Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Le ultime elezioni generali, tenutesi nel maggio 2013,  sono state vinte dal BN, la coalizione partitica al governo sin dal 1957, con il quarantotto percento dei voti, mentre i partiti dell’opposizione hanno ottenuto uno storico risultato conquistando il cinquantadue percento. La differenza nell’ampiezza delle circoscrizioni elettorali ha tuttavia favorito il partito al governo, permettendogli di conquistare il sessanta percento dei seggi in parlamento. I partiti dell’opposizione sono riusciti a guadagnare consensi nonostante fossero stati penalizzati nell’accesso ai principali mezzi di informazione di massa, in maggioranza controllati dalla coalizione partitica di governo.

 

A tutti i partiti è stato concesso uno spazio televisivo preregistrato di dieci minuti. Il governo ha influenzato i mezzi di informazione più importanti e ha al contempo limitato lo spazio disponibile per l’opposizione nei programmi radio-televisivi e sulle testate giornalistiche. Nel marzo 2013 lo stato di Penang, guidato dall’opposizione, ha tentato di comprare spazi pubblicitari in un quotidiano di larga diffusione posseduto da UMNO, il principale partito all’interno del BN. Il quotidiano ha però rifiutato di concedere gli spazi, informando il governo dell’accaduto.

 

Uno degli aspetti più controversi delle elezioni è stata la pratica illegale utilizzata dal governo di registrare, nelle circoscrizioni in cui la coalizione al potere era più debole, elettori “fantasma” provenienti da altre circoscrizioni, gonfiando così le liste elettorali e registrando come votanti persone prive di cittadinanza.

 

Numerose molestie e casi di violenza hanno avuto luogo durante la preparazione delle elezioni. Nell’aprile un parlamentare dell’opposizione, Nurul Izzah Anwar, ha denunciato che un sostenitore del BN avrebbe minacciato un membro del suo comitato elettorale con un machete. Nel Penang cinque aggressori hanno ferito gravemente due uomini mentre esponevano bandiere dei partiti dell’opposizione e un ordigno esplosivo è esploso a un raduno del BN, ferendo una guardia di sicurezza.  Minacce di violenza sono emerse anche in internet.  

 

Osservatori internazionali accreditati dalla commissione elettorale malese, tra i quali l’Institute for Democracy and Economic Affairs (IDEAS) e  il Centre for Public Policy Studies (CPPS) hanno pubblicato un rapporto congiunto tre giorni dopo le elezioni, criticandole per essere state “solo parzialmente libere e non corrette”, rimproverando la parzialità dei mezzi di informazione, favorevoli alla coalizione di governo e l’uso scorretto di strutture pubbliche da  parte del partito di governo, e esprimendo dubbi sulla correttezza della commissione elettorale malese nella registrazione dei votanti.  Inoltre le autorità malesi non hanno permesso alle ONG internazionali e ai rappresentanti internazionali non membri dell’ASEAN di osservare il processo elettorale.

 

Dopo le elezioni, ci sono state contestazioni dei risultati in alcune circoscrizioni, sia da parte della coalizione al governo che dei partiti dell’opposizione. La maggior parte delle contestazioni sono state respinte dai giudici prima ancora che i casi giungessero al tribunale elettorale, alcune sono state sottoposte a giudizio, ma nessuna è riuscita a ribaltare i risultati. Una commissione reale di inchiesta è stata istituita per investigare su un presunto “programma di cittadinanza in cambio di voti” nello stato del Sabah e organizzazioni della società civile hanno dichiarato che il governo  ha naturalizzato illegalmente degli immigrati in cambio del loro voto.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Dopo le elezioni, i partiti dell’opposizione hanno organizzato una serie di dimostrazioni in tutto il paese per protestare contro le presunte frodi elettorali. Gli organizzatori e i relatori, in alcune di queste manifestazioni, sono stati fatti oggetto d’inchiesta da parte delle autorità in base alle leggi sulla sedizione o sulla riunione pacifica.

 

La legge sulla riunione pacifica elimina la necessità di chiedere il permesso alle autorità, ma vieta tutte le proteste, non permette riunioni pacifiche di non cittadini e minori di  15 anni, e limita tempi  e luoghi per lo svolgimento delle riunioni, stabilendo zone di esclusione intorno a luoghi di culto, scuole e altre strutture pubbliche.

 

Ramaraj Yuneswaran, segretario del People’s Justice Party (PKR) dello ostato di Johor, nel settembre 2013 è divenuto il primo politico a essere condannato da un tribunale di Johor Baru in base alla legge sulla riunione pacifica, per avere organizzato dimostrazioni contro il risultato delle elezioni.  Yuneswaran è stato condannato al pagamento di 6.000 ringgit (oltre 1.800 dollari USA) per avere mancato di notificare il raduno alla polizia con il dovuto anticipo di dieci giorni. Yuneswaran ha negato di essere il responsabile dell’organizzazione dell’evento e si è rifiutato di pagare la multa, sostenendo di avere inoltrato la notifica per conto del presidente del PKR dello stato di Johor.

 

La costituzione garantisce il diritto di associazione, ma alcune leggi e pratiche ne limitano notevolmente l’esercizio. Le autorità a volte, pongono limitazioni o si rifiutano di registrare le associazioni. Il governo, ad esempio, non ha ancora registrato la richiesta dei partiti dell’opposizione, risalente al 2010, di registrarsi come coalizione. Il partito comunista e le  organizzazione ad esso legate rimangono al bando, in quanto considerate una minaccia alla sicurezza nazionale. Alcune associazioni per i diritti umani e della società civile hanno difficoltà a ottenere il riconoscimento come ONG. Per aggirare questo problema, alcune associazioni preferiscono registrarsi come aziende, scelta però che risulta penalizzante sia da un punto di vista legale che burocratico, poiché non consente loro di raccogliere fondi a sostegno delle proprie attività. Alcune ONG denunciano anche di sentirsi monitorate dalle autorità.

 

Le autorità hanno anche il diritto di revocare la registrazione a organizzazioni già registrate per violazione della legge. Tuttavia, non risulta che il governo utilizzi tale prerogativa contro membri dell’opposizione politica. Un emendamento alla legge sulle università e i college universitari proibisce agli studenti che occupano incarichi politici di condurre attività politica all’interno delle strutture universitarie e agli studenti è proibito esprimere sostegno o simpatia  per organizzazioni o associazioni illegali.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

Nel 2013, nel paese non si sono registrate sparizioni di individui motivate da ragioni politiche o la presenza di prigionieri politici. Dopo le elezioni politiche del maggio 2013, le autorità hanno tratto in arresto il vice presidente del partito d’opposizione PKR e altri tre attivisti, in base alla legge sulla sedizione, per avere tentato di rovesciare il governo organizzando proteste di strada.  Tutti sono stati dopo breve tempo rilasciati e denunciati a piede libero.

 

Durante il 2013, come negli anni passati, la polizia ha continuato a commettere uccisioni illegali. Secondo fonti ufficiali, dal 2009 all’agosto 2013, la polizia ha ucciso 124 persone. I mezzi d’informazione, sotto influenza governativa, spesso utilizzano spiegazioni precostruite per spiegare questi episodi: “il sospetto era stato fermato dalla polizia e ha tentato di aggredirla”; “la polizia ha ucciso un individuo sospetto per autodifesa”; e “prove di colpevolezza sono state rinvenute sul cadavere del sospetto”. Le organizzazioni per i diritti umani ritengono che tali spiegazioni preconfezionate servano a coprire e giustificare le uccisioni commesse dalla polizia durante l’arresti o la detenzione.

 

Nel paese non esiste alcuna struttura che valuti le uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza. Le inchieste possono avere luogo solo se il procuratore generale promuove un’indagine sul caso, oppure se decide di approvare una richiesta  da parte dei familiari della vittima. Tuttavia, raramente si giunge a verdetti di condanna nei confronti di agenti di polizia.

 

In Malesia non esiste una legge specifica che proibisca la tortura, tuttavia le leggi proibiscono di “causare gravi sofferenze” ad altre persone. Oltre sessanta reati sono puniti con fustigazioni effettuate con canne di bambù. I giudici inseriscono regolarmente tali punizioni nelle condanne per reati gravi quali il sequestro, lo stupro e la  rapina, ma anche per alcuni reati non violenti quali il possesso di droghe, i reati che comportano il tradimento della fiducia, la tratta di esseri umani. La legge prescrive anche fino a sei vergate  per gli immigranti illegali e i loro datori di lavoro. La legge esenta da questo tipo di punizione gli uomini di oltre cinquanta anni di età e le donne. I giovani tra i dieci e i diciotto anni di età possono ricevere fino a un massimo di dieci vergate di canna leggera. Secondo le autorità malesi, tra il 2010 e il giugno 2013 questo trattamento è stato inflitto a 42.634 persone.

 

Negli stati che applicano le norme della sharia, applicabile solo ai mussulmani, la fustigazione è prevista sia per gli uomini sia per le donne. I tribunali nazionali non sono ancora riusciti a risolvere questa questione. Il metodo di fustigazione usato per la sharia, peraltro, prescrive l’uso di una canna più piccola, e le vergate non possono superare il limite delle spalle, riducendo così i rischi di provocare seri danni. Il soggetto sottoposto a fustigazione è inoltre vestito. Le autorità islamiche locali sostengono che l’obiettivo di tali punizioni non è quello fare male, ma di provocare vergogna e pentimento, ed evitare così la reiterazione del reato.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

La legge stabilisce che nessuna persona debba essere imprigionata se non in conformità con la legge. La carcerazione preventiva è consentita per evitare la fuga degli individui sospetti o la distruzione delle prove.

 

Nell’ottobre 2013 il parlamento ha approvato la Prevention of Crime Act (PCA), che estende il limite della detenzione cautelare senza processo da settantadue giorni a due anni, con possibilità di rinnovo. La legge stabilisce che la detenzione cautelare possa essere richiesta per certi individui specifici, iscritti in apposite liste. La legislazione ha trasferito l’autorità per ordinare tali detenzioni dal ministero degli interni a un consiglio per la prevenzione del crimine, composto da cinque persone. Il ministero degli interni può iscrivere nelle liste persone sospettate di fare parte del crimine organizzato o criminali già condannati per reati violenti o comportamento disonesto. I sospetti portati davanti al consiglio non hanno diritto ad una rappresentanza legale.  La legge richiede al ministro degli interni di sottoporre una relazione annuale sull’operato di questa autorità e stabilisce che il consiglio decada entro cinque anni dalla sua costituzione, salvo rinnovo da parte del parlamento. La società civile e l’opposizione politica hanno espresso il timore che questa legge possa essere utilizzata per fini politici.

 

Per i reati relativi alla sicurezza, vige il Security Offenses Special Measures Act o SOSMA, insieme a emendamenti del codice penale,  del codice di procedura penale e della legge sulle prove.  Il SOSMA si focalizza sul terrorismo e altri reati contro la sicurezza nazionale e stabilisce l’immediata notifica dell’arresto al parente più vicino alla persona indiziata di reato e la possibilità di contattare un avvocato entro ventiquattro ore dall’arresto.  Un funzionario di polizia di alto livello può, però, estendere il periodo detentivo fino a ventotto giorni, al termine del quale il sospetto deve essere ufficialmente accusato o rilasciato.  La legge stabilisce anche che una persona non può essere accusata per le sue convinzioni o le sue attività politiche. Le associazioni per i diritti umani hanno tuttavia contestato tale legge per il suo utilizzo di linguaggi vaghi, come ad esempio: “effetti negativi sulla democrazia parlamentare” o “attività…che rechi pregiudizio alla sicurezza o interessi della Malesia”, e per la possibilità conferita alle forze di polizia di estendere la detenzione senza valutazione giudiziaria fino a ventotto giorni. Inoltre, tali disposizioni permettono di mantenere la segretezza dell’identità dei testimoni, impedendo così l’esame incrociato degli stessi; e di tenere un sospetto in stato di detenzione anche dopo che il tribunale abbia decretato la sua innocenza, se l’accusa decide di ricorrere in appello. Nel 2013, più di cento persone sono state tratte in arresto in base al SOSMA, la maggior parte delle quali sospettate di essere coinvolte nell’incursione di militanti islamici  provenienti dalle Filippine meridionali all’interno dello stato di Sabah. Trenta di queste risultavano agli arresti in attesa di processo alla fine del 2013.

 

La legge sulle droghe pericolose riconosce, invece, alle autorità il diritto di detenere sospetti trafficanti di sostanze stupefacenti senza accuse fino a trentanove giorni, prima che il ministero degli interni emetta un ordine di detenzione. Le autorità possono successivamente detenere i sospetti fino a due anni, rinnovabili per decisione di un consiglio la cui opinione è vincolante per il ministro. La polizia a volte detiene individui sospetti di traffico di sostanze stupefacenti senza produrre accuse formali.

 

La legge sull’immigrazione permette alle autorità di arrestare e detenere anche i  cittadini stranieri per un periodo massimo di trenta giorni, in attesa dell’ordine di deportazione, contro il quale non viene data la possibilità di ricorrere in appello.

 

La costituzione stabilisce l’indipendenza del potere giudiziario. Tuttavia, questo continua a subire l’influenza del potere esecutivo. Membri dell’ordine degli avvocati e rappresentanti della società civile hanno continuato a esprimere timore per la mancanza d’indipendenza del potere giudiziario, menzionando l’elevato numero di verdetti arbitrari emessi dai tribunali, la selettività nella persecuzione dei reati e il trattamento preferenziale riservato ad alcune parti durante i processi.

 

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di detenzione negli istituti penitenziari e nelle stazioni di polizia sono particolarmente dure, a causa del grave sovraffollamento. Le autorità solitamente tengono la popolazione femminile separata da quella maschile e i detenuti minorenni separati da quelli adulti. Le prigioni dispongono di acqua potabile. Le associazioni locali e internazionali per i diritti umani denunciano la presenza di diciassette centri di detenzione per immigrati, gestiti oltre le loro capacità, dove la permanenza a volte si prolunga anche per anche più di un anno. Queste strutture sono sovraffollate e gravate da carenze di letti,  alimenti e vestiti  adeguati, acqua potabile, servizi medici e igienici.  Queste carenze favoriscono la diffusione di malattie infettive, anche gravi. Le autorità carcerarie permettono alle associazioni umanitarie di prestare assistenza ai detenuti, ma non permettono alle organizzazioni per i diritti dei detenuti di visitare le prigioni. All’interno delle strutture carcerarie, e in particolare in quelle gestite dalle forze di polizia, si registrano alcuni casi di morte sospetta di detenuti, dovuti a gravi abusi fisici.   

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La legge stabilisce sanzioni penali per i reati di corruzione nella pubblica amministrazione. Tuttavia, le autorità in generale si focalizzano sulla corruzione su piccola scala e i reati di basso livello. I mezzi d’informazione continuano a riferire di numerosi episodi di presunta corruzione del settore pubblico, contribuendo ad alimentare una diffusa percezione di corruzione all’interno dell’apparato dello stato.  

 

Dopo le elezioni generali, il primo ministro Najib ha creato una nuova posizione ministeriale incaricata della governance e dell’integrità dell’apparato dello stato, chiamando a coprire la carica  Paul Law, ex presidente di Transparency International.

 

La commissione anti corruzione della Malesia (MACC) è responsabile di condurre le inchieste e perseguire i casi di corruzione sia tra i soggetti privati che tra quelli pubblici.  Un controllore generale ha la responsabilità di effettuare il controllo sui conti dei governi dello stato federale, delle agenzie dello stato e delle altre autorità pubbliche. Nel corso del 2013, il MACC ha fatto arrestare centinaia di persone. Tuttavia, appare limitato il numero dei funzionari pubblici, in particolare dei membri delle forze di polizia e  delle figure politiche, soprattutto ad alto livello, che vengono inquisiti. 

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

La costituzione stabilisce la libertà di stampa e di parola, ma le autorità limitano la libertà di espressione, intimorendo i giornalisti e spingendoli ad auto-censurarsi. La stessa costituzione prevede si possano imporre per legge limitazioni alla libertà di parola “nell’interesse della sicurezza della federazione…o per l’ordine pubblico”. La legge elettorale riconosce come reato da parte dei candidati a ricoprire posizioni politiche il “promuovere sentimenti di cattiva volontà, discontento e ostilità”. I candidati che violano questa norma possono essere eliminati dalle liste elettorali. La legge sulla sedizione proibisce i commenti su questioni considerate sensibili, some ad esempio quelle raziali e religiose, o le critiche verso il re o i sultani.

 

La libertà di espressione trova limitazioni nella legge sulla sedizione, in quella sui segreti di stato, in quella sulle università e i college universitari, in quella sulla stampa e le pubblicazioni, in quella sulla diffamazione e altre. Nonostante questo, individui e partiti politici dell’opposizione, continuano con frequenza a criticare il governo in pubblico o in privato e sui mezzi di informazione online.

 

Il partito al governo controlla la maggioranza azionaria di due dei tre maggiori quotidiani del paese in lingua inglese e la maggior parte di quelli in lingua malese. Gli imprenditori legati al governo e ai partiti di governo posseggono il terzo principale quotidiano in lingua inglese, i quattro principali quotidiani in lingua cinese, la maggior parte delle radio e delle reti televisive del paese.

 

Il governo da parte sua esercita un controllo sulle notizie sia sulla carta stampata sulle reti radio-televisive, punendo i responsabili di “notizie calunniose”, e proibisce o limita le pubblicazioni ritenute una minaccia all’ordine pubblico, alla moralità o alla sicurezza nazionale. Ad esempio, nel dicembre 2013, il ministero degli interni ha temporaneamente decretato la sospensione del nuovo settimanale “The Heat”, dopo che questo aveva pubblicato un articolo che criticava le spese stravaganti del primo ministro Najib, di sua moglie, e dell’ufficio del primo ministro.  Anche le tipografie sono riluttanti a pubblicare notizie critiche verso il governo, per il timore di ritorsioni. Le autorità, inoltre, vessano i mezzi di informazione online critici verso il governo, i quali occasionalmente sono banditi dalla copertura di conferenze stampa dei partiti al governo.

 

In questo quadro, completato dalle leggi contro la diffamazione, il giornalismo investigativo è gravemente inibito ed esiste una forte spinta .

 

I mezzi radio-televisivi sono prevalentemente filogovernativi e le notizie che riguardano l’opposizione sono limitate e di parte. Le stazioni televisive censurano le programmazioni, in coerenza con le linee guida del governo.

 

Alla fine del 2013 , il sessantasette percento della popolazione malese utilizzava internet e il governo, in generale, adotta una politica di accesso libero e aperto,  anche se le autorità controllano i messaggi di posta elettronica e i contenuti dei blog considerati una minaccia alla sicurezza o all’ordine pubblico. Le leggi sulla diffamazione spingono verso una certa autocensura anche i bloggers e gli attivisti della società civile.

 

Durante la preparazione delle elezioni generali di maggio, alcuni mezzi di informazione indipendenti, quali il  Malaysian Insider e Malaysiakini, sono stati oggetto  di presunti attacchi via internet, tramite il filtraggio dei contenuti e il blocco dell’accesso ai contenuti dei loro siti web. Il Malaysiakini ha anche denunciato difficoltà di accesso al proprio sito web da parte di utenti dell’impresa di stato Telekom Malaysia Berhad.