Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

I cittadini del Marocco hanno continuato a non poter cambiare le disposizioni costituzionali che istituiscono la struttura monarchica del governo del paese. Le leggi del paese garantiscono loro la possibilità di scegliere i propri rappresentanti in parlamento e nei consigli municipali, mentre la camera dei consiglieri e i consigli regionali sono eletti indirettamente attraverso rappresentanti. Il re può sciogliere il parlamento in consultazione con il capo del governo, da lui stesso nominato, e presiede direttamente il consiglio dei ministri, anche se può delegare a tale compito il capo del governo. La nuova costituzione del 2011 non ha chiarito la relazione tra l’autorità decisionale del primo ministro e quella del parlamento.

 

Le questioni legate alla sicurezza, alla politica strategica e alla religione sono di competenza del re, il quale presiedere il consiglio supremo di sicurezza e il consiglio degli ulema (consiglio degli scolari religiosi anziani). La nuova costituzione obbliga, comunque, il re a scegliere il primo ministro in seno al partito di maggioranza della camera dei rappresentanti, e non, come avveniva in passato, a piacimento. La nuova costituzione autorizza, inoltre, il primo ministro a scegliere gli altri ministri del governo, sebbene il re mantenga il diritto di rimuoverli. I consiglieri reali hanno continuato a lavorare insieme ai ministri con un coordinamento dei ruoli poco definito. La costituzione può essere modificata solo tramite referendum popolare e approvazione del re o quando il re, di sua iniziativa, sottopone un cambiamento alle camere del parlamento.

 

La grande maggioranza degli osservatori nazionali (circa 3.500) e internazionali (circa 300) hanno, comunque, giudicato le ultime elezioni del paese, le legislative del 2011, credibili e abbastanza esenti da irregolarità. Il partito islamico per la giustizia e lo sviluppo (PJD) si è confermato il primo partito del paese, con il 27,08 percento dei voti, e ha conquistato 107 dei 395 seggi  in parlamento. Conformemente al suo mandato costituzionale, il re ha conferito l’incarico di formare il nuovo governo di coalizione al PJD. Tuttavia, la partecipazione al voto è stata piuttosto bassa, pari a circa il 45 percento degli elettori registrati. Durante le elezioni i partiti politici hanno subito meno restrizioni e il ministero dell’interno ha emanato nuove leggi per facilitare l’iscrizione dei partiti. 

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Le associazioni della società civile denunciano l’uso di ritardi amministrativi e altri metodi per scoraggiare manifestazioni pacifiche non gradite, così come l’eccessivo uso della forza per disperdere le manifestazioni non autorizzate. Da quando le proteste popolari si sono diffuse nel paese, nel febbraio 2011, hanno continuato ad avere luogo manifestazioni e raduni di piazza per chiedere riforme politiche e contestare l’operato delle autorità. Sebbene le autorità abbiano tollerato la maggior parte delle proteste dei laureati, dei disoccupati e dei sindacati, anche se non autorizzate,  alcune manifestazioni sono degenerate in violenti scontri tra polizia e dimostranti. Ad esempio, nell’agosto 2013 le forze di sicurezza hanno usato la violenza per disperdere una protesta contro la concessione di un’amnistia reale a un condannato per atti di pedofilia. Le percosse della polizia contro i manifestanti sono state riprese dai mezzi d’informazione.

 

Nel Sahara Occidentale, le forze di sicurezza reprimono ogni riunione pubblica considerata ostile alla sovranità del Marocco. Il 4 maggio 2013, le autorità hanno eccezionalmente permesso una grande dimostrazione in favore dell’autodeterminazione, ma ne hanno represso con la violenza numerose altre, tra cui quelle tenutesi a El-Ayoun il 23 marzo, 29 aprile e 19 ottobre 2013. Il 10 dicembre 2013, la polizia ha disperso a El-Ayoun anche una manifestazione non autorizzata di protesta contro l’approvazione di un nuovo protocollo sulla pesca tra Marocco e Unione Europea.  Il 15 febbraio 2014, sempre a El-Ayoun, le forze di sicurezza marocchine hanno disperso violentemente una marcia di persone che cantavano slogan per chiedere libertà, l’autodeterminazione e l’estensione dell’attuale mandato della forza di pace delle Nazioni Unite (MINURSO) in modo da includervi anche il monitoraggio dei diritti umani.

 

La nuova costituzione del 2011 sancisce la libertà di creare associazioni, tuttavia le autorità hanno continuato a imporre limitazioni, non riconoscendo numerosi gruppi di opposizione politica. Il ministero degli interni richiede alle associazioni di registrarsi, tuttavia non esiste un registro nazionale pubblico. Il governo nega un riconoscimento ufficiale alle associazioni contrarie all’istituzione monarchica, l’islam o l’integrità territoriale (compreso il Sahara Occidentale). Molte organizzazioni, pur avendo fatto richiesta di registrazione, non ottengono risposta e continuano a operare nella non legalità, anche se sono in genere tollerate dal governo. Le organizzazioni non riconosciute non possono ottenere fondi dal governo o accettare contributi da terzi. Tra le organizzazioni non ufficialmente riconosciute vi è l’ASVDH, l’organizzazione per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. Infine, Il governo ha continuato a non riconoscere al-Adl wal-Ihsan, un movimento religioso radicato in tutto il paese che chiede la costituzione di uno stato islamico e non riconosce l’autorità spirituale del re. Tuttavia, le autorità hanno tollerato molte delle sue attività, impedendone solo alcune.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Sebbene non si registrino sparizioni di individui compiute dalle autorità, nel 2013 si è registrato almeno un caso di presunto omicidio arbitrario compiuto dalle forze di sicurezza ai danni di Toussaint-Alex Mianzoukouta, un cittadino congolese deceduto sei giorni dopo essere  stato spinto fuori dal furgone nel quale veniva trasportato al confine con l’Algeria. Le autorità non sembrano avere aperto alcuna inchiesta sul caso.

 

La legislazione marocchina non riconosce il concetto di prigioniero politico, ma secondo le associazioni della società civile ve ne sarebbero decine. Diverse associazioni - tra le quali quella per i diritti umani, AMDH, le organizzazioni dei sahrawi e i gruppi di attivisti amazigh (berberi) - hanno denunciato l’arresto di individui per le loro attività o opinioni politiche, sebbene utilizzando altri tipi di accuse di reato.  Il codice penale del paese riconosce come reati l’intonazione di canti che costituiscono un insulto per le forze dell’ordine o la “diffamazione dei valori sacri del Marocco”, tramite accuse al re e allo stato, durante dimostrazioni pubbliche. Nel marzo 2013, il cantante rap Mouad Belghouat è stato rilasciato dopo aver scontato una pena detentiva di anno per “oltraggio a pubblico ufficiale” nel suo video musicale intitolato “Cani di stato”.

 

Mentre I tribunali marocchini continuano a comminare pene capitali, le autorità mantengono dai primi anni novanta una moratoria de facto  sulla loro esecuzione.

 

Sebbene la legge proibisca la tortura, secondo le denunce di numerose associazioni locali vi sono stati numerosi casi di torture e trattamento crudele e degradante ai danni di persone detenute. I prigionieri sono percossi con bastoni e tubi, sospesi alle porte per i polsi con le manette, bastonati sulle piante dei piedi, schiaffeggiati, punti con aghi, ustionati, presi a calci,  denudati e insultati. La legge contro la tortura obbliga i giudici a sottoporre a visita medica il detenuto, a richiesta dello stesso o del suo avvocato o del giudice, se esiste un sospetto di tortura. Tuttavia, le associazioni sui diritti umani e i mezzi d’informazione denunciano casi in cui le autorità non applicano queste disposizioni. Nessun funzionario pubblico è stato incriminato o punito per avere praticato la tortura.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

I tribunali non rispettano il diritto degli imputati ad avere processi corretti nei casi di natura politica e relativi alla sicurezza dello stato. In alcuni casi hanno mancato di ordinare esami clinici che potessero sostenere le accuse di tortura da parte degli imputati, di convocare testimoni che potessero scagionarli e li hanno condannati sulla base di confessioni probabilmente estorte.   Nel febbraio 2013, un tribunale militare ha condannato a pene detentive venticinque persone appartenenti al gruppo etnico sahrawi, nove delle quali all’ergastolo, in processi giudicati non corretti e celebrati dopo periodi di carcerazione preventiva che sono arrivati ai ventisei mesi.  Durante questi processi, la magistratura non ha investigato le accuse di tortura avanzate dagli imputati, e ha basato le sentenze solo sulle dichiarazioni di colpevolezza da loro firmate. Questi sono solo alcuni esempi dei molti processi ingiusti e motivati da ragioni politiche avvenuti nel paese.

 

La polizia può arrestare un individuo solo dopo che un magistrato inquirente abbia emesso un mandato scritto o verbale. Tuttavia, la legge non permette alle persone in stato di fermo di comunicare con il proprio avvocato o con i propri famigliari per quarantotto ore, che diventano novantasei per i reati di terrorismo. E’ in questo periodo, quando la polizia interroga i detenuti, che è più probabile che accadano abusi e torture. Un magistrato può estendere la detenzione per altre due volte, con dichiarazione scritta, per un periodo di detenzione complessiva fino a dodici giorni. Inoltre le autorità possono impedire il contatto tra il detenuto e il suo avvocato per altri due giorni, oltre a quello iniziale.

Sebbene, passato il periodo di isolamento, la legge obblighi le forze di polizia ad informare il parente più prossimo del detenuto non appena possibile, la polizia non sempre

svolge questo compito ligiamente, causando ritardi  anche nell’informazione dell’avvocato difensore.

 

Alcuni giudici non sono a conoscenza delle disposizioni di legge sulla scarcerazione provvisoria e sulla possibilità di comminare pene alternative e le autorità non sempre forniscono agli imputati indigenti un efficace servizio di avvocatura d’ufficio.

 

Sebbene i detenuti in attesa di giudizio debbano essere sottoposti a processo entro due mesi, i magistrati possono chiedere fino a cinque rinnovi bimestrali consecutivi di custodia cautelare in carcere. Un detenuto in attesa di giudizio può quindi rimanere in carcere fino a un anno. 

 

III)            Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di vita dei detenuti negli istituti penitenziari del Marocco sono precarie e non conformi agli standard internazionali. Le prigioni sono solitamente sovraffollate, con scarsa igiene e vitto inadeguato. I detenuti in attesa di giudizio sono tenuti insieme a quelli già condannati.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La corruzione nel settore pubblico costituisce un grave problema, in particolare per quanto riguarda la polizia, la magistratura e il potere legislativo. Solo occasionalmente le autorità hanno punito i responsabili. Ad esempio, nel luglio 2013, un tribunale ha condannato a cinque anni di prigione il direttore generale dell’ufficio nazionale degli aeroporti per appropriazione indebita.

 

La commissione centrale per la prevenzione della corruzione (ICPC) è l’organo responsabile per combattere la corruzione nel paese, ma manca di sufficienti poteri per farlo. L’ICPC riceve poche denunce l’anno, cosa che i funzionari attribuiscono alla carenza di norme a protezione degli individui che denunciano i casi e dei testimoni. 

Oltre all’ICPC, anche il ministero della giustizia e il tribunale per la rendicontazione dello stato hanno giurisdizione sulle questioni che riguardano la corruzione, ma non risulta che perseguano casi di alto profilo.   

 

Per quanto riguarda il sistema giudiziario, lo stesso re, che ha ne chiesto la riforma sin dal 2009, ha riconosciuto la sua carenza di indipendenza e suscettibilità ad essere influenzato. Diversi magistrati di Kenitra, Taza, Meknes e Inezgane sono stati condannati a pene detentive, per atti di corruzione. Nelle forze di polizia la corruzione è particolarmente pervasiva e caratterizzata da un elevato livello d’impunità.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Le libertà di parola e di stampa sono garantite per legge. Tuttavia, il governo continua a limitare la libertà di espressione, soprattutto a mezzo stampa e sui social media. La stampa indipendente e i mezzi d’informazione online continuano a investigare e criticare il governo e le sue politiche, andando però incontro a persecuzioni di natura legale e vessazioni da parte delle autorità non appena superano determinati limiti.

 

Le leggi sulla stampa stabiliscono pene detentive per il reato di diffusione di informazioni false suscettibili di perturbare l’ordine pubblico o diffamazione. Questo dà alle autorità un ampio margine per intervenire con mezzi legali per reprimere i giornalisti e i mezzi d’informazione.

 

La televisione di stato del Marocco continua a fornire alcuni spazi di dibattito e d’inchiesta investigativa, ma non alle critiche dirette o al dissenso verso il governo su questioni chiave. Nel 2013, le autorità hanno permesso ad Al Jazeera di rispristinare le sue attività in Marocco, dopo l’ interruzione decretata nel 2010, a causa della sua copertura della disputa sul Sahara Occidentale.

 

Nel settembre 2013, le autorità hanno arrestato Alì Anouzla, il direttore del sito di notizie indipendente Lakome.com, a causa di un articolo che forniva un link a un video per il reclutamento di militanti islamici che criticava il re  Mohammed VI. Il giornalista è stato in seguito rilasciato nell’ottobre 2013. Alcuni giorni prima del rilascio, Anouzla aveva firmato un documento inoltrato dal suo avvocato al magistrato inquirente in chiedeva la sospensione di Lakome.com. Al maggio 2014, il giornalista risultava ancora sotto processo con l’accusa di avere fornito sostegno materiale, difesa e incitamento ad atti di terrorismo. 

 

Oltre alla legge anti terrorismo, anche il codice per la stampa contiene norme che permettono al governo di comminare pene detentive e multe nei confronti di giornalisti e direttori che violano le norme sulla diffamazione e l’oltraggio. Di conseguenza, per non incappare nelle maglie della giustizia, gran parte dei giornalisti finisce per adottare forme di autocensura sui temi considerati sensibili dal governo.  

 

Nel giugno 2013, Youssef Djijili, direttore della rivista Al’an, è stato multato e condannato a due mesi di prigionia, con sospensione della pena, per avere pubblicato un articolo su Abdelkader Amara, ministro del commercio. Abdessamad Haydour, uno studente condannato nel febbraio del 2012 a tre anni di carcere per avere insultato il re chiamandolo “cane”, “assassino” e “dittatore” in un video su youtube, rimane in carcere.

 

Le autorità hanno continuato a molestare e intimorire i giornalisti, anche con tentativi di screditarli, diffondendo pettegolezzi sulla loro vita privata e attraverso persecuzioni mirate da parte della magistratura. Le autorità marocchine raramente adottano forme di censura come strumento di controllo delle informazioni, preferendo piuttosto coinvolgere i responsabili delle pubblicazioni sgradite al governo in cause legali, con l’obiettivo di creare loro problemi di natura finanziaria. Inoltre, le testate giornalistiche e le reti televisive devono ottenere un permesso per operare. Il governo ha il potere di negare o revocare tali permessi, così come quello di sospendere o confiscare le pubblicazioni cartacee.

 

La legge antiterrorismo in vigore nel paese stabilisce pene detentive per i giornalisti e il filtraggio dei siti web ritenuti responsabili di “perturbare l’ordine pubblico tramite intimidazione, terrore o violenza”. Nel luglio 2013, la magistratura ha condannato a quattro anni di prigione un giornalista e attivista per i diritti umani, Mostafa al-Hesnawi, con l’accusa di aver “creato un’organizzazione terrorista per minacciare la sicurezza nazionale e la stabilità”. Nell’ottobre 2013, il tribunale di Rabat ha ridotto in appello la sua condanna a tre anni. Il giornalista aveva accusato le autorità di utilizzare la legge anti terrorismo contro individui non coinvolti in attività terroristiche.