Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il Madagascar ha subito numerosi tentativi di colpo di stato negli ultimi anni, l’ultimo dei quali ha causato la caduta del governo democraticamente eletto e la costituzione, nel marzo 2009, di un nuovo governo civile di transizione, sostenuto dai militari e guidato dal presidente de facto Andry Rajoelina.  In coerenza con un percorso di transizione per il ripristino della democrazia, tra il 25 ottobre e il 20 dicembre 2013, si sono tenute nuove elezioni presidenziali e legislative, dopo rispettivamente sette e sei anni dalle precedenti.  Durante la campagna elettorale, i partiti di opposizione hanno subito restrizioni e interferenze da parte del governo di transizione. Le  elezioni hanno visto, alla fine, l’elezione a presidente del candidato sostenuto dalle forze del governo uscente Hery Rajaonarimampianina. Le elezioni sono state giudicate dagli osservatori internazionali libere e corrette, ma caratterizzate da sostanziali limitazioni della libertà di riunione, parola e stampa,  imposte dal governo contro i partiti dell’opposizione.  Dopo le elezioni, si sono susseguite lunghe discussioni per la nomina del primo ministro e la formazione del nuovo governo tra i partiti e le coalizioni uscite maggioritarie dalle elezioni legislative, tra le quali il MAPAR, una formazione politica guidata dall’ex presidente Andry Rajolina, che controlla quarantanove dei 151 seggi totali all’Assemblea Nazionale. Nell’aprile 2014, il presidente Rajaonarimampianina ha nominato primo ministro Roger Kolo, il quale ha annunciato la formazione di un nuovo governo composto da tecnocrati.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Sebbene la costituzione e le altre leggi del paese riconoscano la libertà di riunione e associazione, durante la campagna elettorale le autorità hanno impedito lo svolgimento di manifestazioni pubbliche, dimostrazioni politiche o scioperi in tutto il paese, negando autorizzazioni e facendo oggetto d’intimidazioni coloro che ne facevano richiesta. Le forze di sicurezza sono anche intervenute per reprimere con violenza le dimostrazioni organizzate dalle forze d’opposizione, ferendo numerosi manifestanti e arrestando leader politici. Al contrario, le manifestazioni filo governative si sono potute svolgere tranquillamente.

 

Nel luglio 2013, ad esempio, le forze di sicurezza hanno utilizzato lacrimogeni per disperdere dimostranti che chiedevano nuove elezioni e le dimissioni del presidente Rajoelina. Durante gli scontri, una persona è rimasta ferita e otto dimostranti, tra cui il loro leader, sono stati arrestati. In precedenza, nel maggio 2013, le autorità avevano permesso lo svolgimento di manifestazioni pubbliche contro la presenza di presunte interferenze da parte della comunità internazionale (ONU e UE) negli affari interni del Madagascar.   

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Malgrado gli sforzi compiuti per il ripristino della democrazia, l’esercito e le forze di sicurezza continuano a rimanere fuori dal controllo delle autorità civili. Nel paese non si registrano uccisioni, sparizioni o sequestri motivati da finalità politiche. Tuttavia, si continuano a registrare numerosi casi di omicidio extragiudiziale da parte delle forze di sicurezza, durante l’inseguimento e l’arresto di persone sospettate di compiere reati comuni. Il governo ha continuato a non disporre di efficaci mezzi per vigilare e investigare su tali azioni delle forze di sicurezza. Solo nel corso del 2013, gli omicidi di questo tipo sarebbero stimati in 260, contro i 100 del 2012.

 

Sebbene la costituzione e le altre leggi del paese le proibiscano la tortura, le forze di sicurezza continuano a sottoporre i prigionieri ad abusi fisici e psicologici, utilizzando le percosse e la distruzione delle proprietà come strumento di punizione o per esercitare pressione su presunti criminali. 

 

In alcuni casi, le autorità sono rimaste inattive davanti a gravi fatti criminali. Nel giugno 2013, otto uomini, presumibilmente ingaggiati da un sindaco che voleva vendicarsi per un furto di bestiame, hanno attaccato un villaggio nel distretto di Maintirano. Durante l’attacco sono rimaste uccise quattro persone, si sono registrati tre stupri e sono state sequestrate sette persone. Le autorità non hanno aperto alcuna inchiesta sul caso.

 

Nessuna azione penale è stata intrapresa dalle autorità contro Jao Jean, un membro del parlamento de facto, arrestato nel 2011 con l’accusa di avere rapito e stuprato una ragazza di sedici anni. Nel 2012, la corte d’appello di Mahajanga ne aveva ordinato il rilascio su cauzione e nel dicembre 2013 gli è stato permesso di presentarsi come candidato alle elezioni legislative, nelle quali è stato eletto deputato della nuova assemblea nazionale.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Le leggi del Madagascar stabiliscono che gli arresti debbano essere eseguiti dalle forze di polizia solo con apposito mandato giudiziario, salvo i casi di flagranza di reato. Le autorità continuano a basare gli arresti su accuse vaghe, spesso motivate politicamente,  e a detenere le persone sospettate di avere compiuto reati senza processo per lunghi periodi.

 

La legge stabilisce che le autorità debbano accusare formalmente una persona sospettata di reato entro quarantotto ore. Tuttavia, le detenzioni spesso si protraggono per periodi molto più lunghi senza che sia formalizzata alcuna accusa.  Le persone accusate di reato hanno il diritto a essere assistiti da un avvocato  e coloro che non possono permetterselo hanno diritto ad essere assistiti da un legale d’ufficio. Molti cittadini non sono però informati di questo diritto.

 

Il sistema giudiziario riconosce la possibilità dei detenuti formalmente accusati di reati di ottenere la libertà temporanea su cauzione, anche se questa possibilità può essere negata alle persone accusate di gravi reati. I magistrati, però, spesso dispongono la custodia cautelare in carcere, in attesa di giudizio. Questa può essere di durata variabile, fino a un massimo di otto mesi.

 

I detenuti possono generalmente ricevere le visite dei famigliari, sebbene questi contatti siano limitati per i detenuti in isolamento o arrestati per ragioni politiche.

 

Nel corso del 2013, le autorità hanno arrestato e detenuto numerosi attivisti politici con l’accusa di pianificare violenze durante manifestazioni pubbliche e scioperi. A questi dissidenti è stato negato il diritto ad un processo corretto, dato che la loro detenzione è stata prolungata per settimane senza che fossero sottoposti a  processo,  che le udienze sono state più volte rimandate ed è stata negata loro la possibilità di ottenere la libertà su cauzione. Ad esempio, nel luglio 2013, le forze di sicurezza hanno arrestato Laza Razafiarison, candidato alla presidenza e segretario generale di un partito dell’opposizione, per il suo ruolo di spicco nelle proteste organizzate nella capitale Antananarivo per chiedere nuove elezioni  e le dimissioni del presidente de facto Andry Rajoelina. Razafiarison, insieme ad altri sette dei suoi sostenitori, è stato denunciato per l’organizzazione di incontri pubblici, disturbo dell’ordine pubblico e oltraggio alle forze di sicurezza. Tutti e otto sono stati condannati a due mesi di reclusione, e la pena è stata in seguito sospesa.

 

Sebbene la costituzione garantisca l’indipendenza del potere giudiziario, questo continua a essere influenzato dal potere esecutivo a ogni livello e caratterizzato da un grave problema di corruzione interna. La situazione si è aggravato durante il governo sostenuto dai militari, che ha sottoposto la magistratura ad  atti intimidatori per influenzare numerose sentenze di alto profilo. L’assenza di qualsiasi organo legislativo legittimo ha permesso al regime sostenuto dai militari di governare tramite decreti, senza controllo parlamentare. Le sentenze di alto profilo hanno subito l’influenza del ministro della giustizia del governo sostenuto dai militari, Razanamahasoa, e in diversi casi, l’esito dei processi è apparso già determinato sin dall’inizio. In generale, invece, le decisioni dei tribunali non risultano sempre rispettate e applicate.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Anche se non esistono stime sul numero dei morti nelle carceri del paese, le condizioni di detenzione continuano a essere estremamente dure e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti, a causa del sovraffollamento, della scarsa igiene, della mancanza di acqua potabile, dell’aerazione inadeguata degli ambienti e della malnutrizione.

 

Nel 2013, la popolazione carceraria nelle ottantadue prigioni e centri detentivi del paese era di 18.719 detenuti (805 dei quali donne e 504 minorenni), contro una capienza massima di poco più di 10.300 posti. Le prigioni rimangono gravemente sovraffollate, e alcune operano addirittura al 1.000 percento della loro capacità. Il 53% dei detenuti è in attesa di giudizio. I detenuti minorenni non sono sempre separati da quelli adulti e alcuni bambini in età prescolare dividono le celle con le loro madri. Le visite ai detenuti fuori dai giorni stabiliti  e la possibilità di portare loro generi alimentari sono permesse dietro pagamento di tangenti alle guardie carcerarie.

 

In generale, le autorità permettono al comitato internazionale della croce rossa , associazioni locali e ad alcune missioni diplomatiche di visitare le prigioni.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La corruzione pervade tutti i livelli dell’apparato statale, e il governo sostenuto dai militari non sembra avere fatto molto per combatterla.   Economisti locali stimano che le attività illecite e gli atti di corruzione rappresentino il quaranta percento del P.I.L. del paese, contro il venti percento degli anni ‘90. I mezzi di comunicazione danno l’impressione che lo stato sia più efficace nel combattere la corruzione ai livelli più bassi che a quelli più elevati. Durante la loro permanenza in carica, alti funzionari del regime sostenuto dai militari hanno cercato di estorcere denaro sia a imprese nazionali sia internazionali, per il loro personale tornaconto, minacciando di rifiutare o sospendere permessi e licenze.  Il paese continua a rimanere sospeso dalla  Extractive Industries Transparency Initiative, per mancanza di trasparenza.

 

La corruzione nelle forze di polizia e nella gendarmeria costituisce un problema, così come quella all’interno della magistratura. Quest’ultima, in particolare, ha continuato a chiedere tangenti per il rilascio di imputati.  Ad esempio, nel maggio 2013, la polizia ha arrestato i membri di un gruppo di facinorosi penetrato all’interno dell’azienda elettrica di stato per protestare contro i frequenti blackout elettrici, accusandoli di turbamento dell’ordine pubblico e  distruzione di proprietà. In quell’occasione, il magistrato che seguiva il caso avrebbe chiesto tangenti per il rilascio dei detenuti, ordinando la liberazione immediata di coloro decidevano di pagare. 

 

Nel paese esiste un ufficio indipendente (BIANCO) responsabile per la  prevenzione e il contrasto della corruzione. L’ente riceve circa un migliaio di segnalazioni l’anno, perseguendone circa la metà.    

 

Associazioni ambientaliste locali e internazionali continuano a denunciare una forte corruzione nel settore dello sfruttamento delle risorse naturali, in particolare nel contrabbando di animali a rischio di estinzione e nelle attività di taglio e commercio di legni rari (palissandro ed ebano), principalmente dalle foreste nel nord del paese. La corruzione nel traffico di legni pregiati coinvolge ad alto livello sia le forze di polizia che il governo. Gli animali a rischio di estinzione dovrebbero essere protetti dalla convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Sebbene la costituzione e le altre leggi del paese garantiscano la libertà di parola e di stampa, il regime sostenuto dai militari ha sistematicamente violato tali diritti, anche ricorrendo a intimidazioni e arresti. Con riferimento alla libertà di parola, ad esempio, nel luglio 2013 un tribunale di Antananarivo ha condannato in primo grado a due anni di prigione e al pagamento di un milione di ariary (circa 450 dollari USA) Patrick Zakariasy, un leader tradizionale e ambientalista, per possesso di documenti falsi e diffamazione, dopo che questi aveva tenuto una conferenza stampa in cui accusava Mamy Ravatomanga, un noto finanziatore del regime, di essere coinvolto nel traffico illecito di palissandro.

 

Durante il governo sostenuto dai militari, le autorità hanno limitano fortemente la libertà di stampa, utilizzando le leggi sulla diffamazione e il codice penale per colpire l’informazione contraria al regime.

 

In Madagascar operano oltre 300 stazioni radiofoniche e televisive. Molte di queste utilizzano trasmissioni in diretta a intervento libero, per evitare responsabilità sui contenuti. Sebbene il governo lo abbia negato un intento di dolo, è stato fatto notare che dal 2010, Laurent Rahajason, il ministro della comunicazione del governo sostenuto dai militari, ha ritirato oltre ottanta licenze a operatori vicini all’opposizione, mentre ha contemporaneamente emesso licenze per nuovi operatori filogovernativi.  Il governo sostenuto dai militari e i suoi simpatizzanti hanno impedito il dissenso anche tramite minacce contro individui e gruppi di opposizione. I giornalisti hanno ricevuto intimidazioni telefoniche dalla commissione speciale per la comunicazione audiovisiva (CSCA), controllata dal ministro della comunicazione, con lo scopo di bloccare la messa in onda di programmi o la pubblicazione di articoli percepiti come anti governativi. Nel 2012, la CSCA aveva inviato minacce anche per iscritto. In questo periodo i giornalisti hanno subito anche trasferimenti, sospensioni e altre sanzioni per le loro critiche contro il governo.

 

Nei mesi precedenti le elezioni presidenziali e legislative del 2013, le autorità e i sostenitori del regime hanno chiuso stazioni radiofoniche e intentato cause legali contro giornalisti considerati ostili.

 

Nel giugno 2013, la CSCA ha fatto leva su presunte irregolarità presenti nelle licenze radiotelevisive di Kolo, una TV locale posseduta da Hajo Andrianainarivelo,  candidato alla presidenza ed ex primo ministro del governo sostenuto dai militari, per farne ordinare la chiusura e il sequestro delle apparecchiature. L’uso delle frequenze della Kolo era stato in precedenza stato autorizzato dal ministro della comunicazione del regime sostenuto dai militari.

 

Nel luglio 2013, i direttori di tre quotidiani dell’opposizione, Midi, La Nation e Gazetiko, sono stati condannati per diffamazione. I quotidiani nel 2012 avevano riportato le dichiarazioni fatte da Patrick Zakariasy in una conferenza stampa contro Mamy Ravatomanga, sostenitore del governo, accusato di essere coinvolto nel traffico illecito di palissandro. Durante il dibattimento, la difesa ha fatto notare alla corte che tutti i mezzi di comunicazione del paese avevano riferito sulla conferenza stampa,  ma solo i quotidiani dell’opposizione erano stati denunciati.

 

La radio privata Free FM, vicina all’opposizione, chiusa dalle autorità nel 2012, ha continuato a rimanere chiusa per gran parte del 2013. La stazione aveva organizzato raduni pubblici di protesta per chiedere una maggiore libertà di espressione. Due dei suoi giornalisti, Lalatiana Rakotondrazafy e Fidel Razara Pierre, sono stati condannati a tre mesi di reclusione per oltraggio al regime.  Nel maggio 2013, in seguito a un’ulteriore causa per diffamazione  intentata da Mamy Ravatomanga, il tribunale ha incrementato la pena originaria comminata ai due giornalisti da tre mesi a sei mesi. Dopo l’ordine del tribunale, le autorità hanno restituito le apparecchiature sequestrate e la stazione ha ricominciato a operare.

 

Questo clima repressivo ha spinto i giornalisti a praticare l’autocensura. I libri di natura politica vengono pubblicati all’estero.