Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

La costituzione garantisce ancora insufficienti diritti ai cittadini di poter cambiare il proprio governo tramite elezioni democratiche. Infatti, riserva un quarto di tutti i seggi nel parlamento nazionale e in quelli regionali a militari in servizio attivo, scelti a nomina; e prevede che i militari assumano il potere a tempo indeterminato in tutte le branche dello stato, qualora il presidente, che deve avere a sua volta un trascorso militare, dichiari lo stato di emergenza. L’emendamento delle disposizioni costituzionali richiede oltre il settantacinque percento dei voti in parlamento. Tuttavia, poiché i militari controllano il venticinque percento dei seggi, questo da loro un potere di veto su qualsiasi possibile emendamento costituzionale.     

 

Nell’aprile 2012, il paese ha tenuto elezioni intermedie per il rinnovo di quarantacinque dei 664 seggi del parlamento, le prime giudicate dagli osservatori internazionali libere e corrette. La National League for Democracy (NLD), il principale partito dell’opposizione, guidato da Aung San Suu Kyi, ne ha conquistati quarantatré. Nel 2010 il paese aveva tenuto le sue prime elezioni nazionali negli ultimi venti anni, giudicate però dalla comunità internazionale né libere né corrette.

 

Nel dicembre 2013, l’NLD  ha annunciato che avrebbe partecipato alle elezioni generali del 2015 anche se non fosse stata rimossa la controversa norma costituzionale che non permette agli individui i cui coniugi o figli siano cittadini di un paese straniero di diventare presidente o vice presidente della repubblica, norma che impedisce alla leader dell’NLD, Aung San Suu Kyi, di presentarsi come candidata alla presidenza.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Le autorità spesso non rispettano il diritto alla libertà di riunione, che sarebbe invece garantito dalla costituzione, sebbene con sostanziali limitazioni. Un’ordinanza del governo in forza da diverso tempo ha, infatti, continuato  a proibire assemblee non autorizzate con cinque o più partecipanti. L’ordinanza confligge direttamente con una legge del 2011 sulla riunione pacifica, che permette a gruppi fino a 200 persone di dimostrare pubblicamente, previa approvazione scritta da parte delle autorità.

 

Le autorità hanno continuato a dare il loro permesso a un certo numero di riunioni e processioni in tutto il paese, compresa una protesta di circa cento lavoratori della fabbrica di immagazzinamento a freddo Hone Shin, avvenuta davanti al comune di Rangoon. Le autorità locali, inoltre, hanno collaborato con successo con esponenti di una conosciuta organizzazione della società civile e con un membro del parlamento regionale per risolvere la protesta in modo pacifico e senza arresti o incarcerazioni.

 

I cittadini e le organizzazioni internazionali della società civile hanno continuato a contestare le disposizioni della legge sulle proteste pacifiche, che istituisce i reati di “discorso contenente false informazioni”, “dire qualsiasi cosa che possa minare lo stato”, o “fare qualsiasi cosa che possa causare paura o recare disturbo al pubblico, o bloccare strade e veicoli.”  Tale legge stabilisce inoltre multe e pene detentive fino a due anni per ciascuna contestazione pubblica in ogni sottodivisione in cui i contestatori si spostano.

 

Questa legge comporta il rischio di pene detentive potenzialmente della durata di svariati anni per la partecipazione a dimostrazioni pacifiche. Ad esempio, nel luglio 2013, le autorità hanno condannato a undici anni e sei di reclusione mesi l’attivista Aung Soe, per undici diversi reati – tra i quali la violazione della legge sulle proteste pacifiche – derivanti dalle sue proteste contro il progetto minerario di estrazione di rame a Letpadaung Taung. Tuttavia, l’attivista è stato rilasciato solo quattro mesi dopo, in seguito ad un’amnistia concessa ai prigionieri politici.

 

Nel luglio  2013, un amministratore del sotto distretto di Bahan, a Rangoon, ha ordinato al proprietario del ristorante e della sala riunioni Royal Rose, un popolare luogo di incontri di natura politica, di chiedere il permesso alle autorità con venti giorni di anticipo per affittare lo spazio a organizzazioni  che tengano incontri politici di qualsiasi natura; e nell’agosto il governo divisionale di Rangoon  ha esteso tale imposizione  ad altri luoghi pubblici della sottodivisione di Bahan.

 

Le associazioni per i diritti umani hanno denunciato l’arresto di gruppi di contadini e loro sostenitori durante dimostrazioni contro la confisca di terreni, durante le quali i terreni vengono occupati e spesso arati. Molti casi riguardano terreni sequestrati dall’esercito durante l’ex regime militare e dati a imprese private o individui legati ai militari. Dimostranti pacifici sono stati condannati per il reato di “sconfinamento”, la violazione della sezione 18 della legge sulla riunione pacifica e sulle processioni, e la violazione della sezione 505(b) del codice penale, che considera reato le azioni considerate suscettibili di causare “un reato contro lo stato o contro la tranquillità pubblica”.

 

La costituzione e le altre leggi del paese permettono ai cittadini di formare associazioni e organizzazioni, ma il governo occasionalmente limita tale diritto, impedendo le attività delle associazioni per l’insegnamento delle lingue e della letteratura delle minoranze etnico-linguistiche, delle associazioni islamiche e cristiane e di altre organizzazioni. Le autorità hanno inoltre continuato a negare la registrazione a molte associazioni. Tuttavia, contrariamente al passato, un crescente numero di organizzazioni della società civile, organizzazioni comunitarie e reti informali hanno potuto operare apertamente. Molti gruppi hanno avuto maggiori possibilità di discutere più apertamente argomenti una volta considerati troppo sensibili, come ad esempio i diritti umani, anche con un ampio pubblico.

 

Nel marzo 2014, negoziatori del governo e rappresentanti dei gruppi armati di opposizione si sono incontrati a Rangoon, raggiungendo un accordo per lavorare su un testo di cessate il fuoco tra le parti. Le parti hanno creato un gruppo di lavoro congiunto formato da diciotto membri, nove in rappresentanza di tutti i gruppi etnici armati, e nove in rappresentanza dello stato (tre per l’esecutivo, tre per il legislativo e tre per i militari).

 

L’NLD e l’associazione generazione ottantotto hanno tenuto nella prima parte del 2014 una serie di raduni in tutto il paese per promuovere cambiamenti costituzionali. Il 23 luglio,  Aung San Suu Kyi ha annunciato che si aspettava di raccogliere dieci milioni di firme per una petizione che avrebbe chiesto al governo di togliere ai militari la capacità di imporre veti sui cambiamenti costituzionali, mentre parte del suo partito ha continuato a promuovere l’emendamento all’articolo della costituzione, che impedisce a   Suu Kyi di essere eletta presidente del paese.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Contrariamente agli anni passati, non si registrano sparizioni forzate di cittadini, fatta eccezione per gli stati di Kachin e Rahkine, caratterizzati al loro interno dalla presenza di conflitti. Il governo ha rilasciato alcuni prigionieri politici, ma continua a riarrestare alcuni di quelli in precedenza rilasciati e ad arrestarne di nuovi. Il 2 gennaio 2014, il presidente Thein Sein ha emanato un indulto generale, che ha portato al rilascio di ben 13.274 detenuti, compresi alcuni prigionieri politici. Tuttavia, si stima che trentatré prigionieri politici continuino a rimanere incarcerati, senza contare altre centinaia di detenuti politici nello stato di Rahkine.

 

Molti prigionieri politici rilasciati dalle autorità subiscono notevoli restrizioni alla loro libertà, compresa l’impossibilità di riprendere gli studi iniziati prima dell’arresto, ottenere documenti di viaggio e altri documenti accertanti l’identità e la proprietà sulla terra. Alcuni rischiano di scontare tutta la pena se riarrestati per qualsiasi ragione, sia essa in relazione ad un’attività politica o meno. Nel maggio 2013 le autorità hanno riarrestato  l’ex prigioniero politico  Nay Myo Zin, revocando l’indulto presidenziale nei suoi confronti e riapplicando la sua pena detentiva. Tuttavia, a seguito di forti contestazioni, l’uomo è stato rilasciato. Dopo questo incidente, il presidente Thein Sein ha chiesto che le autorità non riapplicare le pene detentive e non risulta che si siano verificati altri casi simili. 

 

Nel gennaio 2013, il governo ha revocato la legge SPDC N°5/96, una delle leggi utilizzate dalle precedenti amministrazioni per arrestare e detenere attivisti politici.

 

Nel novembre 2013, il governo ha anche rilasciato, insieme ad altri prigionieri politici,  Go Pian Sing,  membro della minoranza etnica Chin e cristiano praticante, sequestrato e torturato in diverse occasioni dall’esercito nel 2009 e condannato nel 2010 a quindici anni di detenzione per avere condiviso informazioni  con mezzi di informazione stranieri  sui legami militari del governo con la Corea del Nord.

 

Si continuano a registrare uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza, anche non in relazione al conflitto interno. Questa situazione è aggravata dal fatto che non esiste alcun meccanismo d’inchiesta sugli abusi delle forze di sicurezza. Ad esempio, nell’aprile 2013 a Pyay, nella divisione di Bago, tre soldati di stanza alla caserma del settantacinquesimo battaglione hanno aggredito una giovane coppia seduta sulla riva di un fiume. I soldati hanno strangolato la ragazza, fino a causarle la perdita di conoscenza, rubandole un anello.  Il corpo del suo compagno è stato in seguito rinvenuto nel fiume. Nonostante le indagini della polizia e una corte marziale che chiamava in causa i tre soldati, il Colonnello Thet Tun, il ministro per gli affari di confine del governo regionale di Bago, ha negato il coinvolgimento dei tre soldati e si è rifiutato di farli giudicare da un tribunale civile.

 

ebbene la legge proibisca la tortura, questa continua a essere praticata, insieme ad altri abusi, dalle forze di sicurezza ai danni di prigionieri, detenuti e altri cittadini e individui privi di documenti, anche in contesti non in relazione al conflitto interno (vedere abusi relativi al conflitto nel paese in fondo alla sezione).

Nell’aprile 2013, ad esempio, nello stato di Mon, la polizia ha arrestato un ragazzo di quindici anni e un altro giovane, sospettati di avere avuto un precedente alterco con la polizia.  Una volta arrestato, il ragazzo è stato sottoposto a una serie di percosse sul volto e sul resto del corpo e gli sono stati strappati i capelli allo scopo di estorcergli una confessione.

 

Le forze di sicurezza sottopongono i detenuti a interrogatori estremamente duri allo scopo di intimorirli e disorientarli, sottoponendoli a percosse e a privazione di cibo, acqua e sonno. Le autorità non sembrano però più utilizzare le bruciature e la tortura dell’acqua, almeno come pratica comune, sebbene si sia registrato almeno un caso di tortura di quest’ultimo tipo, nello stato di Kachin, durante una carcerazione durata dal 2012 al 2013. Non si registrano, invece, casi di stupro o abusi sessuali contro prigionieri politici. Come negli anni precedenti, le autorità hanno continuato a non investigare o a investigare in modo insufficiente gli abusi perpetrati dalle forze di sicurezza e a non punire i responsabili.

 

Nell’ambito dei conflitti armati di natura etnico-religiosa presenti nel paese, con l’eccezione del Kachin e parti dello stato dello Shan, le forze governative sono state coinvolte in violenze e abusi sistematici contro la popolazione civile nelle zone di confine popolate dalle minoranze etniche. Tuttavia, le violenze sembrano in netta diminuzione rispetto agli anni precedenti.

 

Molti osservatori imputano la riduzione della violenza alla firma di accordi per il cessate il fuoco con i gruppi armati antigovernativi. Il governo ha infatti firmato tregue con tutti i principali gruppi armati, con la sola eccezione dell’esercito per l’indipendenza del Kachin (KIA). Tuttavia, Il governo e l’organizzazione per l’Indipendenza del Kachin (KIO), il braccio politico del KIA, hanno tenuto negoziati nel maggio e nell’ottobre 2013 e raggiunto un accordo per impegnarsi nella riduzione delle truppe, lo stabilimento di un sistema di monitoraggio della tregua congiunto e il ritorno e il ristabilimento delle persone sfollate internamente a causa del conflitto.  

 

Malgrado l’accordo per una tregua nello stato di Shan e i negoziati nello stato di Kachin, i livelli di tensione sono rimasti alti e scontri sporadici hanno comunque continuato ad avere luogo tra le forze armate governative e i vari gruppi armati.  Gli scontri tra il KIA e l’esercito birmano  si sono intensificati a partire dall’ottobre del 2013. L’esercito ha continuato a far stazionare truppe nella maggior parte delle aree popolate dalle minoranze etniche e a controllare diverse città, paesi  e vie di comunicazione. Nelle zone di conflitto si sono, inoltre, continuati a registrare gravi  casi violenze da parte delle truppe governative, consistenti in uccisioni, percosse, torture, utilizzo di lavoro forzato, sgomberi forzosi di popolazioni e stupri di donne appartenenti a minoranze etniche negli stati di Shan, Kachin, Mon e Karen. Ad esempio, nell’agosto 2013, soldati governativi hanno arrestato dieci uomini sospettati di sostenere il KIA nel villaggio di Nhka Ga, nello stato di Kachin. Gli uomini sono stati legati e appesi per i piedi e picchiati durante un interrogatorio che ha avuto luogo all’interno di una chiesa. Due di loro sono morti a causa delle percosse, mentre agli altri sono state negate le cure mediche.

 

Un uso indiscriminato della forza ha causato la morte di civili. Ad esempio, nello stato di Kachin, a causa dei combattimenti avvenuti nel gennaio 2013 tra le truppe governative e il KIA intorno alla base di quest’ultimo a Laiza, sono morti tre civili, e altri sei sono rimasti feriti.

 

Nel novembre 2013, una larga parte dei gruppi armati di matrice etnica si sono riuniti in un incontro storico per discutere una tregua in tutto il paese e promuovere un processo di dialogo politico. Il governo ha permesso ai loro leader di viaggiare liberamente fino a Laiza, nello stato del Kachin, e Rangoon, nonostante fosse in vigore la legge sulle associazioni illegali, che criminalizzava l’associazione a gruppi banditi dal governo. In successivi incontri con il governo, i rappresentanti dei gruppi hanno continuato a lavorare verso una tregua nazionale e un dialogo politico. Nel marzo 2014, negoziatori del governo e rappresentanti dei gruppi armati si sono nuovamente incontrati a Rangoon, raggiungendo un accordo per lavorare su un testo di cessate il fuoco. Le parti hanno creato un gruppo di lavoro congiunto formato da diciotto membri, nove in rappresentanza di tutti i gruppi etnici armati, e nove in rappresentanza dello stato (tre per l’esecutivo, tre per il legislativo e tre per i militari).

 

Tuttavia, questi sviluppi non hanno eliminato le tensioni, e scontri sporadici hanno continuato ad avere luogo tra il governo e i gruppi armati antigovernativi. Nell’aprile 2014, ad esempio, durante le operazioni militari promosse dal governo per censire le aree sotto il controllo dei gruppi armati in alcune remote parti del Kachin, sono scoppiati alcuni scontri armati con il KIA (che non permette alcun censimento nelle aree sotto il suo controllo), che hanno obbligato circa 5.000 persone a lasciare le loro case e causato ventidue vittime tra i combattenti da entrambe le parti.

 

Questi incidenti non hanno, comunque ostacolato i negoziati di pace. Il 13 maggio 2014, il governo si è infatti incontrato nuovamente con i leader del KIA, mentre i rappresentanti di altri gruppi etnici, le nazioni unite e la Cina presenziavano all’incontro come osservatori. Durante l’incontro, le parti hanno deciso di creare un comitato congiunto per la soluzione del conflitto. Questo ha aperto la strada a un ulteriore giro di negoziati per una pace multilaterale tra  il governo e i gruppi armati, tenutosi tra il 19 e il 21 maggio 2014. All’inizio di giugno 2014, anche una delegazione del Karen National Union (KNU)  visitava Naypyitaw per incontrare il presidente, un portavoce del parlamento e il comandante in capo dell’esercito.

 

Il paese risulta segnato anche da violenze religiose, soprattutto ai danni della minoranza mussulmana. Queste hanno come epicentro lo stato di Rahkine, dove è in corso un grave conflitto inter-comunitario tra le comunità buddiste (Rahkine) e quelle mussulmane (Rohingya), che continua a  causare numerosi morti tra la popolazione civile e la distruzione di molte abitazioni. Nel settembre 2013, lo stato di tensione tra la comunità Rohingya, il governo e il resto della popolazione buddista dello stato del Nord Rahkine continuava a permanere elevato.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

La legge non proibisce in modo specifico gli arresti arbitrari, sebbene richieda un apposito permesso da parte della magistratura per i fermi che si protraggono per oltre ventiquattro ore. Con il permesso della magistratura, il fermo di polizia senza accuse può durare fino a due settimane, con la possibilità di proroga per altre due settimane. Le autorità continuano però a estendere arbitrariamente i periodi di fermo, oltre il tempo massimo stabilito per legge, senza informare i sospetti delle accuse a loro carico. A volte i giudici risultano collusi con le forze di polizia. Secondo gli avvocati operanti nel paese, le detenzioni arbitrarie sono spesso dovute alla lunghezza delle procedure giudiziarie, all’elevato numero di detenuti, all’inefficienza del sistema giudiziario, alla corruzione diffusa e alla carenza di organico.

 

Nel luglio 2013, la polizia ha arrestato e denunciato Daw Bauk Ja, una nota attivista kachin per i diritti sulla terra, con l’accusa di omicidio per negligenza, per avere fornito assistenza medica a un uomo, in seguito deceduto, nel 2008. I mezzi d’informazione e i gruppi della società civile hanno definito il  suo arresto e la denuncia contro di lei come atti motivati da ragioni politiche.  La donna è stata rilasciata il 24 gennaio 2014, dopo cinque mesi di prigionia.

 

La legge permette l’estensione delle pene detentive anche dopo che i detenuti finiscono di scontare la loro pena originaria, e le autorità hanno fatto uso di questa facoltà. La legge conferisce inoltre alle autorità la facoltà di ordinare detenzioni senza accuse o processo per chiunque si ritenga responsabile o potenzialmente responsabile di qualsiasi azione che metta in pericolo la sovranità e la sicurezza dello stato e la pace e tranquillità pubblica.

 

Sezioni speciali della polizia detengono le persone fermate durante quella che chiamano la “fase interrogatoria”, un periodo non contemplato dalla legge, precedente la fase ufficiale di fermo.

 

Ai detenuti non sempre è concessa in modo rapido la possibilità di contattare  un avvocato di loro scelta, o, se indigenti, uno fornito dallo stato.

 

Nel paese esiste un sistema di libertà su cauzione, ma il pagamento di tangenti continua a essere un comune sostitutivo di tali misure.  La libertà su cauzione è offerta in casi di reato, ma raramente concessa ai prigionieri politici. In alcuni casi, le autorità impediscono ai detenuti di consultarsi con i loro avvocati. Tuttavia, fatta eccezione per gli stati di Rahkine e Kachin, le autorità non utilizzato, se non occasionalmente, la pratica di tenere i prigionieri in stato di isolamento.

 

Arresti arbitrari continuano ad avere luogo in tutto il paese, compresi gli stati di Rahkine e Kachin. Ad esempio, dopo la violenza intercomunitaria esplosa nel settembre 2013 a Thandwe, un proprietario mussulmano di un negozio è stato arrestato per “oltraggio alla religione”, mentre un altro, sempre mussulmano, è stato arrestato per “comportamento maleducato”.

 

La legge stabilisce l’indipendenza del potere giudiziario, ma questo rimane caratterizzato da un elevato livello di corruzione e, di fatto, rimane sotto il controllo dei militari e del governo. Secondo studi effettuati da organizzazioni della società civile, all’interno della pubblica amministrazione, i pagamenti di tangenti sono effettuati a tutti i livelli dei processi e ai funzionari di ogni grado. Le tangenti vengono pagate in ogni situazione, sia che si tratti di fare visita a un detenuto in custodia presso la polizia, sia che si tratti di influenzare l’esito finale dei casi giudiziari. Le attività dei tribunali continuano a essere gravemente disfunzionanti, particolarmente nella gestione dei casi politici.

 

Le autorità continuano a utilizzare le leggi – come quella sulla riunione pacifica e sulle processioni, quella sui provvedimenti di emergenza, quella delle associazioni illegali, quella sui criminali abituali, quella sulla salvaguardia dello stato da elementi sovversivi e la sezione 505 (b) del codice penale -   per arrestare arbitrariamente e detenere individui per lo svolgimento di attività pacifiche e a manipolare la magistratura per finalità politiche con lo scopo di reprimere il dissenso politico e di privare i cittadini del diritto a un giusto processo.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Sebbene, rispetto al 2008, le condizioni di detenzione della popolazione carceraria siano migliorate, in alcune prigioni e campi di lavoro queste rimangono estremamente dure e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti.

 

Per la prima volta da sette anni le autorità governative hanno permesso al comitato internazionale della croce rossa (ICRC) di accedere all’interno delle prigioni. Nel novembre 2013, l’ICRC aveva effettuato diciotto visite a sedici centri di detenzione, migliorato servizi idrici e sanitari in quattro prigioni principali, e assistito i detenuti nel mantenere i contatti con i loro famigliari.  L’organizzazione ha stabilito un dialogo bilaterale con il governo, mantenendo riservati i resoconti delle visite.

 

Nel 2013, la popolazione complessiva di detenuti nel paese era stimata in circa 60.000 persone, 10.000 delle quali donne. Il dipartimento correzionale gestisce quarantacinque prigioni e oltre cento campi di lavoro.   Allo scopo di decongestionare le carceri sovraffollate, il 2 gennaio 2014, il presidente ha emanato un indulto che riduceva le pene detentive di tutti i detenuti, e ha portato al rilascio di 13.274 di loro.

 

All’interno delle strutture, i detenuti in attesa di giudizio sono tenuti insieme a quelli già condannati e i prigionieri politici, a volte, insieme ai criminali comuni. I posti letto sono inadeguati e a volte consistono solo in un materasso, o una piattaforma di legno, o in fogli di plastica laminata appoggiati direttamente sul pavimento. Ai detenuti sono forniti vitto, vestiario e servizi medici insufficienti e di scarsa qualità. I detenuti non hanno sempre accesso all’acqua potabile. In molti casi, i famigliari devono integrare le razioni alimentari ufficiali, fornire medicine e soddisfare altre necessità dei detenuti.

 

A causa delle cattive condizioni igieniche e sanitarie e della malnutrizione, la popolazione carceraria è particolarmente esposta alla malaria, alla tubercolosi, alle malattie della cute e a infezioni gastriche. Le strutture sono infestate da roditori, serpenti, batteri e pidocchi.

 

Si registrano diversi decessi controversi di detenuti, soprattutto nelle strutture della polizia. Ad esempio, nel maggio 2013, U Than Htun è morto nella sottodivisione di Pandaung, a Pyay, dopo essere stato tratto in arresto dalla polizia. La polizia ha riferito alla moglie che l’uomo sarebbe deceduto a causa degli effetti dell’alcool, circostanza però confutata da un referto autoptico. Secondo la polizia, inoltre, l’uomo si sarebbe colpito da solo con un bastone di ferro durante l’interrogatorio. I famigliari hanno riferito, però, che il suo cadavere mostrava gravi ustioni, graffi e numerose fratture.

 

Le condizioni delle prigioni nello stato di Rahkine sono considerate tra le peggiori del paese, e vi si registrano decine di decessi.  Centinaia di Rohingya hanno continuato ad esservi detenuti arbitrariamente e sottoposti a diffusi maltrattamenti.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il governo ha intrapreso passi per ridurre la diffusa corruzione nelle istituzioni pubbliche nel paese. Nel settembre 2013, è entrata in vigore la legge anti corruzione che prevede condanne penali per gli atti di corruzione dei funzionari pubblici. Le autorità hanno posto agli arresti una persona e licenziato o sostituito sei funzionari governativi di alto livello, oltre a prendere provvedimenti amministrativi contro centinaia di pubblici impiegati di più basso livello.

 

Il ministero degli interni, responsabile per le misure anti-corruzione, ha costituito l’ufficio per le inchieste speciali e l’unità per l’intelligence finanziaria, in collaborazione con organizzazioni internazionali, e ha creato un sistema di segnalazione pubblico. Nel luglio 2013, il governo ha annunciato la formazione di una commissione anti-corruzione di alto livello e ha invitato il pubblico a sottoporre segnalazioni di tangenti o corruzione. La commissione, tuttavia, ha mancato di coinvolgere la società civile.

 

La corruzione ha, tuttavia, continuato a costituire un grave problema, in particolare all’interno del potere giudiziario, favorita da un contesto di impunità. La polizia ha continuato regolarmente a chiedere alle vittime di reati di pagare importanti somme di denaro per svolgere le inchieste e ha continuato a estorcere denaro alla popolazione civile.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

La costituzione del 2008 stabilisce che “ogni cittadino debba avere la libertà di esercitare, esprimere e pubblicare liberamente le proprie convinzioni e opinioni”, ma stabilisce anche che questi diritti “non devono essere contrari alle leggi emanate per la sicurezza dell’unione, la prevalenza della legge e dell’ordine, la pace e la tranquillità della comunità, o l’ordine pubblico e la moralità.”

 

Le autorità continuano ad arrestare, detenere e condannare cittadini per avere espresso opinioni critiche sul governo, in genere, utilizzando l’accusa di “protesta senza permesso.”  Alcune delle persone accuse per la violazione della sezione 18 della legge sulla riunione pacifica e sulle processioni, per aver dimostrato senza un permesso, hanno dovuto affrontare innumerevoli udienze e notevoli ritardi prima di ottenere un verdetto. Ad esempio, nel settembre 2012, dopo una protesta pacifica per la commemorazione del giorno internazionale della pace, il governo ha denunciato May Sabe Phyu, l’organizzatore dell’evento e membro del Kachin Peace Network, per avere violato la sezione 18 in sei sottodivisioni. Il 26 novembre 2013, dopo oltre 140 udienze, May Sabe Phyu è stato condannato una multa di 40.000 Kyat (circa 40 dollari USA).

 

Alcuni gruppi per i diritti umani vedono in casi come questo una tattica del governo per sopprimere il dissenso, offrendo un’apparenza non troppo dura evitando così pressioni internazionali. Tuttavia, appare innegabile la presenza nel paese di una maggiore libertà di parola e espressione, rispetto agli anni passati. Ad esempio, gli studenti della generazione ottantotto (Peace and Open Society) hanno organizzato una commemorazione a 25 ani della rivolta studentesca del 1988, alla quale ha partecipato un pubblico numeroso, tra cui anche  Aung San Suu Kyi e alcuni ministri del governo. Per la prima volta, molti hanno parlato apertamente del ruolo dei militari nella brutale repressione della rivolta del 1988.

 

Mentre la libertà di parola ha continuato a espandersi, alcune persone continuano ad avere paura a esprimere apertamente opinioni su argomenti politicamente sensibili, a causa del monitoraggio e delle potenziali vessazioni da parte dei servizi di sicurezza.

 

Nel luglio 2013, l’Associated Press ha riferito che la polizia continuava a monitorare politici, giornalisti, scrittori e diplomatici.  I giornalisti continuano a lamentare la diffusa presenza di informatori del governo a conferenze stampa e altri eventi, che fanno richiesta delle liste degli ospiti e dei presenti.

 

Il governo, comunque, ha iniziato a permettere la pubblicazione di molti quotidiani privati. Nel gennaio 2014, risultavano in circolazione ben diciotto testate. I mezzi d’informazione hanno potuto coprire in modo ampio le notizie sull’anniversario dell’insurrezione del 1988. Alcuni giornalisti stranieri rimasti per decenni sulla lista nera del governo sono stati riammessi nel paese, e i mezzi d’informazione in esilio - Democratic Voice of Burma, Mizzima e Irrawaddy – hanno aperto uffici nel paese. Altri mezzi di informazione internazionali come l’Associated Press, la BBC, Radio Free Asia e Voice of America hanno aperto uffici a Rangoon. Alla maggioranza dei giornalisti è stato permesso di rimanere nel paese per sei mesi con visti di entrata multipli.

 

La radio e la televisione sono i principali mezzi d’informazione del paese e sono controllati direttamente o indirettamente dal governo. Le loro notizie, comunque, raramente circolano al di fuori delle aree urbane. Il governo, imprenditori e affaristi filogovernativi controllano i contenuti delle otto stazioni radio FM private o semi private. La televisione offre sei canali pubblici, cinque controllati dal ministero dell’informazione  e uno dalle forze armate. Alla popolazione è permesso di registrare ricevitori satellitari, dietro pagamento di una tassa, sebbene il suo costo risulti proibitivo per la maggior parte delle persone.

 

I giornalisti di Mandalay riferiscono che i loro omologhi di Rangoon godono di una maggiore libertà di stampa rispetto a quelli residenti in aree più rurali, dove le autorità continuano a reprimere le critiche verso il governo o i resoconti che mettono in luce le violenze contro le minoranze etniche.

Due giornalisti di Mandalay hanno denunciato di avere ricevuto telefonate intimidatorie durante la copertura di argomenti sensibili, come ad esempio le proteste sulla miniera di rame di Letpadaung e le violenze contro la minoranza mussulmana.  Sebbene il governo non effettui più arresti per la copertura di argomenti di questo tipo, i giornalisti denunciano che le autorità continuano a inserire i loro nomi nelle liste delle persone da tenere sotto controllo. Questo spinge alcuni mezzi di informazione con sede in aree rurali a praticare forme di autocensura.

 

Nell’aprile 2014, le autorità giudiziarie hanno condannato a un anno di prigionia un reporter di Democratic Voice of Burma, per “sconfinamento” e “disturbo di pubblico impiegato”, mentre svolgeva un’inchiesta su un programma di borse di studio finanziato internazionalmente. Tale decisione è stata condannata dai mezzi di comunicazione locali e gruppi di difesa dei diritti umani.

 

Nel luglio 2014, un tribunale ha condannato anche quattro giornalisti e il direttore generale di una testata giornalistica locale a dieci anni di lavori forzati, per avere denunciato che in una struttura militare nella regione di Magwe si producevano armi chimiche. I cinque hanno fatto appello contro la sentenza, condannata sia a livello nazionale sia internazionale.

 

Sebbene la censura non sia applicata, la legge proibisce ai cittadini di passare informazioni ai  mezzi di informazione all’estero per via elettronica, esponendo i giornalisti che collaborano con i mezzi di informazione internazionali a potenziali vessazioni, intimidazioni e arresti.

 

Argomenti politici e economici sensibili sono discussi apertamente, sebbene alcuni casi di azioni legali contro pubblicazioni hanno continuato a destare preoccupazione tra i giornalisti e  condotto a forme di autocensura. Il ministero dell’informazione ha continuato a lamentarsi che la stampa locale non aderisce a standard etici basilari di giornalismo nello svolgimento delle proprie attività. Le autorità hanno sospeso per due settimane il settimanale Snap Shot accusandolo di istigare rivolte pubbliche, pubblicando la foto del cadavere di una donna appartenente al gruppo etnico Rahkine, durante uno scoppio di violenza nello stato di Rahkine. Nel dicembre 2013, il capo redattore Myat Khine è stato prosciolto dalle accuse in seguito a una grazia presidenziale e il caso è stato archiviato.