Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il paese, che ospita al suo interno una elevatissima varietà etnica e religiosa, sta attraversando un complesso processo di decentralizzazione politica, fiscale e amministrativa, consistente nel trasferimento di molte funzioni ai governi delle quarantasette contee di recente creazione. La costituzione, approvata con un referendum nazionale nel 2010, oltre all’istituzione delle nuove contee, ha anche stabilito l’abolizione della carica di primo ministro, sostituita da quella del vice-presidente, e la creazione di un potere giudiziario indipendente e una corte suprema.  Nel marzo 2013, i cittadini keniani hanno votato per la prima volta sotto il nuovo quadro costituzionale per eleggere il presidente, il vice presidente, i membri del nuovo parlamento nazionale bicamerale e i rappresentanti dei parlamenti delle contee. Le elezioni sono state giudicate in generale libere e credibili dagli osservatori internazionali, sebbene alcuni gruppi della società civile abbiano denunciato irregolarità e contestato i risultati finali. Le operazioni di voto e di scrutinio ai seggi sono state in generale svolte in modo corretto, sebbene con la presenza di alcune irregolarità nelle roccaforti dei due principali raggruppamenti politici. La Jubilee Coalition e i suoi candidati alla presidenza e vice-presidenza del paese, Uhuru Kenyatta e William Ruto, sono usciti vincitori.

 

I timori che le elezioni del 2013 alimentassero nel paese una violenza postelettorale generalizzata della portata di quella del 2007-2008 non si sono materializzati. Tuttavia durante il periodo pre-elettorale non sono mancati episodi circoscritti di violenza etnica e politica. Ad esempio, il 3 marzo, alcune ore prima dell'inizio delle votazioni, attacchi coordinati a seggi elettorali a Mombasa e nella contea di Kilifi hanno causato la morte di almeno dieci agenti di polizia, uno scrutatore e di numerosi aggressori. Gli attacchi non sono stati rivendicati. Alcuni osservatori hanno accusato il movimento separatista MRC, mentre altri hanno denunciato presunti interessi politici, sostenendo che la violenza aveva l'obiettivo di disincentivare l’affluenza ai seggi delle zone costiere, tradizionali roccaforti del CORD.  

 

Dopo la conferma della vittoria di Kenyatta, i sostenitori di Raila Odinga, il candidato perdente alla presidenza, hanno promosso violenze isolate, ma intense, in alcune aree di Nairobi e Kisumu, distruggendo attività commerciali e abitazioni, bloccando strade e scontrandosi con la polizia. Durante gli scontri la polizia ha ucciso cinque dimostranti a Kisumu e ne feriti altri con colpi di arma da fuoco a Nairobi. I mezzi d’informazione hanno riferito di decine di altri dimostranti feriti e di oltre 100 persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

La costituzione e le altre leggi del paese garantiscono la libertà di associazione e le autorità in generale rispettano tale diritto. Sebbene la costituzione garantisca anche la libertà di riunione, invece, le autorità, a volte limitano tale diritto. In base alla legge, le riunioni in luoghi pubblici vanno notificate in anticipo alle forze di polizia.  Le autorità possono impedire raduni e dimostrazioni politiche, qualora vi sia un conflitto tra questi eventi e altri organizzati nello steso momento o se vi sia la percezione di un rischio per la sicurezza. Tuttavia, le autorità keniane hanno imposto divieti durante e subito dopo le elezioni del marzo 2013, impedito raduni, represso manifestazioni di attivisti per i diritti umani, come ad esempio quelle organizzate dalla Bunge la Wannachi (il parlamento della gente) i cui attivisti sono stati sottoposti a vessazioni.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

Il lento processo di ristrutturazione delle forze di polizia, il fatto che le forze di sicurezza non siano chiamate a rispondere per gli abusi commessi, e l’incapacità delle autorità di punire i responsabili delle violenze post-elettorali del 2007-2008 costituiscono problemi irrisolti. Sulle violenze post-elettorali del 2007-2008, che coinvolgerebbero anche responsabilità degli attuali presidente e vice-presidente, è stato istruito un processo presso il Tribunale Penale Internazionale.

 

Negli ultimi cinque anni la polizia si è resa responsabile di centinaia di uccisioni extragiudiziali, ma nessuno è mai stato incriminato per i tali gravi reati. Secondo una indagine pubblicata della commissione nazionale per i diritti umani del Kenya, soltanto tra maggio e agosto del 2013, la polizia sarebbe stata responsabile dell’uccisione illegale di 120 persone, e questi casi non sarebbero stati notificati all’Independent Police Oversight Authority (l’autorità civile incaricata della supervisione dell’operato della polizia) come prescritto dalla legge. La polizia sarebbe anche coinvolta nella tortura, sparizione e uccisione illegale di persone sospettate di terrorismo e individui di origine somala, compresi rifugiati, a Mombasa, Nairobi, nella regione del Nord-Est e in altre parti del Kenya.

 

Numerose persone sarebbero scomparse dopo essere state arrestate dalle forze di sicurezza. Come già nel 2012, si sono avuti numerosi casi di uccisione illegale o sequestro di leader mussulmani accusati di avere legami con il terrorismo. Tra I principali sospettati di queste azioni vi sono l'unità antiterrorismo e altre unità della polizia. Le forze di polizia hanno ammesso la responsabilità per alcuni di questi omicidi, aprendo inchieste sui casi, ma dichiarando che i sospetti comunque avevano puntato armi contro la polizia prima che questa aprisse il fuoco. Nel paese non si registra la presenza di prigionieri politici negli istituti penitenziari o altri centri di detenzione.  

 

Le forze di sicurezza hanno anche continuato a praticare torture e altre gravi violenze, anche di natura sessuale, durante gli interrogatori e come strumento di punizione contro i detenuti. Si sono registrati casi di abusi sessuali ai danni di bambini di strada e cittadini stranieri.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Sebbene la legge lo proibisca, le forze di polizia continuano ad arrestare e detenere arbitrariamente individui sospettati di avere commesso reati. La polizia può operare arresti senza mandato di persone sospettate di avere commesso un reato, che lo stiano commettendo o siano sul punto di farlo. Per legge, i detenuti dovrebbero comparire dinnanzi a un giudice entro 24 ore. Tuttavia, questa disposizione non viene sempre osservata.

 

La polizia fa spesso uso di forza eccessiva durante gli arresti. Ad esempio, nell'agosto 2013, agenti hanno aperto il fuoco contro un motociclista che trasportava illegalmente alcune bevande alcoliche, perché non aveva ottemperato all’ordine di fermarsi. L'uomo è stato in seguito portato in ospedale con ferite di arma da fuoco. 

 

Sebbene la legge permetta ai detenuti di ricevere le visite dei parenti e degli avvocati, questo non sempre accade, e i famigliari dei detenuti spesso riferiscono che l'accesso è permesso solo dietro pagamento di tangenti. Nel paese esiste un sistema di libertà provvisoria su cauzione, a cui hanno diritto tutti, anche le persone accusate di reati gravi. A causa delle condizioni di sovraffollamento delle prigioni, raramente la magistratura nega la libertà provvisoria. Tuttavia, molti rimangono in prigione in attesa di giudizio solo perché non sono in grado di pagare le cauzioni. La libertà su cauzione, a volte, viene concessa a chi può permettersi di pagarla, anche quando le circostanze suggerirebbero di non farlo come nel caso di padri denunciati per violenza sessuale sulle proprie figlie, anche in presenza di prove che questi avevano minacciato le vittime dopo l'arresto.

 

Le forze di polizia ad arrestare arbitrariamente persone sospettate di compiere reati e atti terroristici, in gran parte giovani con poche risorse economiche. I detenuti sono in genere sottoposti a torture con lo scopo di estorcere loro confessioni o tangenti. I giovani somali sono uno dei i principali gruppi regolarmente fatti oggetto di vessazioni da parte della dalla polizia, che li minaccia di mandarli in prigione o in campi per rifugiati  se non accettano di pagare tangenti. Poiché solo pochi possono permettersi di pagare somme anche piccole, molti rimangono in prigione finché amici o parenti non pagano la tangente richiesta dalla polizia.

 

Sebbene le autorità asseriscano il tempo di attesa ufficiale per i processi sia pari a quattordici giorni, nella realtà non mancano casi in cui i detenuti sono tenuti in custodia per due o tre anni prima che il loro processo sia completato.  

 

I ritardi nei processi sono dovuti anche al fatto che la polizia, responsabile per la traduzione dei detenuti davanti alla magistratura, a causa della mancanza di risorse e mezzi di trasporto manca di presentare i detenuti alle udienze programmate, che devono essere così rinviate .

 

Per mitigare i problemi generati dal sovraffollamento delle carceri, il presidente concede periodicamente una grazia ai detenuti condannati per reati minori. L'ultima di queste è avvenuta il 21 dicembre 2013 e ha comportato la liberazione di 6.700 detenuti, 2.586 dei quali stavano scontando la loro prima condanna. 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 Le condizioni di detenzione negli istituti penitenziari del paese rimangono estremamente dure e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti.

Nel settembre 2013, nei 108 penitenziari del paese erano presenti 53.163 detenuti, contro una capienza massima di 24.794. 

 

I prigionieri ricevono tre pasti al giorno, tuttavia le porzioni sono spesso insufficienti e a volte, in caso di punizione, vengono divise tra due detenuti. Le prigioni sono gravate anche da problemi di approvvigionamento idrico, un problema che però spesso affligge anche le comunità fuori dal carcere. I servizi igienici  sono inadeguati, e quelli medici scarsi, in particolare per i malati di tubercolosi e HIV.   Gli abusi di natura sessuale all'interno delle prigioni continuano a costituire un problema.

 

I detenuti sono normalmente obbligati a rimanere per gran parte del tempo confinati in locali chiusi, sovraffollati, malamente illuminati e aerati. Questa situazione colpisce soprattutto i detenuti in attesa di giudizio, in quanto non vengono coinvolti in programmi di lavoro che potrebbero permettere loro  di lasciare le celle più spesso.

Nelle prigioni più piccole, le detenute non vengono sempre separate dagli uomini. I minori sono solitamente tenuti separati dalla popolazione adulta, tranne che durante la loro permanenza nelle stazioni di polizia. Le autorità permettono alle associazioni per i diritti umani sia locali sia internazionali visite periodiche alle strutture penitenziarie.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

I reati di corruzione sono punibili per legge, ma queste norme non sono applicate in modo efficace e la corruzione nel settore pubblico costituisce un problema molto serio, che pervade ogni livello dell’apparato statale in un contesto di impunità. Sebbene siano emersi numerosi scandali riguardanti atti di corruzione di rappresentati dello stato ad alto livello, nessuno di questi è stato inquisito nel corso del 2013. In Kenya esiste l'Ethics and Anticorruption Commission (EACC), un ente indipendente specializzato nel contrasto alla corruzione, con il compito di investigare sui reati di corruzione e sviluppare ed applicare un codice etico per i funzionari nel settore pubblico. Tuttavia, l'EACC non possiede capacità inquisitoria, che rimane nelle mani del Director of Public Prosecutions (o DPP). Sia l'EACC che il DPP, nello svolgimento dei loro compiti di contrasto alla corruzione soffrono per la mancanza di capacità. Dal luglio 2013, la controversa riassegnazione della presidenza dell'EACC a Mumo Matemu -  una persona accusata di avere operato una gestione poco chiara come commissario dell'autorità delle entrate del Kenya e nelle consulenza legale per la Agricultural Finance Corporation (AFC), la principale istituzione finanziaria pubblica del paese - ha portato diverse figure chiave del personale tecnico dell'ente, tra i quali molti investigatori, a lasciare l'organizzazione e cercare diverse opportunità di carriera, indebolendo notevolmente le capacità dell'istituzione .

 

Secondo l'Economic Survey 2014, pubblicato dal Kenya National Bureau of Statistics, rispetto al 2012, nel 2013 il numero dei casi gestiti dall'EACC si è ridotto dell'8,7 percento, da 2.978 a 2.719.  Nello stesso periodo, il numero dei casi sottoposti al DPP si è ridotto del 18,6 percento, passando da settanta a cinquantasette.

 

Malgrado l'implementazione di importanti riforme giudiziarie, la corruzione ha continuato a persistere anche a tutti I livelli del sistema giudiziario. Per affrontare questo problema, nell'aprile 2012, la Judicial Service Commission ha istituito un Judges and Magistrates Vetting Board, con il compito di valutare tutti i cinquantatré giudici attualmente in carica. Nel dicembre 2012, il consiglio ha dichiarato undici di questi non idonei alla continuazione del servizio, anche se il governo ne ha rimossi solo otto.

 

Sebbene anche la corruzione tra le forze di polizia continui a essere endemica, le autorità raramente provvedono a arrestare rappresentanti delle forze dell'ordine.

 

Per quanto riguarda la corruzione ad alto livello, nel luglio 2013, la magistratura di Nairobi ha aperto un’inchiesta sul parlamentare John Njoroge, ex vice sindaco di Nairobi, con l'accusa di avere chiesto una tangente di 150.000 scellini keniani (circa 1.730 dollari USA) ad un impresario  per autorizzare il pagamento in suo favore di  3,3 milioni di scellini keniani (circa 38.000 dollari USA) per la costruzione di una scuola secondaria. In attesa del processo, Njoroge rimane a piede libero e continua a esercitare le sue funzioni di membro del parlamento.

 

Nel marzo 2013, le autorità hanno accusato formalmente Thuita Mwangi (ex segretario permanente agli affari esteri), Allan Mburu (incaricato d'affari all'ambasciata di Tokyo), e Anthony Mwaniki Muchiri (vice direttore dell'amministrazione al ministero per gli affari esteri) di corruzione per l'acquisizione degli immobili  della cancelleria e della residenza dell'ambasciatore  a Tokyo, avvenuta nel 2010. Gli inquisiti sono stati provvisoriamente tutti rilasciati su cauzione di due milioni di scellini  (circa 23.120 dollari USA). Il caso risulta tutt'ora in corso.

 

Con una sentenza senza precedenti, nel giugno 2013, la corte suprema ha ordinato anche al vice presidente del Kenya, William Ruto, di cedere la sua tenuta di poco più di quaranta ettari e pagare  cinque milioni di scellini (circa 57.800 dollari USA) a titolo di risarcimento danni nei confronti di un agricoltore, per avergli sottratto illegalmente la proprietà  durante la violenza elettorale del 2007. Nell'agosto dello stesso anno Ruto ha restituito la terra al legittimo proprietario.

 

I mezzi di informazione hanno esposto casi di presunta corruzione di alto livello anche nel settore dell'energia e negli appalti per la costruzione di infrastrutture aeroportuali, concessi a imprese cinesi non conformi con le normative locali. Risultano in corso, invece, inchieste riguardanti il Nairobi City Council e i ministeri dell'istruzione, acqua e irrigazione, strade, energia, immigrazione, sport, e affari giovanili, programmi speciali e terra; e su funzionari del National Social Security Fund, National Health Insurance Fund e del National Bureau of Statistics.

 

LIBERTA' DI ESPRESSIONE

 

La legge stabilisce la libertà di parola e di stampa, tuttavia le autorità continuano a monitorare diversi tipi di riunioni della società civile è le critiche al governo possono comportare ritorsioni. La National Cohesion and Integration Commission (NCIC) continua a sorvegliare i raduni politici, i mezzi d’informazione (inclusi quelli su internet), i dibattiti parlamentari, e i discorsi individuali, allo scopo di identificare discorsi con contenuti di odio.

 

Nel maggio 2013, il Media Council of Kenya ha ordinato al quotidiano The Star di scusarsi pubblicamente per un articolo pubblicato nel febbraio 2013 in cui asseriva che il presidente Kenyatta non era idoneo a ricoprire la carica di presidente del paese. Sempre lo stesso mese, il vice presidente Ruto ha minacciato di fare causa al quotidiano Sunday Nation per “falsa informazione”, in relazione all'utilizzo da parte di Ruto di jet di lusso per visitare quattro paesi africani.

 

Nel corso del 2013, il governo ha cercato di ampliare il proprio controllo sui mezzi di informazione. Nell'ottobre 2013, l'assemblea nazionale ha votato una versione dell'emendamento alla legge sull'informazione e sulla comunicazione del Kenya  (KICA) che aumenta notevolmente le possibilità del governo di supervisionare ì mezzi di informazione e di creare un tribunale ad hoc con ampi poteri per reprimere i giornalisti e i mezzi di informazione. Tra questi poteri vi sarebbe  quello di rimuovere le credenziali ai giornalisti  e di multarli in caso di violazione dei codici etici.  In seguito a proteste sulla retroattività delle disposizioni dell'emendamento, il presidente Kenyatta ha inizialmente respinto la legge, rinviandola nuovamente al parlamento, raccomandando alcuni cambiamenti. Nel dicembre 2013, il parlamento ha votato una versione modificata della legge che in ogni caso manteneva tutte le disposizioni chiave del precedente emendamento. La legge è stata quindi firmata dal presidente Kenyatta. Tuttavia, giornalisti, editori e associazioni hanno contestato la legge sottoponendo il caso alla Corte Costituzionale. Nel febbraio 2014, la corte costituzionale ha sospeso la legge in questione, così come quella sul consiglio dei mezzi d’informazione del 2013, finché, sentite le parti, non avrà preso una decisione in materia. 

 

Nel paese sono comunque già presenti diverse leggi che restringono la libertà d’informazione, tra cui il Defamation Act, l'Official Secrets Act e il Preservation of Public Security Act. Nonostante questo, e malgrado le pressioni e intimidazioni esercitate dalle autorità,  in generale,  la stampa rimane indipendente e  continua a offrire un'ampia varietà di punti di vista politici e sociali.  Non mancano però casi di autocensura.

 

I giornalisti riferiscono diversi casi in cui le forze di sicurezza li avrebbero minacciati e aggrediti fisicamente. Le autorità mancano spesso di aprire inchieste su questi casi.  I giornalisti denunciano anche molestie da parte di personalità politiche, uomini d'affari e comunità locali. Il timore di rappresaglie da parte di comunità locali ha fatto sì che, in certe aree, alcuni giornalisti evitino di coprire notizie a livello locale.

 

Alcuni giornalisti televisivi, come ad esempio Mohammed Ali e John-Allan Namuhanno, dello Standard Group, hanno denunciato di avere subito minacce telefoniche da parte persone rimaste sconosciute, presumibilmente funzionari del ministero degli interni, per un servizio sulle controverse circostanze della morte dell'ultimo ministro degli interni George Saitoti, nel quale si suggeriva che questi fosse stato assassinato. I giornalisti hanno dichiarato di sentirsi seguiti e di temere per la propria vita. Altri giornalisti sono invece stati aggrediti dalle forze di sicurezza, mentre filmavano scontri tra dimostranti e forze di sicurezza. In qualche caso, le autorità governative hanno anche utilizzato motivazioni legate alla sicurezza nazionale per sopprimere punti di vista su argomenti considerati politicamente imbarazzanti, come ad esempio i casi di corruzione nel settore pubblico.

 

Nell’ottobre 2013, l'Ispettore generale della polizia (IGP) ha minacciato di arresto due giornalisti dopo che avevano trasmesso servizi che mostravano soldati delle forze di difesa keniane saccheggiare il Westgate mall di Nairobi, dopo l'attacco terroristico del 21 settembre. Le minacce sono state lasciate cadere, probabilmente in seguito a proteste pubbliche.

 

In un altro caso, Robert Wanyonyi, giornalista dello Standard Group, ha denunciato di essere stato minacciato dall'amministrazione provinciale di  Bungoma per avere scritto un articolo sul contrabbando di caffè verso l'Uganda, presumibilmente facilitato da commissari amministrativi del distretto.

 

Nel 2013, il trentanove percento dei keniani risultava avere accesso a internet.