Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il 9 luglio 2014 si sono tenute le ultime elezioni presidenziali, nelle quali si sono sfidati due candidati: l’ex generale Prabowo Subianto e il governatore di Giacarta Joko Widodo, supportati dalle due coalizioni politiche uscite vincitrici nelle elezioni legislative di aprile. Il presidente uscente Susilo Bambang Yudhoyono non ha potuto partecipare alla competizione elettorale, avendo già svolto due mandati. Le operazioni di voto sono state caratterizzate da un clima pacifico. Joko Widodo è uscito vincitore con il 53% dei voti, mentre a Prabowo Subianto è andato il 47% dei consensi. Tensioni si sono verificate nella fase post elettorale, dopo il ritiro di Prabowo Subianto, avvenuto il 23 luglio, in segno di protesta, prima che la commissione generale per le elezioni (KPU) proclamasse ufficialmente Joko Widoddo vincitore. Subianto si è ritirato dalla competizione elettorale, denunciando frodi e irregolarità, respinte però  dalla corte costituzionale, in quanto “prive di fondamento” il 21 agosto 2014.

 

Circa 2.000 sostenitori di Subianto di sono radunati a Giakarta prima del verdetto cercando di avvicinarsi alla sede della corte costituzionale, ubicata vicino al palazzo presidenziale e un piccolo numero di dimostranti ha cercato di demolire barricate di filo spinato erette dalle autorità, nel tentativo di raggiungere l’edificio. La polizia ha reagito disperdendo la folla, sparando lacrimogeni e usando cannoni ad acqua, senza però ferire seriamente alcun dimostrante.

 

Subianto, ex generale con legami con il vecchio regime di Suharto, controlla una coalizione partitica che attualmente detiene la maggioranza in parlamento, anche se in seguito alla decisione della corte costituzionale del 21 agosto alcuni partiti di questa potrebbero unirsi, nel prossimo futuro, a Widodo per favorire la formazione di un nuovo governo.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

in coerenza con le leggi del paese, il governo rispetta in generale la libertà di riunione, proibendo e reprimendo solo le dimostrazioni pubbliche, anche pacifiche, suscettibili di veicolare richieste contrarie alla pubblica morale o istanze separatiste, in particolare nelle province di Papua e Papua Occidentale.

 

Nel corso del 2013 si sono tenute un certo numero di grandi manifestazioni in tutta Papua, la maggior parte delle quali pacifiche e condotte in conformità alle leggi. Tuttavia, nel maggio 2013, durante dimostrazioni commemorative del trasferimento di Papua e Papua Occidentale dai Paesi Bassi all’Indonesia, la polizia ha arrestato ventuno manifestanti per avere cercato di issare una bandiera separatista a Sorong e Timika.

 

Nel novembre 2013, la polizia ha arrestato altri ventotto manifestanti durante una manifestazione non autorizzata. In quell’occasione, cinque giornalisti  hanno ricevuto intimidazioni da parte della polizia. Nel gennaio 2014, durante un’altra manifestazione non autorizzata, a Jaypura, sono stati arrestati trenta manifestanti.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Si sono registrati numerosi casi di uccisioni arbitrarie commesse dalle forze di sicurezza del paese, alcuni dei quali non sono stati investigati in modo adeguato e trasparente dagli enti competenti. Nel marzo 2013 una squadra delle forze speciali dell’esercito (Kopassus) è entrata di forza nella prigione di Cebongan a Yogyakarta, nella parte centrale di Giava, e assassinato quattro detenuti sospettati di aver ucciso un membro delle forze speciali. Le autorità hanno aperto un’inchiesta sul caso, culminata con sentenze di condanna, con pene variabili dai quattro mesi ai dodici anni di reclusione, comminate da un tribunale militare.

 

Associazioni della società civile e la commissione nazionale per i diritti umani (Komnas HAM) hanno criticato l’operato della polizia e, in particolare, quello del distaccamento anti terrorismo ottantotto, per l’eccessivo uso della forza in numerosi episodi in cui sono stati uccisi individui sospettati di fare parte di gruppi terroristici. Tuttavia, la mancanza di trasparenza nelle inchieste ha reso difficoltosa la verifica dei fatti, anche perché le versioni ufficiali della polizia spesso contraddicono i racconti dei testimoni.  Ad esempio, nel luglio 2013, elementi del distaccamento ottantotto hanno freddato due sospetti terroristi, arrestandone altri due a Tulungagung, Giava Orientale. Secondo la polizia uno dei sospetti aveva aperto il fuoco. I testimoni, tuttavia, dichiaravano che i sospetti non avevano opposto alcuna resistenza al momento dell’arresto, ma che la polizia aveva sparato lo stesso, senza preavviso.

 

Nelle province di Papua e Papua Occidentale sono frequenti gli episodi di violenza, in buona parte collegati al movimento separatista papuano. Ad esempio, nel febbraio 2013, nell’irrequieta regione degli altipiani di Papua, guerriglieri del Movimento per la Liberazione di Papua al comando di Goliath Tabuni hanno attaccato e ucciso otto soldati  e alcuni civili in due diversi attacchi ad un avamposto militare vicino  a Puncak Jaya.

 

Nell’aprile 2013, le forze di sicurezza hanno ucciso a Sorong, Papua Occidentale, due membri appartenenti a un gruppo indipendentista, ferendone altri tre. Il gruppo si era radunato per una funzione religiosa che avrebbe compreso una cerimonia di commemorazione dell’anniversario del primo maggio, giorno in cui l’Indonesia è subentrata ai Paesi Bassi nella sovranità sulla parte occidentale di Papua.  La cerimonia avrebbe compreso anche un alzabandiera con il vessillo indipendentista papuano. Sette membri del gruppo sono stati accusati di “ribellione” per il loro ruolo nell’organizzazione della dimostrazione.

 

Nel febbraio 2014, le forze di sicurezza hanno ucciso due sospetti terroristi e ne hanno arresati altri undici a Papua, e nell’aprile 2014, gli indipendentisti hanno ucciso due membri delle forze di sicurezza indonesiane lungo il confine con la Papua-Nuova Guinea.

 

Le violenze nel paese non sono confinate solo a Giava e Papua, ma sono presenti anche in altre aree del paese. Ad esempio, in coincidenza con le elezioni legislative del 9 aprile 2014, è aumentata la violenza politica nella provincia di Aceh, con una ondata di aggressioni contro i partiti politici. Tre persone, tra cui un bimbo di diciotto mesi, sono rimaste uccise in un attentato contro un furgone fatto segno di colpi di armi da fuoco. Nel gennaio 2014, in due diverse operazioni in una località vicina a Giakarta, le forze di sicurezza hanno arrestato due sospetti terroristi legati al gruppo integralista islamico Mujahidin Indonesia Timur (MIT), e ne hanno uccisi altri sei.

La costituzione del paese stabilisce che ogni persona ha il diritto di vivere libera da torture e altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti.  Il codice penale considera reato

l’uso della violenza o della forza da parte dei funzionari per ottenere confessioni, e la punisce con pene detentive di durata fino a quattro anni. Tuttavia, il reato di tortura non è specificamente contemplato.

 

Negli anni precedenti, le forze di sicurezza hanno ignorato le accuse di tortura e raramente sono state chiamate a render conto del loro operato. Tuttavia, recentemente il governo ha iniziato a chiedere conto alle forze di sicurezza delle accuse di tortura, anche se in modo ancora insufficiente. Le forze di sicurezza continuano a usare violenza contro i detenuti, bendandoli anche per oltre due giorni, e picchiandoli con pugni, bastoni, cavi, sbarre di ferro e martelli.

 

Le associazioni per i diritti umani denunciano che la tortura, come per esempio l’uso di scosse elettriche e ustioni, continua a essere regolarmente praticata nelle prigioni gestite dalla polizia.

 

Le autorità hanno fustigato mediante l’uso di canne di bambù tre persone per avere violato la sharia, un numero in forte diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2012, in cui erano state registrate quarantanove fustigazioni.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

La legge garantisce ai detenuti il diritto di mettersi in contatto con i propri famigliari e di essere arrestati solo in presenza di un mandato di arresto emesso dagli investigatori, salvo in caso di flagranza di reato. Tuttavia, occasionalmente, le autorità operano arresti senza mandato.Ad esempio, nel dicembre 2012, in risposta all’uccisione di quattro membri delle brigate mobili indonesiane della polizia (Brimob), sono stati arrestati quattordici residenti del villaggio di Kalora, vicino a Poso, nella provincia di Sulawesi Centrale. Le autorità hanno tenuto i sospetti in stato d’arresto per due settimane, durante le quali hanno subito abusi fisici prima di essere rilasciati per mancanza di prove.

 

In teoria, l’arresto può essere contestato in un’udienza preliminare e potenzialmente la persona detenuta in modo scorretto può fare causa alle autorità. In realtà, raramente le persone arrestate vincono udienze preliminari e quasi mai ricevono indennizzi una volta rilasciate senza accuse. Inoltre i tribunali civili e militari raramente accettano di udire casi di denuncia di presunto arresto e detenzione irregolare.

 

I sospetti hanno il diritto di chiedere la libertà temporanea su cauzione e di ricevere notifica delle accuse nei loro confronti. Per legge le persone sospettate o imputate di qualche reato hanno il diritto a servirsi dell’assistenza legale di loro scelta, in ogni momento dell’investigazione. Alle persone accusate di reati gravi, che comportano la pena di morte o l’imprigionamento a quindici anni di carcere è fornita assistenza legale gratuita.

 

Il periodo massimo di detenzione in attesa di processo è di venti giorni, estendibile di altri sessanta giorni dalla magistratura, per il completamento delle indagini. I magistrati inquirenti possono estendere questo periodo di ulteriori trenta giorni, durante la fase istruttoria, e chiedere un’ulteriore estensione di venti giorni  al tribunale competente.

 

I tribunali distrettuali e i tribunali di grado superiore, possono detenere gli imputati fino a novanta giorni durante il processo o l’appello. La corte suprema può a sua volta detenere imputati per 110 giorni, durante la valutazione dell’appello. Inoltre, I tribunali possono estendere il periodo di detenzione di ulteriori sessanta giorni, a ogni livello, qualora l’imputato rischi una pena detentiva di almeno nove anni o se ha problemi mentali certificati. Le autorità solitamente rispettano tali limiti.

 

Le leggi anti terrorismo permettono agli inquirenti di detenere fino a quattro mesi qualsiasi persona sospettata di commettere o pianificare atti di terrorismo, purché in presenza di indizi preliminari adeguati. Trascorsi i quattro mesi, le autorità inquirenti sono tenute alla formulazione di accuse formali.

 

Sebbene la legge stabilisca l’indipendenza del potere giudiziario, questo ha continuato a rimanere suscettibile di influenza politica da parte di partiti, gruppi d’interesse economici, politici e delle forze di sicurezza.

 

Nel corso del 2013, il Komnas HAM ha scoperto che alcuni impiegati dell’ufficio del procuratore generale hanno mancato di assicurare certezza legale, prevenire arresti e detenzioni arbitrarie, e garantire giustizia tramite un giusto processo a quattro impiegati della Chevron Indonesia, coinvolti in una causa civile. L’ufficio del procuratore generale aveva inquisito gli impiegati con accuse di corruzione, per il loro ruolo in un progetto di recupero ambientale a Sumatra, condannandone due a pene detentive di cinque anni.

 

A volte le autorità non hanno rispettato gli ordini dei tribunali e la decentralizzazione delle funzioni ha creato ulteriori difficoltà nell’applicazione delle sentenze.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di vita nelle 428 prigioni e centri di detenzione del paese hanno continuato a essere in alcuni casi estremamente dure e tali da mettere in pericolo la stessa vita dei detenuti. Le uccisioni illegali avvenute nella prigione di Cebongan e le rivolte causate dal crescente sovraffollamento delle strutture, avvenute nel corso del 2013, hanno accresciuto i timori sul rispetto dei diritti umani all’interno delle strutture penitenziarie. Secondo il ministero per il rispetto della legge e dei diritti umani, nell’agosto 2013, la popolazione carceraria ammontava a 156.958 detenuti, su una capienza massima di 108.311 posti. Le autorità tengono le donne separate dagli uomini, in apposite sezioni delle stesse prigioni. I detenuti minorenni sono tenuti separati dagli adulti, in strutture distinte.  I detenuti condannati sono in genere  separati  da quelli in attesa di giudizio, salvo occasionali eccezioni.

 

Le condizioni nelle sezioni femminili hanno continuato a essere notevolmente migliori di quelle maschili, con minore violenza e migliori condizioni igieniche, sebbene non sempre queste offrano le stesse possibilità di praticare esercizio fisico e di accesso ai servizi bibliotecari.  

 

Le associazioni che si occupano delle condizioni dei detenuti hanno denunciato che a volte ai prigionieri non sono fornite cure mediche adeguate, a causa della mancanza di risorse. I detenuti, a volte, non hanno adeguato accesso all’acqua potabile.

 

Le guardie carcerarie continuano a estorcere denaro ai prigionieri per la fornitura di materassi, per ricevere visite e ottenere trattamenti privilegiati. La produzione e l’uso di stupefacenti all’interno delle strutture carcerarie continua a rappresentare un grave problema. Le autorità non forniscono ai detenuti cibo sufficiente, obbligando i loro parenti a integrare le loro diete.  Dal 2009, il governo nega al comitato internazionale della croce rossa (ICRC) la possibilità di monitorare le condizioni nelle prigioni del paese, compresa la possibilità di parlare privatamente con i detenuti.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La legge stabilisce sanzioni penali per gli atti di corruzione commessi dai funzionari nella pubblica amministrazione e le autorità cercano di applicare tali norme a ogni livello dello stato. Tuttavia, malgrado l’arresto di molti funizionari di alto livello, il fenomeno della corruzione rimane molto diffuso.

 

La Komisi Pemberantasan Korupsi (KPK) e il vice procuratore generale per i reati speciali hanno giurisdizione sulle inchieste e i procedimenti relativi ai casi di corruzione; e il governo dispone di tribunali anti corruzione in trentaquattro province.

 

Il KPK conduce decine di inchieste su casi corruzione ad ogni livello dell’apparato statale. Secondo il rapporto annuale del 2012, l’organizzazione ha recuperato 1,3 miliardi di rupie indonesiane (equivalenti a 113 milioni di dollari), promuovendo anche numerose inchieste su casi di corruzione di alto profilo, riguardanti importanti appalti pubblici. Solo nel corso del 2013, il KPK ha arrestato due importanti dirigenti di partito, numerosi giudici e funzionari pubblici.  Ad esempio, nel gennaio 2013, il KPK ha arrestato il leader di un partito politico accusato, di avere accettato, quando era al ministero dell’agricoltura, tangenti in cambio di allocazioni di quote di importazione di carne. Gli attivisti anti corruzione hanno osservato che casi come questo derivano dagli elevati costi che i partiti devono sobbarcarsi per promuovere le loro attività politiche e dalla necessità da parte dei funzionari dipartito di alto livello di raccogliere fondi.

 

Il KPK ha continuato ad investigare sui casi di corruzione relativi a Ratu Atut Chosiyah Chasan, ex governatrice della provincia del Banten e alla sua famiglia, che riguarderebbero l’offerta di tangenti al presidente della corte costituzionale e il riciclaggio di denaro sporco da parte di suo fratello.  Nell’agosto 2014, Ratu Atut è stata condannata a una multa pari a 200 milioni di rupie indonesiane e a quattro anni di reclusione, sei anni meno rispetto a quanti richiesti dal KPK, che ha annunciato però un ricorso in appello.   

 

La corruzione ha continuato pervadere il sistema giudiziario. Tangenti e estorsioni hanno continuato a influenzare i magistrati e le sentenze, sia nei processi civili che penali. Personalità chiave nel settore giudiziario sono state accusate di avere accettato tangenti per evitare di condannare per corruzione alti funzionari dello stato. La corruzione ha continuato a essere molto presente anche tra le forze di polizia, che esigono tangenti in un’ampia gamma di attività da queste svolte, dal perseguimento delle infrazioni stradali allo svolgimento di inchieste penali.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

La costituzione e le altre leggi del paese garantiscono la libertà di parola e di stampa. Tuttavia, a Papua e Papua Occidentale le autorità hanno utilizzato le leggi sul separatismo per limitare i diritti dei cittadini di quelle provincie di criticare pubblicamente il governo indonesiano e promuovere campagne in favore dell’indipendenza. Se è vero che la stampa indipendente rimane forte, il governo e personalità influenti limitano a volte la libertà di critica. 

 

Gli individui e le associazioni della società civile godono del diritto di criticare il governo pubblicamente e privatamente e possono discutere di quasi tutti gli argomenti di pubblico interesse, senza ritorsioni. La legge considera reato solo i contenuti che promuovono il separatismo.

 

I mezzi d’informazione esprimono un’ampia varietà di punti di vista, anche se, occasionalmente, regolamenti regionali e nazionali sono usati dalle autorità per limitare le loro attività. Le autorità continuano a impedire ai mezzi d’informazione stranieri di recarsi nelle province di Papua e Papua Occidentale, chiedendo loro di richiedere permessi di viaggio tramite il ministero degli esteri o un’ambasciata indonesiana.  Queste limitazioni hanno l’obiettivo di non dare voce all’indipendentismo papuano a livello internazionale.

 

L’8 agosto 2014, due giornalisti francesi, Thomas Dandois e Valentine Bourrat, sono stati arrestati insieme alla loro guida e al loro interprete dalle forze di sicurezza a Wamena, a  Papua, mentre stavano preparando un reportage sulle condizioni di vita della popolazione locale e le richieste dei separatisti per il canale televisivo franco-tedesco Arte. L’arresto è stato giustificato con una violazione delle leggi sull’immigrazione, anche se al momento dell’arresto la polizia ha dichiarato di sospettare che i due  stessero promuovendo l’instabilità della provincia. Reporters Sans Frontières ha condannato il loro arresto, definendolo un’azione finalizzata a limitare la libertà di informazione e chiedendo l’immediata liberazione dei giornalisti e dei loro collaboratori.

 

In base alla legge sulla blasfemia, “diffondere odio religioso, eresia e blasfemia” è punibile con una pena detentiva fino a cinque anni di prigione. Gruppi oltranzisti o consigli religiosi conservatori hanno fatto pressione sulle autorità per agire contro presunti atti di blasfemia. Nel luglio 2013, le autorità hanno inquisito due uomini a Sukabumi, con l’accusa di blasfemia dopo che un gruppo oltranzista aveva organizzato una protesta contro di loro,  considerati colpevoli di avere oltraggiato la religione fornendo insegnamenti islamici devianti ai giovani e incoraggiandoli a convertirsi in cambio di ricompense materiali.

 

Il governo ha anche tentato di limitare l’accesso a internet tramite la legge sull’informazione e le transazioni economiche del 2008. La legge, creata per contrastare i reati in internet, la pornografia, il gioco d’azzardo, i ricatti, le falsità, le minacce e il razzismo, proibisce ai cittadini di distribuire in formato elettronico qualsiasi informazione diffamatoria e punisce i trasgressori a pene detentive fino ad un massimo di sei anni e/o una multa di importo massimo pari a un milione di rupie (circa 87.500 dollari USA). Alla fine del 2012, gli utilizzatori di internet nel paese erano oltre 60 milioni, circa il 25% di tutta la popolazione. 

 

Sebbene il ministero della comunicazione e della tecnologia informatica continui a richiedere ai fornitori di servizi internet di bloccare l’accesso a siti pornografici e altri siti di contenuto offensivo, non risultano richieste di blocco di siti web allo scopo di mettere a tacere le voci critiche e il dissenso politico contro il governo.

 

Nel luglio 2013, il ministero della comunicazione e della tecnologia informatica ha chiesto ai fornitori di servizi internet di bloccare l’accesso a www.ourvoice.or.id, un sito  web gestito da una associazione lesbica, gay, bisessuale e transessuale di Giakarta. Alcuni fornitori hanno ottemperato alla richiesta.