Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il Front Patriotique Rwandais (FPR) ha vinto le elezioni parlamentari nel settembre del 2013 con oltre il settantasei percento dei voti. Sebbene le operazioni di voto siano state ordinate, gli osservatori internazionali le hanno giudicate non adeguate agli standard internazionali per quanto riguarda la libertà e la correttezza. I soli partiti a presentare canditati sono stati quelli allineati con l’FPR. Il Parti Démocratique Vert du Rwanda (PDVR) è riuscito a ottenere la registrazione per concorrere alle elezioni solo nell’agosto, dopo ben quattro anni dalla presentazione della richiesta. Questo ha fatto sì che il PDVR decidesse alla fine di non partecipare. I partiti dell’opposizione, colpiti dalla repressione governativa e dalla decapitazione dei loro vertici, non hanno potuto partecipare alle elezioni.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Sebbene garantita dalla costituzione, la libertà di associazione è oggetto di forti limitazioni da parte del governo. La registrazione delle organizzazioni private è obbligatoria per legge. In generale, le autorità concedono l’approvazione alle associazioni senza scopi politici, pur ponendo loro diversi ostacoli burocratici, ma  non autorizzano la formazione di nuovi partiti politici e limitano le loro attività, in particolare le riunioni e manifestazioni pubbliche.

 

Victoire Ingabire, leader del partito d’opposizione FDU-Inkingi, arrestata nel 2010, ha continuato a rimanere in carcere.  Nel dicembre 2013, un tribunale di secondo grado ha aumentato la pena detentiva nei suoi confronti da otto a quindici anni di carcere. La Ingabire è considerata colpevole di avere messo in pericolo la sicurezza nazionale e di avere sostenuto il separatismo. Bernard Bernard Ntaganda, leader del PS-Imberakuri, anche lui arrestato nel 2010, è uscito di prigione nel giugno 2014, dopo avere scontato una condanna a quattro anni di carcere per negazionismo del genocidio del 1994.

 

Sylvain Sibomana, segretario generale dell’FDU-Inkingi e Dominique Shyirambere, un altro membro dello stesso partito, sono stati arrestati il 25 marzo 2013, dopo un alterco con la polizia fuori dall’aula di tribunale dove stava avendo luogo il processo alla Ingabire. I due uomini sono stati denunciati per oltraggio a pubblico ufficiale, dimostrazione illegale e incitamento all’insurrezione o al disordine pubblico. La polizia li ha interrogati perché indossavano una maglietta recante la scritta “democrazia e giustizia” e portavano cartelli che chiedevano il rilascio della Ingabire. Il 22 novembre 2013, Sibomana è stato condannato a due anni di prigione, e Shyirambere a cinque mesi. Sibomana è, inoltre, oggetto di un’altra denuncia, legata ad altri otto membri dello stesso partito, arrestati a Karongi nel settembre 2012 e condannati a due anni di detenzione perché accusati di incitamento all’insurrezione o al disordine pubblico, in quanto avevano tenuto una riunione pubblica illegale.

 

Le autorità pubbliche e i mezzi di comunicazioni filo-governativi continuano ad essere  apertamente ostili alle ONG indipendenti che lavorano per i diritti umani, sia nazionali che internazionali.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

Si registrano numerosi casi di uccisioni illegali commesse dalle forze di sicurezza, sia all'interno sia all'esterno del Ruanda.  Ad esempio, nel luglio 2013, Gustave Makonene, il coordinatore dell'ufficio di Transparency International in Ruanda è stato ucciso per strangolamento e il suo corpo gettato lungo la costa del lago Kivu, vicino alla cittadina di Rubavu. I rappresentanti del governo hanno condannato l'assassinio, negando ogni loro coinvolgimento. Tuttavia non hanno aperto alcuna inchiesta credibile sul caso.  Osservatori locali hanno constatato che, prima della sua morte, Makonene stava investigando su casi di corruzione riguardanti le forze di polizia. L'omicidio è rimasto impunito.

  

Nel dicembre 2013, Patrick Karegeya, ex direttore dei servizi segreti ruandesi, è stato assassinato in una stanza di albergo a Johannesburg, in Sudafrica, dove risiedeva come rifugiato politico dal 2009. Membri del congresso nazionale ruandese hanno accusato dell'omicidio il proprio governo. Per il fatto, il Sudafrica ha presentato formale protesta al Ruanda.

 

Sebbene le leggi del paese proibiscano gli arresti arbitrari, i servizi segreti hanno continuato ad arrestare e detenere individui arbitrariamente. I partiti dell'opposizione hanno spesso denunciato l'arresto di propri attivisti, la maggioranza dei quali viene rilasciata dopo una settimana o meno di prigionia. Alcuni vengono torturati o scompaiono.  Decine di persone arrestate per aver messo in pericolo la sicurezza dello stato denunciano di essere state tenute prigioniere in caserme militari e altri centri di detenzioni informali. Alcuni riferiscono di essere stati torturati dalla polizia, detenuti a lungo prima del processo, e processati e condannati senza assistenza legale.

 

Sebbene il governo ruandese abbia sempre negato di fornire qualsiasi sostegno militare all’M23, un gruppo armato tutsi attivo nella Repubblica Democratica del Congo, tra il 2012 e il 2013 ha continuato segretamente ad appoggiarlo. Nella RDC, l’M23 si è reso responsabile di uccisioni e altre gravi violenze ai danni della popolazione civile, compreso il reclutamento di bambini soldato. Nel corso del 2012 e del 2013, il Ruanda ha fornito all’M23 armamenti,  munizioni, la  possibilità di reclutare combattenti in territorio ruandese, addestramento e persino supporto militare diretto. Nell’ultima parte del 2013, pressioni internazionali hanno spinto però il governo ruandese a interrompere il proprio sostegno al gruppo. Sconfitto nel novembre dello stesso anno dall’esercito congolese, l’M23 si è ritirato all’interno dei confini del Ruanda. Il  governo di ruandese non ha ancora intrapreso alcun passo per investigare sugli abusi commessi dal gruppo nel Congo orientale. All’inizio del 2013, Bosco Ntaganda, leader dell’M23, si è consegnato all’ambasciata USA a Kigali ed è stato successivamente trasferito presso il tribunale penale internazionale.

 

Dopo gli attentati dinamitardi di marzo, luglio e settembre del 2013 e gennaio 2014, che hanno causato la morte di sei persone e il ferimento di altre sessantasei, la polizia ha arrestato numerose persone sospettate di  esservi coinvolte. Come già per altri attentati avvenuti negli anni passati, si pensa che la responsabilità sia delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, un gruppo armato di opposizione composto da hutu che opera principalmente nella RDC. 

 

Nel paese si registrano, comunque, meno sequestri e sparizioni motivati da ragioni politiche, rispetto agli anni passati. Tuttavia, associazioni locali per i diritti umani sono state obbligate a cessare le inchieste sulle sparizioni del 2012, dopo avere ricevuto pressioni e minacce da parte di funzionari del governo ruandese. Human Rights Watch e osservatori locali continuano ad accusare le forze di sicurezza di essere responsabili dei sequestri. Le autorità conducono investigazioni sui sequestri, senza tuttavia giungere alla punizione di alcun responsabile.


I leader dei partiti di opposizione PS-Imberakuri e FDU-Inkingi hanno denunciato la sparizione di loro membri nel corso del 2013 e il fatto che l'RNP abbia mancato di investigare su questi casi.

 

Un leader del PS-Imberakuri, Alexis Bakunzibake, che aveva riferito di essere stato sequestrato e torturato da agenti del governo nel settembre 2012, è tornato nel paese nel corso del 2013 e ha continuato la sua attività politica. Bakunzibake non ha sporto, però, formale denuncia alla polizia o alla magistratura.

 

Sebbene la costituzione proibisca la tortura, nel paese continuano a essere segnalati abusi ai danni di detenuti da parte delle forze di sicurezza e i servizi segreti. Le autorità, reagiscono espellendo o sottoponendo a procedimenti disciplinari alcuni agenti responsabili. Nei casi più gravi, le inchieste della polizia conducono a denunce penali.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

La legge stabilisce che gli arresti avvengano solo dietro mandato emanato dall’autorità giudiziaria. Prima di procedere all’arresto, la polizia può detenere una persona sospettata di avere compiuto un reato fino a tre giorni, senza un mandato. La magistratura deve produrre accuse formali entro sette giorni dall'arresto. Queste disposizioni non vengono però sempre rispettate, in particolare nei casi rilevanti per la sicurezza nazionale. 

 

I servizi segreti detengono individui agli arresti domiciliari, in condizioni di isolamento. A volte, la polizia commina punizioni non giudiziarie, come ad esempio  una settimana di detenzione o la restituzione della refurtiva, a delinquenti comuni che confessano piccoli reati,  a condizione che le vittime accettino la punizione proposta.

 

La legge permette una custodia cautelare in carcere fino ad un anno per le persone sospettate di reato, quando vi è un rischio per la sicurezza pubblica o pericolo di fuga. Le autorizzazioni vengono di solito rinnovate dai magistrati di mese in mese. Tuttavia, i servizi segreti continuano a detenere numerosi individui per un tempo indeterminato dopo la prima autorizzazione.

 

Una volta che il magistrato ha formalizzato le accuse, la detenzione diventa a tempo indeterminato, a meno che non venga concessa la libertà provvisoria dietro pagamento di una cauzione. La libertà provvisoria su cauzione esiste solo per reati che comportano pene detentive inferiori o uguali a cinque anni di carcere, ma può essere concessa a discrezione delle autorità anche a imputati per reati più gravi, purché non esistano rischi per la sicurezza pubblica o di fuga. Le autorità di solito permettono ai detenuti di avere contatti con le loro famiglie, a meno che questi non siano tenuti nei centri di detenzione gestiti dai servizi segreti.

 

Per legge ai detenuti deve essere garantita la possibilità di contattare i propri avvocati, ma questo diritto è limitato dalla scarsità di avvocati nel paese.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Si continuano registrare numerosi casi di torture e abusi e ai danni dei detenuti, tra i quali lunghi periodi di detenzione illegali da parte delle forze di polizia e dei servizi segreti, sia nel centro di detenzione Kwa Gacianya di Kigali sia nella caserma dei servizi segreti militari di Kami. L'aumento dell'utilizzo di centri di detenzione segreti rende sempre più difficile il monitoraggio di questo tipo di abusi.

 

Le condizioni di vita della popolazione carceraria sono estremamente dure, sebbene il governo continui a migliorare il servizio complessivo. Nei centri di detenzione, uomini e donne sono tenuti separati, così come lo sono i detenuti in attesa di giudizio da quelli già condannati.  Circa 100 bambini vivono con i loro genitori in prigione e i servizi penitenziari gestiscono cinque scuole per l'infanzia, un centro psicosociale e forniscono latte fresco ai bambini.  I detenuti minorenni sono alloggiati al centro correzionale di Nyagatare o in sezioni speciali nei normali istituti penitenziari. Non si sono registrati casi di abuso ai danni di detenuti minori di età. Le autorità hanno continuato a migliorare l'accesso all’assistenza legale, all’istruzione e ai corsi professionali per i giovani detenuti.

 

Nel marzo 2013, il governo ruandese ha disarmato e arrestato oltre 600 miliziani appartenenti all'M23, rientrati nel paese dalla RDC  dopo una lotta interna al gruppo. I miliziani sono stati internati in una struttura per l'addestramento dei reparti della polizia a Ngoma, trasformata in un centro di detenzione.

 

Non ci sono statistiche precise sul numero di decessi nelle prigioni del paese, che sono principalmente dovuti ad anemia, HIV, malattie respiratorie, malaria e altre malattie, in una percentuale simile al resto della popolazione paese. Anche l'assistenza medica all'interno delle prigioni è risultata comparabile con quella fornita al resto della popolazione. Il governo ha registrato tutti i detenuti al servizio sanitario nazionale e fornisce loro acqua potabile e vitto adeguato. Ai familiari dei detenuti con particolari problemi di salute viene inoltre permesso di fornire integrazioni alla loro dieta standard.  Rispetto al passato, l’aerazione delle celle e le temperature sono migliorate e il sovraffollamento continua a ridursi. Secondo le autorità carcerarie, ogni prigione deve essere dotata di dormitori con bagni, gabinetti, strutture sportive, centro medico, una sala per gli ospiti, una cucina, acqua e elettricità, come previsto dalle leggi del paese.

 

Le condizioni nei centri di detenzione gestiti dalla polizia e dall'esercito invece sono variabili. Il sovraffollamento è diffuso, le temperature sono spesso eccessivamente elevate, il vitto e i servizi medici sono scarsi e irregolari, e non tutti i centri sono dotati di bagni.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

Nonostante le leggi del paese stabiliscano condanne penali per i reati di corruzione e il governo si sforzi di applicarle, la corruzione nel settore pubblico rimane un problema serio nel paese.

 

LIBERTA' DI PAROLA E DI STAMPA

 

La maggioranza dei giornalisti del paese non è in grado o si rifiuta di impegnarsi nel giornalismo investigativo su argomenti ritenuti sensibili per il governo, e raramente critica le politiche pubbliche, a causa delle minacce e persecuzioni avvenute negli anni passati. Ad esempio, Saidati Mukakibibi, un giornalista del quotidiano Umurabyo, è stato rilasciato il 25 giugno 2013, dopo aver scontato una pena di tre anni. Il direttore del quotidiano, Agnès Uwimana, la cui pena è stata ridotta da diciassette a quattro anni è ancora in carcere. Il 26 luglio 2013, è stato invece rilasciato Stanley Gatera, direttore del quotidiano Umusingi, dopo avere scontato una pena di un anno per discriminazione e settarismo.

 

Dall’ottobre 2008 è in vigore una legge che reprime il reato di ideologia di genocidio con pene detentive fino venticinque anni. Negli anni, questa legge è stata utilizzata per criminalizzare la libertà di parola e reprimere il dissenso. Nell’ottobre 2013, il governo ha approvato un nuovo emendamento alla legge che comprende una definizione più precisa del reato e il requisito di provare l’intenzione, riducendo così la possibilità di abusare di questa legge, e abbassa la pena detentiva massima da venticinque  a nove anni. Tuttavia, molti articoli della legge si prestano ancora ad essere utilizzati per soffocare la libertà di espressione.