisolto.

 

Tra i casi recenti più noti vi sarebbe, ad esempio, quello di Sudipta Gupta, un leader della Students’ Federation of India (SFI), morto mentre veniva tradotto con un autobus nella Prigione della Presidenza dopo essere stato arrestato durante uno scontro con la polizia di Calcutta, nell’aprile 2013. L’SFI e altri attivisti hanno accusato la polizia di aver sottoposto Gupta a percosse mentre si trovava sull’autobus. La polizia ha, però, respinto le accuse sostenendo che la morte era stata causata da un incidente, durante il quale Gupta sarebbe stato sbalzato fuori dall’autobus colpendo con la testa un lampione. L’incidente ha innescato proteste di massa. La West Bengal Human Rights Commission ha ordinato un’inchiesta sulla morte.

 

La maggior parte dei casi in cui le forze di sicurezza uccidono criminali o insorti, avvengono nelle aree di conflitto. Tuttavia, questi episodi accadono anche in altre parti del paese.

 

Secondo statistiche ufficiali, nelle regioni in conflitto, ogni anno, si registrano centinaia di casi di falsi combattimenti, dei quali solo un quarto vengono riconosciuti come tali. Ad esempio, nel gennaio 2013, durante un’operazione contro insurrezionale nelle foreste dell’Assam, alcuni soldati indiani hanno ucciso un uomo che, secondo la famiglia, si trovava nella foresta solo per raccogliere legna. La famiglia ha smentito le accuse dell’esercito che indicavano la vittima come un appartenente al United Liberation Front of Assam, e la loro versione è stata poi confermata dalla polizia locale. Il caso ha fatto scoppiare proteste e blocchi stradali nell’area. Le autorità locali  hanno provveduto a fornire alla famiglia un indennizzo monetario, ma non hanno aperto alcuna inchiesta sul caso.

 

In un altro caso, nel maggio 2013, il COBRA, un’unità speciale della Central Reserve Police Force creata per combattere l’insurrezione maoista, ha aperto il fuoco contro un assembramento nel villaggio tribale di  Edasmeta, nel distretto di Bijapur, nel Chhattisgarh meridionale, uccidendo otto persone, tra i quali tre ragazzi e un agente di polizia.  La polizia si è difesa dichiarando che i maoisti avevano utilizzato gli abitanti del villaggio come scudi umani. Tuttavia, dopo diffuse proteste, il governo di Chhattisgarh ha annunciato il pagamento di un indennizzo di 800.000 rupie (circa 13.000 dollari USA) alla famiglia di ciascuna delle vittime e ha aperto un’inchiesta giudiziaria sul caso.

 

Anche nelle aree di confine con il Bangladesh si continuano a registrare decine di uccisioni e ferimenti da parte delle forze di sicurezza indiane. Queste, in genere, giustificano tali azioni asserendo di avere ucciso durante l’inseguimento di fuggitivi o per autodifesa. 

 

Nell’aprile 2013, il relatore speciale delle nazioni unite, Christof Heyns, ha pubblicato un rapporto in cui ha denunciato la presenza nello stato di Jammu e del Kashmir di luoghi di sepoltura contenenti oltre 2.943 cadaveri, appartenenti a vittime di esecuzioni extragiudiziali avvenute tra il 1990 e il 2009. Per quanto il governo indiano abbia espresso l’intenzione di aprire un’inchiesta sul caso, non risulta che questa sia stata ancora aperta.

 

Negli stati del Nagaland, Manipur, Assam e parti di Tripura ha continuato a rimanere in vigore l’ Armed Forces Special Powers Act (AFSPA), mentre una versione modificata dello stesso è rimasta in vigore anche nello stato di Jammu e del Kashmir. In base all’AFSPA, le autorità indiane possono dichiarare qualsiasi stato o territorio dell’unione “area in stato di turbamento”, il che da diritto alle forze di sicurezza di arrestare qualsiasi persona (su cui le stesse abbiano ragionevoli sospetti) senza fornirle alcuna spiegazione, o di sparare contro chiunque per il “mantenimento della legge e l’ordine”. Unità delle forze armate operanti sotto la protezione dell’ AFSPA continuano a commettere gravi abusi, in un contesto di immunità dalla giustizia civile.

 

Anche i gruppi armati antigovernativi hanno continuato a commettere numerosi omicidi illegali, soprattutto nelle aree di confitto, come ad esempio nello stato di Jammu e del Kashmir, negli stati nordorientali e nella “cintura maoista”.  

 

La polizia continua a non registrare gli arresti delle persone detenute, causando centinaia di sparizioni che rimangono irrisolte. La polizia e il governo, normalmente, negano l’esistenza di questi casi. Il governo centrale sostiene che le autorità che giudicano la correttezza degli arresti informano le famiglie sullo stato di detenzione dei loro parenti. Tuttavia, in molti casi, le famiglie sono obbligate a pagare tangenti alle guardie carcerarie per avere conferma dello stato di detenzione dei loro congiunti. Nelle aree di conflitto, la responsabilità per i casi di sparizione di persone è attribuibile non solo alle forze di sicurezza governative, ma anche alle forze paramilitari e ai gruppi armati eversivi.

 

La tortura, sebbene proibita dalla legge, rimane molto diffusa nel paese, specialmente nelle aree di conflitto. Nelle stazioni di polizia, il pestaggio di detenuti comuni continua a rimanere un problema diffuso e a causare morti. L’organizzazione per la promozione dei diritti umani Freedom House ha notato che nel corso del 2014 sono continuati gli abusi contro i detenuti, in particolare appartenenti a minoranze etnico-religiose e alle classi basse, e che l’incapacità delle autorità di punire i responsabili crea un clima di impunità che ne favorisce il radicamento.  

 

La legge Indiana non permette alle autorità giudiziarie di accettare come prove le confessioni estorte con la forza, ma le associazioni per i diritti umani continuano a denunciarne l’utilizzo. In alcuni casi, questo tipo di confessioni sono presentate a supporto di prove in casi che prevedono la pena capitale.

 

Le autorità continuano a processare persone arrestate in base al Prevention of Terrorism Act e al Terrorist and Disruptive Activities Act, sebbene queste leggi siano state abrogate. In base a queste leggi, le dichiarazioni rilasciate da funzionari di polizia venivano considerate come prove nei processi.

 

Nel paese si registrano continui resoconti di stupri da parte di agenti di polizia ai danni di donne in custodia. Le vittime hanno spesso timore di denunciare i casi a causa dello stigma sociale, del contesto di impunità in cui vengono perpetrati tali reati e delle possibili ritorsioni contro di loro.  L’NHRC ha mandato per promuovere inchieste sui casi riguardanti le forze di polizia, ma non per quelli riguardanti le forze armate e i paramilitari.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Sebbene proibiti dalla legge, gli arresti e le detenzioni arbitrarie continuano ad avere luogo nel paese. Per legge la polizia può detenere senza accuse persone sospettate di avere compiuto reati per un periodo massimo di trenta giorni. In base alla legge, inoltre, i detenuti possono essere tenuti in custodia giudiziaria senza accuse per un periodo massimo di 180 giorni. Anche le detenzioni in attesa di giudizio hanno continuato a essere arbitrarie, lunghe, e a volte eccedenti la durata della condanna. L’Unlawful Activities Prevention Act (UAPA) proibisce il rilascio temporaneo su cauzione dei cittadini stranieri e rende più facile ai tribunali negare il rilascio temporaneo su cauzione ai detenuti.  Questa legge stabilisce anche la presunzione di colpevolezza, qualora il magistrato inquirente sia in grado di produrre prove che indichino il possesso di armi o esplosivo e il rilevamento di impronte digitali, a prescindere dalla dimostrazione dell’intento di commettere il reato. La polizia utilizza anche leggi speciali per ritardare la valutazione giudiziale degli arresti.

 

In base alla legge, i detenuti accusati di reato devono essere rapidamente informati delle accuse contro di loro e del loro diritto ad essere assistiti da un legale.  Secondo il codice penale, un magistrato può autorizzare la detenzione di una persona accusata di reato per non oltre novanta giorni, prima di formalizzare le accuse. Dopo novanta giorni, la persona può ottenere il rilascio temporaneo su cauzione. La legge permette alla polizia di convocare persone allo scopo di interrogarle, ma non di arrestarle per questo scopo. Tuttavia, queste disposizioni non sono sempre osservate.

 

La costituzione stabilisce che lo stato si faccia carico dell’assistenza legale delle persone indigenti, ma i loro bisogni non sono sempre valutati, così come il diritto dei detenuti a ricevere visite esterne non è sempre osservato.

 

Nell’aprile e maggio 2013, la polizia del Maharashtra ha arrestato quattro membri della Kabir Kala Manch, una troupe di attivisti teatrali di Pune, che fa campagna in difesa dei diritti delle comunità tribali e dei dalit. L’arresto è stato effettuato in conformità con l’Unlawful Activities Prevention Act (UAPA), che conferisce  alle autorità il potere di arrestare e detenere senza accuse persone sospettate  di terrorismo o insurrezione. In questo caso gli arresti sono stati basati solo sul fatto che l’organizzazione fosse percepita dalle autorità come uno strumento di promozione di ideologie maoiste.

 

Il National Security Act (NSA) permette alla polizia di detenere persone considerate un rischio per la sicurezza senza accuse e né processo, fino a un anno, in qualsiasi parte del paese, ad eccezione dello stato di Jammu e del Kashmir. La legge permette a questo tipo di detenuti di ricevere visite dei parenti e degli avvocati e richiede alle autorità di informare i detenuti dei motivi della detenzione entro cinque giorni, estendibili a dieci o quindici, in circostanze eccezionali.

Il Public Safety Act, applicato solo nello stato di Jammu e del Kashmir, permette alle autorità statali di detenere persone senza accuse o valutazione giudiziaria per un periodo di due anni. Ai detenuti non è permesso vedere i propri famigliari, ma possono essere assistiti da un avvocato durante gli interrogatori. Tuttavia, la polizia priva regolarmente questo tipo di detenuti anche dei contatti con i loro avvocati e delle cure mediche.

Lo stato di Chhattisgarh continua, invece, ad applicare lo Special Public Security Act, in vigore dal 2005, che permette detenzioni fino a tre anni per il non meglio definito reato di “attività illegale”. Associazioni per i diritti umani hanno contestato tale legge perché criminalizzerebbe qualsiasi supporto ai maoisti, anche se fornito contro la propria volontà.

In India, le persone con problemi mentali sono considerate non giudicabili e quindi vengono tenute in prigione ad oltranza. Lo Human Rights Law Network (HRLN) a Kochi ha anche notato che nella prigione centrale del Kerala alcuni detenuti con problemi mentali sono tenuti in stato di detenzione in attesa di un processo da periodi che superano di gran lunga quello delle potenziali condanne per i reati commessi. Nel giugno 2013, l’HRLN ha richiesto alla corte suprema del Kerala il rilascio di questi detenuti. La corte suprema ha risposto soltanto ordinando al governo dello stato del Kerala di fornire adeguata assistenza medica in modo da mettere i detenuti in grado di sostenere un processo.

In generale, le detenzioni lunghe e arbitrarie rappresentano un grave problema nel sistema giudiziario indiano, causate dal sovraccarico dei tribunali, dalla scarsità di risorse per sveltire i casi e dalla mancanza di norme che salvaguardino i diritti dei detenuti. Il governo continua a cercare di ridurre il sovraccarico, utilizzando “tribunali a percorso veloce” e incoraggiandoli a concedere rilasci su cauzione. Tuttavia, la correttezza da un punto di vista processuale di questi tribunali non è esente da critiche. Inoltre, spesso, i detenuti poveri non riescono comunque a permettersi il rilascio su cauzione, anche quando questo viene offerto.

Sebbene l’indipendenza del potere giudiziario sia sancita dalla legge e il governo la rispetti, la corruzione all’interno del potere giudiziario è molto diffusa, minandone l’integrità e l’imparzialità. Il sistema giudiziario continua a rimanere sovraccarico e privo di un sistema gestionale  moderno, una situazione che rallenta il corso della giustizia o finisce addirittura per negarla.  


III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di vita nelle prigioni indiane continuano a essere estremamente dure e tali da mettere spesso a rischio la vita dei detenuti. Le prigioni sono gravemente sovraffollate, carenti di infrastrutture e inadeguate per quanto riguarda i servizi medici, igienici e il vitto fornito ai detenuti. Al loro interno, inoltre, spesso manca l’acqua potabile e i detenuti sono fatti oggetto di maltrattamenti.

 

Secondo le statistiche ufficiali, pubblicate nel rapporto 2013 sulle prigioni dell’India del National Crime Records Bureau, NCRB, nel paese esistono 1.391 centri di detenzione con una capacità complessiva pari a 347.849 posti. La popolazione carceraria al 31 dicembre 2013 ammontava a 411.492 detenuti, il 4,4 percento dei quali donne. Sempre alla fine del 2013, si registrava la presenza di 342 detenute già condannate con 407 bambini al seguito, e 1252 detenute in attesa di giudizio con 1518 bambini al seguito.

I detenuti minorenni rappresentano meno dell’uno percento dei detenuti totali. Le autorità tengono uomini e donne separati. La legge prescrive che anche i detenuti minorenni vengano tenuti in strutture separate, sebbene a volte questo non accade, soprattutto nelle aree rurali. Le autorità carcerarie tengono i detenuti in attesa di giudizio, che rappresentano il 67,6 percento della popolazione carceraria totale, insieme a quelli già condannati.

 

Nel corso del 2013, le autorità hanno registrato 1.597 decessi in carcere, dei quali 1.492 per cause naturali e 115 per cause diverse.

 

In generale ai detenuti è permesso qualche contatto con i propri famigliari, sebbene alcune famiglie lamentino impedimenti da parte delle autorità, specialmente nelle aree in cui sono presenti conflitti, come ad esempio lo stato di Jammu e del Kashmir.  

 

All’interno delle strutture penitenziarie non esiste alcun difensore civico, ma ai detenuti è permesso sottoporre denunce all’autorità giudiziaria. Spesso, però, le denunce non vengono sporte per timore di ritorsioni da parte delle autorità carcerarie.  Alle organizzazioni umanitarie è, tuttavia, permesso operare all’interno delle prigioni, seguendo specifiche regole.

 

I detenuti possono anche presentare lamentele alle commissioni dello stato per i diritti umani, ma queste commissioni possono solo emanare raccomandazioni. Inoltre, le autorità locali e nazionali spesso mancano di adempiere all’ordine della corte suprema di condurre controlli periodici sulle stazioni di polizia, per monitorare la violenza sui detenuti in custodia. 

 

In molti stati, la NHRC compie visite a sorpresa all’interno delle prigioni, escluse quelle militari, ma pubblica solo rapporti a uso interno e non accessibili al pubblico o alla stampa, per mancanza di risorse.

 

Nel corso del 2013, per la prima volta, il ministero degli interni ha permesso la vista di esperti stranieri in una struttura penitenziaria indiana per il caso dell’estradizione di Mohammed “Tiger” Hanif Umerji Patel, detenuto in una prigione del Gujarat per il suo presunto ruolo nell’attentato di Surat del 1993.

 

L’International Committee of the Red Cross (ICRC) compie, invece, visite ai detenuti in custodia giudiziaria esclusivamente nelle prigioni dello stato di Jammu e del Kashmir.

 

La National Commission of Women continua a valutare le condizioni di vita delle donne detenute, mentre Sanlaap, una associazione che lavora per facilitare il rimpatrio di vittime della tratta di persone nel Bengala occidentale,  gode di un facile accesso ai migranti illegali detenuti in base al Foreigners’ Act.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

Sebbene la corruzione sia punita penalmente, questa continua ad essere molto frequente e presente a tutti i livelli dell’apparato statale, favorita da un contesto di sostanziale impunità. Durante il 2013, il Central Bureau of Investigation (CBI), uno dei principali strumenti governativi di contrasto alla corruzione, ha ricevuto 1.131 segnalazioni di atti di corruzione. Alla fine del 2013, risultavano aperte inchieste su 922 casi, presentate accuse formali in 666 casi ed emesse sentenze su 1.255 casi. Il tasso di condanna risultava pari al 68,62 percento.

 

Oltre alla CBI, nel paese opera la Central Vigilance Commission (CVC). La commissione, nel corso del 2013, ha gestito 6.927 segnalazioni di casi presunta corruzione (5.423 ricevute nell’anno in corso e 1.504 segnalazioni rimaste dal 2012). La commissione ha proposto misure su 4.801 casi. Il CVC gestisce uno sportello per le segnalazioni e un portale web per condividere le informazioni.

 

In generale, nel paese, vengono pagate tangenti per sveltire procedure per la fornitura di servizi pubblici, come ad esempio la protezione della polizia, un’ammissione alla scuola pubblica, una fornitura d’acqua o per ricevere assistenza pubblica. Il governo ha creato funzionari capi per la vigilanza per gestire segnalazioni e lamentele nel settore bancario, assicurativo e altri settori serviti da enti pubblici o imprese private. Nel dicembre 2013, il parlamento ha anche approvato una legge che istituisce un ente di difesa civica, conosciuto come  Lokpal, per investigare su denunce di atti di corruzione riguardanti il settore pubblico.

 

Diversi sono anche i casi di corruzione che coinvolgono rappresentanti del governo ad alto livello. Uno dei più noti tra questi casi è quello che riguarda l’ex ministro alle telecomunicazioni, Andimuthu Raja, e Karunanidhi Kanimozhi, membro della camera alta del parlamento indiano, accusati di avere intascato tangenti nella vendita all’asta, a prezzi molto bassi, di licenze 2G a diversi operatori telefonici, nel 2008. L’inchiesta al momento della compilazione di questa guida risultava ancora in corso.

 

A causa della corruzione, anche molti programmi sociali promossi dal governo indiano per alleviare il problema della povertà e aumentare l’occupazione risultano male implementati.

 

Secondo il rapporto annuale del CBI, alla fine del 2013, risultavano in corso presso vari tribunali  processi su 9.336 casi di corruzione.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Seppur senza esplicitamente menzionare la libertà di stampa, la costituzione garantisce la libertà di espressione e il governo, in generale rispetta questo diritto. In generale, è possibile criticare il governo in pubblico o in privato, senza timore di ritorsioni, anche se le autorità occasionalmente operano arresti di cittadini per impedire l’esternazione di critiche nei confronti del governo. Ad esempio, nel maggio 2013 la polizia di Ongole, nell’Andhra Pradesh ha arrestato  Jaya Vindhyala, un attivista per le libertà civili  per violazione della sezione 66A dell’Information technology Act del 2000. Le autorità hanno denunciato Vindhyala per avere pubblicato sulle sue pagine di Facebook commenti “discutibili e diffamatori” contro il governatore del Tamil Nadu, Konijeti Rosaiah, e un politico dell’Andhra Pradesh, Krishna Mohan. L’attivista ha ottenuto la libertà su cauzione, ma il suo caso risulta ancora in corso al momento della compilazione di questa guida. Associazioni della società civile hanno denunciato il caso come un atto persecutorio motivato dalle accuse di corruzione rivolte da Vindhyala ai politici locali.

 

I mezzi di comunicazione indipendenti continuano a essere attivi e a esprimere un’ampia varietà di punti di vista senza limitazioni. Le testate giornalistiche indipendenti hanno continuato ad essere pubblicate senza interruzioni e i canali televisivi continuano a trasmettere inchieste, anche critiche verso le autorità governative.

 

Le trasmissioni radio in AM hanno, però, continuato a rimanere sotto il monopolio governativo. La proprietà privata di stazioni radiofoniche FM è permessa, ma le licenze autorizzano solo i programmi di intrattenimento e dai contenuti educativi.  Ad eccezione delle radio, anche i mezzi di comunicazione stranieri continuano a operare liberamente. La televisione privata via satellite trasmette liberamente in competizione con Doordarshan, la rete televisiva di stato.

 

Nel paese, si registra una nuova denuncia ai danni di Aseem Trivedi, un disegnatore satirico, accusato di avere deriso attraverso i suoi disegni il parlamento e il simbolo nazionale, il pilastro di Ashoka. La nuova denuncia è stata sporta per violazione delle sezioni 294 (atti osceni e canzoni recanti offesa a terzi) e 295 (distruzione, danneggiamento e mancanza di rispetto di luoghi di culto) del codice penale indiano e sezioni del Prevention of Insults to National Honour Act, del 1971. Tuttavia, a differenza che nel caso di una precedente denuncia nel 2012, Trivedi non è stato arrestato.

 

Nel paese, in generale, non si registrano casi di violenza o persecuzione ai danni di giornalisti da parte delle autorità pubbliche, ad eccezione dello stato di Jammu e del Kashmir.

In questo stato si sono registrate diverse aggressioni ai danni di giornalisti, durante la campagna elettorale per le ultime elezioni politiche generali, tra l’aprile e il maggio 2014.

 

Ad esempio, Sheikh Inayet, un corrispondente locale della Times Now TV, e Zahoor Ahmad Bhat, un reporter del Sharherbeen Times, sono stati aggrediti e gravemente feriti da membri dello Special Operations Group (SOG), un corpo d’élite della polizia indiana presente nello stato di Jammu e del Kashmir in funzione antinsurrezionale, membri della polizia locale e riservisti. L’aggressione è avvenuta mentre i due giornalisti seguivano un incontro elettorale di un partito locale a  Bandipora, il 19 aprile 2014.

 

il 24 aprile 2014, a Kulgam, è stato aggredito e ferito dalla polizia Javed Dar, un fotografo-giornalista che lavora per l’agenzia di notizie cinese XinhuaDurante l’aggressione, i poliziotti hanno anche rotto un finestrino dell’auto del giornalista, Farooq Javed Khan, che lo accompagnava.

 

In un ulteriore episodio, accaduto sempre il 24 aprile, Shabnam Fayz, giornalsita della Munsif TV, e Aadil Umar Shah, della Voice TV, hanno dovuto essere ricoverati in ospedale in seguito a un pestaggio da parte della polizia, mentre stavano seguendo una dimostrazione pubblica a  Pulwama, un paese a ovest di Srinagar.

 

Il 15 gennaio 2014, Jitendra Prasad Das, il vice direttore del quotidiano regionale Samaj, a Cuttack, nello stato di Orissa, è stato tratto in arresto dopo violente contestazioni di piazza, a seguito della pubblicazione del suo giornale di un disegno del profeta Maometto. Durante le contestazioni, gli uffici del quotidiano a Cuttack

e in altre città dello stato sono stati vandalizzati. L’organizzazione Reporters Sans Frontières (RSF) ha chiesto alle autorità di non cedere alle pressioni della piazza e di procedere all’immediato rilascio del giornalista. L’uomo è stato rilasciato su cauzione il 18 gennaio.

 

Per quanto riguarda la censura, di regola, le autorità la impongono sui contenuti che possano offendere i sentimenti religiosi o provocare animosità intercomunitaria. Ad esempio, le autorità continuano a mantenere al bando “I versetti satanici “ di Salmaan Rushdie.

 

Il consiglio centrale per la certificazione dei film a Calcutta ha negato l’approvazione del film bengalese ”War cry of the Beggars” (pianto di guerra dei mendicanti). Il direttore del film ha accusato il consiglio di avere preso questa decisione per alcuni commenti presenti nel film sul movimento contro l’acquisizione di terra da parte del governo del Trinamool Congress party a Singur, nel Bengala occidentale. Le autorità hanno dato il permesso alla sua proiezione nel marzo 2013, solo dopo avere effettuato alcuni tagli.

 

In un altro episodio, le autorità del Tamil Nadu hanno impedito la proiezione del film “Vishwaroopam” nello stato, giustificando la decisione con le potenziali tensioni che avrebbero potuto causare alcune scene del film, che mostrano terroristi mussulmani recitare preghiere prima di eseguire degli attentati.  Le autorità hanno raggiunto un compromesso tra i leader di diverse organizzazioni mussulmane e la produzione del film per modificare sette scene. Il film è uscito nel Tamil Nadu con due settimane di ritardo, nel febbraio 2013.

 

Per quanto riguarda l’informazione online, invece, si stima che nel paese, al luglio 2014, oltre 243 milioni di persone (il 19,19 percento  della popolazione complessiva) avevano accesso a internet. Il governo pone alcune limitazioni all’accesso a internet e, occasionalmente, monitorizza i mezzi di comunicazione digitali, come ad esempio i social media. L’Information Technology  Act permette alle autorità di bloccare siti internet e contenuti, e di sanzionare penalmente l’invio di messaggi considerati offensivi o che possano suscitare irritazione nel pubblico. Sia le autorità dello stato centrale che quelle degli stati locali hanno il potere di ordinare blocchi, intercettazioni, monitoraggi o decifrazione di informazioni.

   

Il governo richiede annualmente migliaia di dati sugli utilizzatori dalle aziende fornitrici di servizi in internet, come Facebook e Google. Nei loro rapporti del 2014, entrambe queste aziende hanno fatto notare una forte crescita delle richieste provenienti dalle autorità indiane. Secondo il Facebook Transparency Report 2014, inoltre, l’India è divenuta, di gran lunga, anche il paese al mondo ad avere fatto più richieste di censura  sui contenuti di Facebook.  Nel corso del 2013, le autorità indiane avrebbero, infatti, richiesto la rimozione da Facebook di 4.775 contenuti, più di tutti gli altri paesi del pianeta messi insieme.

 

Le normative indiane sui contenuti in internet proibiscono molti tipi di contenuti, compresi quelli “nocivi” e “insultanti”. I motori di ricerca possono essere ritenuti responsabili dei contenuti proibiti mostrati e gli internet café hanno l’obbligo di installare telecamere e fornire alle autorità le registrazioni delle attività di ricerca.

 

Nell’aprile 2013, la società MouthShut.com, un sito web di analisi dei consumatori, ha chiesto l’annullamento dell’Information Technology Act.  Nel maggio 2013, la corte suprema ha informato il governo centrale e quelli  periferici di tale richiesta. MouthShut.com sostiene che la legge restringerebbe la libertà di espressione e che la stessa definizione di contenuto online “permissibile” e “proibito” fornita dalla legge sarebbe troppo vaga. L’obiettivo dell’azienda è quello di limitare le sue responsabilità e quella di altre aziende simili con riguardo ai contenuti online ospitati nei loro siti. Mouthshut.com e altre aziende che operano in internet hanno ricevuto dalla polizia numerose richieste di rimuovere contenuti o rilasciare  informazioni sull’identità di coloro che inseriscono le loro analisi sui loro siti web. La valutazione della corte suprema indiana dell’Information Technology Act risulta tuttora in corso.

 

Nel febbraio 2013, un tribunale di Gwalior ha emanato un ordine per bloccare oltre settanta indirizzi web che mettevano in dubbio la legittimità e la reputazione di una istituzione scolastica privata, compreso l’indirizzo di un sito web del governo che aveva verificato che l’attività dell’istituto non risultava certificata.  La facilità con cui il proprietario dell’istituto privato ha ottenuto il blocco degli indirizzi dei siti web critici verso la sua attività ha attirato numerose critiche da parte di attivisti per la libertà in internet.

 

Molte cause di pubblico interesse sono, inoltre, state promosse da funzionari di governo contro varie aziende di internet, in alcuni casi per obbligare le aziende a spostare i loro server nel paese, per facilitare l’accesso alle loro informazioni da parte delle autorità pubbliche.