Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

La dichiarazione costituzionale temporanea, introdotta nel paese dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, ha sancito il rispetto di un’ampia gamma di diritti politici, civili e giuridici. Un consiglio nazionale transitorio ha supervisionato elezioni legislative, libere e corrette, tenutesi nel luglio 2012, passando il potere a un parlamento eletto, il consiglio dei deputati, nell’agosto dello stesso anno.

 

Nel novembre 2012, il parlamento ha nominato un primo ministro, Alì Zeidan, per guidare un governo a interim. Questi sviluppi hanno condotto all’istituzione di un nuovo stato libico, nel gennaio 2013. Tuttavia, nel corso del 2013, il governo ad interim non è riuscito a ristabilire l’ordine nel paese, mentre le forze di sicurezza, composte da varie milizie, sono rimaste sotto l’autorità statale solo nominalmente e in maniera discontinua.

 

Il 4 dicembre 2013, il consiglio dei deputati, sotto una crescente influenza da parte dei gruppi integralisti islamici, ha votato una legge per fare della sharia il complesso di norme fondanti dello stato, e il 23 dello stesso mese ha votato l'estensione del periodo di transizione per un altro anno, stabilendo la scadenza per il completamento della bozza della nuova costituzione per l'agosto 2014.

 

Nel giugno 2013, il consiglio transitorio di Barqa ha dichiarato, unilateralmente, la Libia Orientale regione federale. Da luglio 2013, i federalisti, guidati dal leader Ibrahim Jathran, hanno preso il controllo dei pozzi e dei terminali petroliferi della Libia Orientale, facendo crollare le entrate economiche del paese. Gli insorti hanno chiesto concessioni politiche ed economiche da parte del governo centrale e hanno cercato di vendere petrolio autonomamente tramite i terminali.

 

La situazione è precipitata quando tre ribelli sono riusciti a caricare 200.000 barili di petrolio sul Morning Glory, un cargo nord coreano, e a farlo ripartire da un porto sotto il loro controllo nella notte tra il 10 e l’11 marzo 2014, passando attraverso la vigilanza della marina e delle forze aeree libiche.  Anche se il cargo sarebbe stato catturato dalle forze speciali USA e restituito alle autorità libiche pochi giorni dopo, il caso della Morning Glory ha aperto una una crisi di governo. Ormai da tempo privato del sostegno della maggiorana dei membri del consiglio dei deputati, dominato da una maggioranza islamica, lo stesso 11 marzo Alì Zeidan ha rassegnato le dimissioni ed è fuggito a Malta. Lo stesso giorno veniva nominato primo ministro Abdullah al-Thinni, il quale però decideva di dimettersi n seguito ad un attacco da parte di uomini armati alla sua abitazione. Al-Thinni, è stato però persuaso a rimanere in carica quale primo ministro ad interim in attesa di una nuova nomina. Questo ha progressivamente aperto la strada a Ahmed Maiteeq, figura controversa, sostenuta dalle milizie islamiche, eletto primo ministro nel maggio 2014 dal consiglio dei deputati.

 

Le ostilità sono scoppiate a partire da metà maggio 2014, quando Khalifa Haftar, un generale dell'esercito in pensione, al comando di unità dell'esercito e milizie tribali ha lanciato l’”operazione dignità”, un’offensiva contro i gruppi islamici, attaccando Bengasi. Il 26 maggio 2014, Haftar e Ibrahim Jathran, leader delle milizie ribelli nell’est del paese, hanno dichiarato di non riconoscere il governo di Maiteeq e attaccato il consiglio dei deputati di Tripoli, facendo almeno quattro morti e decine di feriti e ordinando la sua sospensione. L’elezione di Maiteeq è stata nel frattempo  contestata dal ministro della giustizia e dichiarata illegale dalla corte suprema il 9 giugno 2014.

 

In questo clima d’instabilità e violenza, il 25 giugno 2014 si sono tenute in Libia le elezioni per il rinnovo del parlamento, caratterizzate da un basso livello di partecipazione, che hanno visto la vittoria delle fazioni liberali e nazionaliste. Nell’agosto 2014, il parlamento libico, per motivi di sicurezza, è stato  spostato a Tobruk, roccaforte delle forze anti-islamiche di Haftar.

 

Tra giugno e settembre del 2014, la situazione politica ha continuato a deteriorarsi e gli scontri tra le forze del generale Haftar,  Ansar al-Sharia e le altre milizie islamiche si sono intensificati, con successi alterni da entrambe le parti, lasciando sul terreno numerose centinaia di vittime. 

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Prima del brusco deterioramento della situazione politica, iniziato sul finire del 2013, il governo ad interim aveva promosso la libertà di associazione, come sancito dalla dichiarazione costituzionale. In linea di principio, la legge libica garantiva la libertà di riunione, purché le proteste venissero notificate con quarantotto ore di preavviso non sussistessero motivi di ordine pubblico per vietarle. Tuttavia, anche in questo periodo non sono mancati scontri violenti tra milizie e dimostranti. Ad esempio, l’8 giugno 2013, una milizia controllata dal ministero della difesa libico ha aperto il fuoco su 200 civili che dimostravano davanti alla sua sede principale a Bengasi, per chiederne la chiusura. Durante l’azione, oltre trenta dimostranti sono stati uccisi. La situazione di conflitto armato in cui è precipitato Libia a partire dal maggio 2014, ha compromesso notevolmente tale diritto in tutto il paese.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Dal gennaio 2013 all’aprile 2014, si sono registrati numerosi casi di uccisioni illegali perpetrate da milizie controllate solo nominalmente dal governo ad interim. Non si sono invece registrati casi di uccisioni arbitrarie perpetrate da forze di sicurezza che agiscono sotto il diretto controllo del governo.

 

Le uccisioni sono state principalmente compiute da parte delle milizie nel perseguimento di obiettivi tribali o etnici. Tra i principali obiettivi vi sono stati concorrenti politici, membri delle forze di polizia, dell’apparato interno di sicurezza e dei servizi segreti militari, ma anche giudici, attivisti politici, diplomatici stranieri e soggetti civili e militari legati al precedente regime.

 

Ad esempio, nel giugno 2013, per mezzo di un’auto bomba, è stato ucciso a Bengasi Jomaa al-Misrati, un comandante di una brigata di fanteria dell’esercito, che aveva servito nei servizi segreti militari durante il regime di Gheddafi. Nessuna organizzazione ha rivendicato l’attentato e la sola persona fermata in relazione all’omicidio è fuggita. Mentre nel 2012 gli omicidi avevano come obiettivo principalmente personalità legate al regime di Gheddafi, durante il 2013 hanno riguardato anche esponenti della rivoluzione e leader della società civile.

 

Ad esempio, nel luglio 2013, alcuni killer hanno assassinato Abdul Salam al-Mismari, il leader fondatore della coalizione 17 febbraio. La sua uccisione è avvenuta a breve distanza temporale dal tentato omicidio di Nasser Sawalim, il capo dell’osservatorio libico sui diritti umani nella regione orientale del paese.

 

Anche le missioni diplomatiche estere e le organizzazioni internazionali sono state vittime della violenza politica. Ad esempio, nell’aprile 2013, un'autobomba è esplosa davanti all'ambasciata francese a Tripoli, ferendo tre persone, due addetti alla sicurezza francesi e una ragazza libica. Nel luglio e nell’agosto 2013, si sono registrati anche attentati a alcune sedi diplomatiche degli Emirati Arabi Uniti e al consolato egiziano di Bengasi. Nell’ottobre dello stesso anno è stata colpita anche l’ambasciata russa.

 

Nel novembre 2013, miliziani di Misurata hanno ucciso oltre quaranta persone e ne hanno ferito centinaia di altre, aprendo il fuoco contro una dimostrazione pacifica che chiedeva la fine del dominio della milizia a Gharghur, un sobborgo di Tripoli. L’episodio, conosciuto come il “massacro di Gharghur”, è stato documentato da numerosi mezzi di comunicazione e osservatori sui diritti umani. Durante l’ assalto, i miliziani hanno ucciso un giornalista, ne hanno ferito altri due e  hanno danneggiato la stazione televisiva Tubactus.

 

I responsabili della grande maggioranza degli omicidi avvenuti in questo periodo non sono stati identificati. Nessun arresto è stato annunciato neanche per l’attentato del settembre 2012 a Bengasi, che ha causato la morte di personale degli USA, tra i quali l’ambasciatore J. Christopher Stevens. Il governo ad interim non ha saputo dare una risposta al costante clima di violenza politica che è apparsa finalizzata a guadagnare potere politico.

 

Nel periodo precedente al maggio 2014 si sono registrati anche casi di rapimenti, tra cui quello del figlio del ministro della difesa, sequestrato da individui rimasti non indentificati nel settembre 2013 e rilasciato nel gennaio 2014.

 

Sebbene il consiglio dei deputati abbia adottato una legge che riconosce come reato la tortura, questa ha continuato a essere praticata sia nelle strutture detentive del governo che in quelle controllate dalle milizie. Nel paese sono inoltre presenti anche prigioni gestite da gruppi armati indipendenti, non legati al governo a interim. La carenza di controlli da parte del governo centrale nelle strutture gestite dalle milizie filo governative ha permesso il verificarsi di torture e abusi generalizzati ai danni dei detenuti.

 

I detenuti vengono frustati con cinture e bastoni; colpiti con tubi e fucili e sottoposti a shock elettrici; ustionati con acqua bollente, ferri arroventati , sigarette; costretti a subire false fucilazioni; sospesi in aria per mezzo di barre metalliche. Le detenute subiscono stupri. Queste violenze sono state inflitte principalmente su individui, libici o stranieri, legati al regime di Gheddafi, principalmente detenuti nelle prigioni delle milizie. Le milizie hanno sottoposto a tortura anche altre categorie di detenuti, come i consumatori illegali di alcool.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Il codice penale dell’era di Gheddafi ha continuato a rimanere formalmente in vigore. Questo stabilisce procedure sulla custodia cautelare e proibisce l’arresto e la detenzione arbitrari. Tuttavia, il governo ad interim spesso non ne ha osservato le disposizioni, e le milizie ad esso legate hanno continuato ad arrestare e detenere cittadini a tempo indeterminato, senza accuse. Il governo ad interim ha continuato ad avere poco controllo sulla polizia e le milizie locali. Anche i gruppi armati indipendenti si sono resi responsabili di arresti illegali.

 

Dopo la rivoluzione e il conseguente collasso delle istituzioni e dei processi giudiziari, il governo ad interim e le milizie si sono resi responsabili di detenzioni arbitrarie di persone recluse poi in centri di detenzione informali, anche segreti, per lunghi periodi e senza la formulazione di accuse. Circa 8.000 persone hanno continuato a essere detenute in relazione con il conflitto armato del 2011, circa 3.000 dei quali in centri di detenzione statali e il resto in prigioni informali gestite dalle milizie filo governative. Sebbene la dichiarazione costituzionale sancisca il diritto all’assistenza legale, la grande maggioranza dei detenuti non ha accesso a un avvocato, né ai meccanismi di concessione di libertà temporanea.

 

Il governo ad interim e le milizie hanno tenuto detenuti in condizioni d’isolamento, sia nei centri di detenzione ufficiali sia in quelli informali. Sebbene, nel corso del 2013, alcuni detenuti siano stati rilasciati, il governo ad interim e le milizie governative hanno continuato a detenere parecchie migliaia di persone.

 

Il governo ad interim non ha intrapreso alcun passo concreto per riformare il sistema giudiziario, e le carenze esistenti nell’attuale legislazione e la non chiara separazione tra i poteri esecutivo, giudiziario e legislativo hanno contribuito a mantenere il potere giudiziario debole.

 

Nel settembre 2013, il consiglio dei deputati ha varato un nuovo quadro legale che bypassa la “legge sulla giustizia transizionale”,  stabilisce un tempo di novanta giorni dalla data della sua promulgazione (2 dicembre 2013) entro il quale i ministeri di giustizia, interni e difesa dovranno porre fine alla detenzione delle persone accusate di reati durante il precedente regime, e richiede che i detenuti vengano processati o rilasciati. Durante l’anno il numero dei detenuti nelle mani delle milizie è andato declinando. Tuttavia, lo scoppio delle ostilità tra le forze islamiche e quelle anti-islamiche nel paese, a partire dal maggio 2014, ha reso incerta l’ applicazione del nuovo quadro giuridico nel paese.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni nei centri di detenzione sono ben al di sotto degli standard internazionali e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti, principalmente a causa del sovraffollamento. Tuttavia, non esistono stime accurate di quanti detenuti siano presenti nelle carceri libiche. A parte le persone imprigionate per avere sostenuto il regime di Gheddafi, la principale categoria di prigionieri è rappresentata da stranieri, la maggioranza dei quali immigrati irregolari. Gli istituti penitenziari per i migranti irregolari gestiti dal ministero dell’interno sono in genere di qualità inferiore agli altri centri di detenzione. Prima dello scoppio delle ostilità nel maggio 2014, Il governo ad interim ha chiesto ai consigli militari e alle milizie di porre i detenuti sotto tutela delle autorità ufficiali. Molti centri di detenzione sono, infatti, gestiti dalle milizie per conto del governo e in tutto il paese sono state usate prigioni temporanee, spesso sovraffollate e caratterizzate da scarsa aerazione, carenza di materassi e servizi igienici. Tra i luoghi utilizzati a tale scopo vi sono scuole, ex caserme militari e altre strutture informali, tra le quali una casa privata e uno zoo.

Nelle prigioni gestite dal ministero degli interni, il vitto fornito ai detenuti è in genere adeguato, anche se l’accesso all’acqua potabile rappresenta un serio problema nelle prigioni di Joodayem, Salah Aldeen, e Dafniya. Uomini e donne sono di solito tenuti separati. I minori sono però spesso tenuti insieme agli adulti nelle prigioni gestite dalle milizie e, in parte, anche in quelle gestite dal ministero degli interni.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La legge stabilisce sanzioni penali per i reati di corruzione nella pubblica amministrazione, tuttavia sono segnalati numerosi episodi di corruzione, favoriti da un contesto d’impunità. Si sono registrate numerose accuse di corruzione al governo ad interim, a causa della mancanza di trasparenza nella gestione delle forze di sicurezza e degli introiti derivanti dal petrolio. Il lento processo di decentralizzazione della distribuzione del benessere derivante dalle attività petrolifere e dalla fornitura di servizi, ha ulteriormente alimentato le accuse di corruzione contro il governo ad interim.

 

Nel giugno 2013, il consiglio transitorio di Barqa ha dichiarato unilateralmente la Libia Orientale regione federale. Dal luglio 2013, i federalisti, guidati dal leader Ibrahim Jathran, hanno preso il controllo dei pozzi e dei terminali petroliferi della Libia Orientale, facendo crollare le entrate economiche del paese per molti mesi e permettendo la ripresa delle attività di produzione e esportazione solo nel luglio 2014, dopo il raggiungimento di un accordo sulla divisione dei profitti con il nuovo governo ad interim del presidente al-Thinni.

 

Nel paese si è inoltre constatata una riduzione della trasparenza delle attività del consiglio dei deputati. Le sessioni pubbliche del consiglio dei deputati in precedenza mandate in onda sulla TV, sono state sospese a causa degli scontri interni. I rappresentanti del consiglio dei deputati hanno spesso rassegnato le dimissioni e boicottato le votazioni, rendendo difficile sapere quali membri erano attivi in ogni dato momento.

 

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Dal gennaio 2013 al maggio 2014, periodo antecedente allo scoppio del conflitto, le aggressioni ai giornalisti sono aumentate, in un contesto di crescente instabilità. Nell’agosto 2013, alcuni killer hanno assassinato un giornalista a Bengasi, mentre altri due giornalisti sono riusciti a sfuggire ad altri due distinti tentativi di omicidio.

Le milizie hanno continuato a minacciare e picchiare numerosi operatori della comunicazione, principalmente a Tripoli e Bengasi. I giornalisti hanno continuato a subire limitazioni e censure a causa della minaccia di sequestro da parte delle milizie e degli estremisti e per paura, tuttora presente, del passato regime di Gheddafi. Ad esempio, nel marzo 2013, alcuni uomini armati hanno occupato il canale televisivo Alassema, percepito vicino a figure politiche laiche. Gli uomini armati hanno sequestrato cinque giornalisti e tecnici,  rilasciati poi entro 24 ore. Nell’aprile 2013, alcuni uomini rimasti sconosciuti hanno sequestrato per tre giorni e torturato Youssef Qarqoum, un reporter di Libya First Channel, prelevato all’uscita di una stazione radio locale, dopo che aveva parlato della corruzione pubblica nel paese. L’uomo era stato accusato dai rapitori di essere un sostenitore del vecchio regime di Gheddafi. Nel settembre 2013, alcuni miliziani sostenuti da agenti di polizia hanno arrestato il giornalista freelance Ahmed Abdel Hakim al-Mashaoui, per avere rilasciato un’intervista telefonica in cui criticava il governo, i fratelli mussulmani e l’influenza delle milizie armate. Il giornalista è stato rilasciato il giorno successivo. Durante il periodo in cui è rimasto agli arresti, le autorità hanno fatto pressione su di lui perché telefonasse ai mezzi di comunicazione a cui aveva rilasciato interviste per ritrattare. Successivamente, il giornalista ha continuato a ricevere messaggi intimidatori e minacce di morte.

 

Due politici hanno dovuto, invece, affrontare denunce per blasfemia, accuse che possono comportare anche la pena capitale, per avere utilizzato, durante la campagna elettorale per le elezioni del consiglio dei deputati nel 2012, poster che le milizie consideravano oltraggiosi nei confronti dell’Islam.  In un’altra occasione, Amara al-Khattabi, Il capo redattore del quotidiano al-Ummah è stato denunciato per oltraggio a membri del potere giudiziario dopo avere pubblicato una lista di magistrati corrotti. L’uomo rischia una pena fino a 15 anni di carcere per diffamazione e offesa a pubblico ufficiale.

 

Nel quadro del deterioramento della situazione politica del paese, il 26 maggio 2014, un famoso giornalista libico, Meftah Buzeid, conosciuto per le sue dure critiche verso le milizie islamiche, è stato ucciso a Bengasi. Buzied era direttore del quotidiano Burniq ed era apparso regolarmente in televisione, criticando la formazione delle milizie sin dal 2011. All’inizio di maggio, l’uomo si era dichiarato sostenitore della campagna di Haftar contro le milizie islamiche.