Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il 28 agosto 2013, Ibrahim Boubacar Keita, del Rassemblement pour le Mali, ha vinto le elezioni presidenziali, giudicate dagli osservatori internazionali in gran parte  libere, corrette e trasparenti. L’elezione di Keita ha posto fine a un periodo di transizione di sedici mesi, seguito al colpo di stato militare del marzo 2012. Il 27 novembre 2013, il governo ha arrestato il generale Amadou Sanogo,  l’organizzatore del golpe, e posto l’esercito formalmente sotto controllo civile. Nel dicembre 2013 si sono tenute le elezioni legislative che, sebbene siano state caratterizzate da una bassa affluenza, hanno consolidato il successo del partito che sostiene l’attuale presidente in carica. 

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Anche dopo il ripristino di un governo civile democraticamente eletto, le autorità hanno limitato la libertà di riunione, particolarmente durante lo stato di emergenza, intervenendo anche con la forza per disperdere dimostrazioni pubbliche. Ad esempio, nel luglio 2013, la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere una dimostrazione di studenti all'Università di Bamako, causando il ferimento di numerose persone. Gli studenti protestavano contro lo sciopero indetto dal personale universitario per chiedere un aumento dei salari. Il governo democraticamente eletto ha comunque rispettato il diritto di associazione nel paese, a eccezione delle associazioni per i diritti degli omosessuali, vietate per legge.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


L’offensiva verso sud dei gruppi integralisti islamici, iniziata nel gennaio 2013, ha provocato una reazione militare francese a sostegno del governo del Mali, che ha portato alla quasi completa sconfitta di questi gruppi e alla fine della loro occupazione del nord del paese. Durante l’offensiva e nelle fasi successive, le truppe del governo del Mali si sono rese responsabili di numerose gravi violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile e dei prigionieri sospettati di far parte di gruppi ribelli. Da parte loro, anche i gruppi ribelli si sono resi responsabili di atti di brutalità, tra i quali violenze sessuali, esecuzioni sommarie, torture, e l’utilizzo di bambini soldato.

 

La sicurezza del paese ha continuato a essere  minata anche dal persistere di tensioni intercomunitarie, incertezze sullo status dei ribelli tuareg, attacchi da parte dei gruppi integralisti, divisioni interne all’apparato di difesa e la crescita dei reati nel paese. 

 

Le autorità stanno facendo poco per investigare gli abusi e chiederne conto alle forze di sicurezza implicate, sebbene nel gennaio 2014 la tribunale penale internazionale abbia aperto un fascicolo per investigare sugli abusi commessi nelle tre regioni settentrionali del paese.

 

I tuareg e gli arabi che vivevano a Bamako e in altre parti del Mali meridionale sono stati oggetto di aggressioni a sfondo etnico da parte della popolazione nera, sebbene la maggior parte di questi fossero contrari al separatismo tuareg e ai movimenti integralisti islamici e si fossero, in molti casi, stabiliti lì proprio per sfuggire alla guerra civile scoppiata nel nord del paese. Decine di tuareg che vivevano a Bamako hanno subito irruzioni nelle proprie case da parte delle truppe governative.

 

Un incidente particolarmente grave è accaduto l’8 settembre 2013, quando un gruppo di soldati maliani ha arrestato e giustiziato sedici predicatori mussulmani tablighi, indifesi, a Dogofry, nel Mali centrale, senza informare i propri comandi dell’accaduto.

                                          

Nel dicembre 2013, sono stati ritrovati i corpi di tre pastori fulani uccisi a Goundam, vicino a Timbuctù, e rinvenuti i corpi di sei cittadini di etnia araba che erano stati in precedenza probabilmente sequestrati dall’esercito maliano.

 

Il 19 gennaio 2014, Human Rights Watch ha riferito di altre violenze e uccisioni commesse dall’esercito, nel paese di Niono, nel Mali centrale, principalmente ai danni di Tuareg e arabi. Il 23 gennaio 2013, la BBC ha riferito che l’esercito del Mali aveva giustiziato sommariamente individui sospetti di far parte di gruppi ribelli. Alcuni di questi erano stati uccisi solo perché trovati sprovvisti di documenti o per la loro appartenenza etnica.

 

Durante la campagna militare per la riconquista della parte settentrionale del paese, i soldati maliani si sono resi responsabili di numerosi abusi ai danni della popolazione civile, in particolare, di persone sospettate di fare parte dei gruppi armati o di fiancheggiarli. Secondo Human Rights Watch, le esecuzioni sommarie accertate sarebbero state almeno ventisei, le sparizioni forzate di individui undici, e oltre cinquanta i casi di torture e maltrattamenti. I prigionieri sono stati gravemente percossi, presi a calci e strangolati; hanno subito bruciature con sigarette e accendini, sono stati obbligati a subire iniezioni e costretti a ingoiare sostanze irritanti, hanno subito soffocamenti in acqua e sono stati sottoposti a minacce di morte e finte esecuzioni. I maltrattamenti sono cessati quando i detenuti sono stati consegnati dai soldati ai gendarmi. La presenza di gendarmi, soldati francesi e di truppe dell’Africa Occidentale è, comunque, servita da deterrente nella limitazioni degli abusi più gravi.

 

Oltre all’esercito, anche i gruppi islamici e i ribelli tuareg hanno commesso gravissime violazioni dei diritti umani. Prima di essere scacciati dal paese, i combattenti dei gruppi islamici sono stati responsabili di numerose atrocità contro i prigionieri e la popolazione civile. Applicando la loro interpretazione della sharia, hanno punito con percosse, frustate e arresti arbitrari persone sorprese a fumare sigarette o consumare bevande alcoliche o che non rispettavano le regole sull’abbigliamento.

 

Nel gennaio 2013, gruppi armati integralisti hanno giustiziato almeno sette soldati del Mali. L’AQMI continua a tenere in ostaggio almeno sette cittadini stranieri, tra cui due francesi, un olandese, uno svedese, un sudafricano e tre algerini.  Il 10 marzo 2013, l’AQMI ha comunicato di avere giustiziato uno di questi, un cittadino francese, come rappresaglia per l’intervento militare francese in Mali.

 

Dall’1 al 2 giugno 2013, combattenti tuareg dell’MNLA, che controllavano parti della regione di Kidal, hanno arbitrariamente imprigionato un centinaio di persone, in maggioranza uomini appartenenti ad altri gruppi etnici. Gli uomini dell’MLNA hanno continuato a compiere rapine, minacciando e in molti casi picchiando le vittime. Il 2 novembre 2013, due giornalisti francesi sono stati rapiti nella roccaforte dell’MLNA di Kidal e successivamente giustiziati da uomini armati, probabilmente legati al gruppo armato integralista AQMI. Nel Settembre 2013, l’MNLA ha rilasciato una trentina di prigionieri tenuti da gruppi integralisti islamici a Kidal.

 

Nel febbraio 2014 sono, invece, stati rinvenuti i corpi di trentuno persone di etnia tuareg a Tamkoutat. L’MNLA ne ha rivendicato l’uccisione. Nel maggio 2014, a Kidal, l’MNLA, probabilmente sostenuto da gruppi armati jihadisti  ha sconfitto le forze governative, causando la morte di numerosi soldati e la cattura di ventisette di loro.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Il ristabilimento della legalità nel nord del paese è compromesso dal lento ripristino del potere giudiziario e del servizio di polizia. Lo stanziamento di risorse inadeguate continua comunque a limitare il rispetto delle procedure giudiziarie in tutto il paese.  La corruzione, endemica a tutti i livelli dell’apparato statale, impedisce ai cittadini l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione di base.

I mandati giudiziari sono obbligatori per effettuare arresti, tuttavia la polizia non sempre segue le procedure correttamente. Inoltre, prima del ristabilimento del controllo governativo nel nord del paese, alcune unità delle forze armate si sono rese responsabili dell’arresto arbitrario di persone sospettate di avere legami con i gruppi ribelli, spesso senza prove o mandati. Le leggi del paese stabiliscono che le persone fermate siano formalmente denunciate o rilasciate entro quarantotto ore; e che, se denunciate formalmente, siano trasferite dalle stazioni di polizia a strutture penitenziarie entro settantadue ore. Tuttavia, a volte, le autorità trattengono i sospetti per periodi più lunghi. La magistratura può concedere il rilascio temporaneo su cauzione e la libertà condizionata, soprattutto per reati minori.

Da un punto di vista legale, i detenuti in attesa di giudizio hanno diritto a un avvocato di loro scelta o a uno d'ufficio, se indigenti. Tuttavia, la carenza di avvocati fuori dai centri urbani di Bamako e Mopi, spesso inficia l’esercizio di tale diritto.  

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di detenzione sono estremamente dure e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti. Escludendo gli istituti penitenziari delle tre regioni del nord del paese, nel 2013 la popolazione carceraria contava 4.963 prigionieri, tra I quali 2.492 in attesa di giudizio. Il sovraffollamento è uno dei problemi principali. A Bamako uomini e donne sono tenuti in carceri separate, mentre i detenuti minorenni sono alloggiati nel carcere femminile. Fuori dalla capitale, uomini, donne e minorenni sono tenuti nella stessa struttura, ma in celle separate. I detenuti in attesa di giudizio sono alloggiati insieme a quelli già condannati.  Le condizioni di detenzione all'interno degli istituti penitenziari sono migliori per le donne che per gli uomini. Il vitto, quando fornito, è insufficiente, sia in termini quantitativi che qualitativi, così come i servizi medici. Uno dei problemi principali per i detenuti è la carenza di servizi igienici adeguati. Semplici buchi nel pavimento fungono da gabinetto. Solo i prigionieri tenuti a Bamako hanno accesso ad acqua potabile, mentre l’aerazione, l'illuminazione e le temperature interne delle prigioni sono comparabili a quelle di molti alloggi nei quartieri poveri delle città.

 

Gli individui fermati dalla polizia possono essere trattenuti fino a settantadue ore all'interno delle stazioni di polizia dove non ci sono aree separate per uomini e donne.

 

Le uniche informazioni sui decessi nelle prigioni del paese, che appaiono comunque sporadici, sono fornite da associazioni locali. Ad esempio, nell'aprile 2013, cinque tuareg sospettati di avere legami con il MUJAO sono morti all'interno dell'istituto penitenziario centrale di Bamako. Secondo le informazioni fornite da associazioni locali, gli uomini erano stati feriti al momento della loro cattura da parte  dalle forze governative. Tuttavia, una volta catturati, sarebbe stato loro negato un trattamento medico e sarebbero stati rinchiusi in piccole celle sovraffollate.

 

I detenuti hanno normalmente la possibilità di incontrare i propri parenti, ad eccezione degli ex militari e i poliziotti detenuti in isolamento presso la caserma militare di Kati.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

Le leggi del paese stabiliscono condanne penali per i reati di corruzione nella pubblica amministrazione. Tuttavia, questi hanno continuato ad avere luogo a tutti i livelli, favoriti da un contesto di impunità. La corruzione nella magistratura, minata da una cronica scarsità di capacità e risorse, è estremamente diffusa. Tangenti e corruzione impediscono ai cittadini l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione di base.

 

La polizia e la gendarmeria continuano a rendersi  responsabili di atti di corruzione, tra i quali la richiesta di tangenti. Ci sono stati numerosi rapporti di rapine a motociclisti da parte di agenti di polizia o persone vestite come tali, in orari notturni e in luoghi isolati.

 

Nel gennaio 2013, Ibrahim Oumar Toure e sette alti ufficiali coinvolti in un caso di appropriazione indebita di milioni di dollari provenienti dal Global Fund to Fight HIV risalente al 2011, sono stati non colpevoli dichiarati da un tribunale.

 

In Mali esiste un’entità specializzata nella lotta alla corruzione: l'Anticorruption Agency (CASCA) e un ufficio indipendente del controllore dei conti generale (VEGAL). Il CASCA supervisiona diverse unità più piccole anti corruzione, operanti all'interno dei vari ministeri, e risponde direttamente alla presidenza.

 

Nel nord del paese, il ristabilimento della legalità è stato compromesso dal lento ripristino del potere giudiziario e del servizio di polizia.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Durante il governo ad interim, le autorità del Mali hanno continuato a limitare il diritto di parola e di stampa  sequestrando, detenendo illegalmente e aggredendo fisicamente giornalisti. Nel febbraio 2013, le forze di sicurezza hanno arrestato per molte ore numerosi giornalisti stranieri a Bamako, aggredendone uno e sequestrando la sua macchina fotografica.

 

All'inizio del 2013, il governo ad interim ha chiesto ai giornalisti di non scrivere o trasmettere storie su argomenti sensibili che avrebbero potuto minare la sicurezza nazionale e di “agire responsabilmente”, sostenendo i militari.  I giornalisti hanno, comunque, avuto difficoltà ad accedere alle informazioni che i militari consideravano sensibili.

 

Sotto il nuovo governo democraticamente eletto, all'inizio di dicembre 2013, un giornalista dell'Associated Press ha riferito della scoperta vicino a Timbuctù dei cadaveri di sei persone presumibilmente uccise da elementi delle forze armate.  Dopo la pubblicazione dell'articolo, l'ufficio dell'Associated Press in Mali ha ricevuto una minaccia telefonica da persone che si sono qualificate come funzionari governativi. Due siti web di notizie maliani hanno denunciato di avere ricevuto simili telefonate che li minacciavano di chiusura se non avessero rimosso il link alla storia dell'Associated Press.

 

Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nel gennaio 2013, i mezzi d’informazione hanno aumentato l'autocensura.  La radio e la televisione nazionale hanno sospeso i programmi di intrattenimento  e trasmesso programmi che lodavano le forze governative. Africable, una rete televisiva privata via cavo, ha sospeso la programmazione di numerosi programmi, riattivandoli solo nel luglio 2013, dopo la cessazione dello stato di emergenza.

 

Le stazioni radiofoniche in FM private hanno sospeso alcuni dei loro programmi, mentre altre hanno dato istruzioni al personale ad agire in maniera responsabile nel trattare argomenti sensibili. Durante lo stato di emergenza, nel marzo 2013, le forze di sicurezza hanno imprigionato Boukary Daou, direttore del quotidiano Le Republicain, dopo che il suo giornale aveva pubblicato un articolo che criticava un annunciato aumento salariale per il leader del golpe Sanogo. Daou è stato obbligato a passare due mesi in carcere prima che un tribunale ne decidesse la sua scarcerazione, dichiarandolo non colpevole per le accuse di incitamento alla disobbedienza.