Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Indipendente dal luglio 2011, il Sud Sudan è guidato dal Sudan People’s Liberation Movement (SPLM) e dal suo leader, Salva Kiir Mayardit, eletto presidente nel 2010, quando il paese era ancora una regione semiautonoma della Repubblica del Sudan. Per quanto le elezioni presidenziali e legislative del 2010 non siano state giudicate dagli osservatori internazionali conformi agli standard internazionali, i risultati sono stati considerati rappresentativi della volontà della grande maggioranza della popolazione.

 

Il referendum sull’autodeterminazione, tenutosi nel gennaio 2011, ha visto il 98% dei votanti esprimersi in favore della separazione dal resto del Sudan ed è stato considerato libero e corretto dagli osservatori internazionali.

 

In seguito a voci sulla preparazione di un possibile colpo di stato, a partire dal gennaio 2013, il presidente Kiir ha proceduto a una radicale riorganizzazione del governo, del partito, delle forze di polizia e dell’esercito, culminata con la rimozione di ben sei vicecapi di stato maggiore dell’esercito, ventinove generali di divisioni e 117  altri generali di rango inferiore. Nel luglio 2013, il presidente ha sciolto il governo in carica e deposto il vice presidente, Riek Machar (leader dell’etnia nuer), sostituendo i  ministri e riducendone il numero da ventotto a ventuno. Queste misure hanno creato un forte malcontento all’interno del partito e dell’esercito. Il 14 dicembre 2013, un gruppo di leader politici dell’SPLM si è ritirato  dal consiglio di liberazione nazionale del partito per protestare contro la gestione del presidente. Il giorno successivo, in un quadro di tensione crescente, in seguito ad altre voci di un presunto tentativo di colpo di stato, sono scoppiati scontri a fuoco in alcuni acquartieramenti militari di Juba, la capitale, tra membri della guardia presidenziale, di etnia dinka, e membri dell’esercito (SPLA) di etnia nuer. Nelle settimane successive, nella capitale, le guardie presidenziali hanno ricercato gli oppositori casa per casa, compiendo numerosi omicidi mirati di civili di etnia nuer, legati alla corrente dissidente dell’ex vice presidente Machar. Dopo questi gravi episodi, comandanti dell’esercito di etnia nuer hanno iniziato a disertare a Bor, capitale dello stato di Jopnglei, e Bentiu, capitale dello stato di Unity. In rappresaglia contro le autorità governative,  sono stati compiuti massacri a Akobo, Bor e Bentiu, gettando l’intera regione dell’Alto Nilo nel caos e in una spirale di violenza e distruzione che è  andata a innestarsi sui già esistenti conflitti interetnici. Si è quindi rapidamente costituito un nuovo gruppo armato ribelle denominato SPLM-IO (dove l’acronimo IO sta per “In Opposizione”) composto principalmente da combattenti di etnia nuer, che ha fatto precipitare  il paese in una nuova guerra civile, alimentando ulteriormente la violenza interetnica preesistente. Nell’aprile 2014, dopo duri combattimenti, le forze governative hanno perso Bentiu, città strategica e vicina ai pozzi petroliferi più importanti del paese, dove le neo costituite forze ribelli del SPLM-IO, hanno perpetrato massacri contro la popolazione civile. Se alla fine del 2013 si stimava che, nel corso dell’anno, i conflitti all’interno del paese avessero causato almeno 2.000 morti dirette, gli ultimi sviluppi del conflitto, nel primo quadrimestre del 2014, fanno temere una ulteriore escalation della violenza.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Al di fuori del conflitto armato, le autorità del paese hanno in generale rispettato il diritto di  associazione e riunione nel paese, come sancito dalla costituzione transitoria. Tuttavia, durante dimostrazioni pubbliche, le forze  di sicurezza, insufficientemente addestrate ed equipaggiate, hanno sparato proiettili in aria per disperdere la folla. Contrariamente al 2012, nel 2013, non sono stati registrati casi di uccisioni di dimostranti da parte delle forze di sicurezza durante manifestazioni pubbliche. I partiti di opposizione detengono due dei 21 ministeri dell’attuale governo in carica. Tuttavia, questi hanno sofferto di mancanza di risorse e carenze infrastrutturali.

 

Solo pochi partiti nel paese sono in grado di tenere raduni e assemblee regolari o stabilire reti di comunicazione e controllano solo una piccola porzione dei seggi in parlamento. I processi politici continuano a rimanere dominati dall’SPLM. Nel marzo 2012, il governo ha approvato una legge che stabilisce requisiti più rigorosi per la registrazione di partiti politici. I partiti di opposizione e osservatori internazionali hanno visto in questa legge il tentativo dell’SPLM di limitare la crescita dei partiti di opposizione già esistenti e prevenire la formazione di nuovi soggetti politici. I partiti di opposizione denunciano vessazioni da parte delle autorità e un’insufficiente rappresentanza nei processi di elaborazione della nuova costituzione, guidati dalla commissione nazionale, che alcuni partiti hanno scelto di boicottare. 

 

Prima dell’esplosione del conflitto del dicembre 2013, si registrava la presenza di alcune decine prigionieri politici, di solito detenuti per brevi periodi, da alcune ore a qualche settimana, solitamente senza accuse specifiche. Alcuni consideravano queste pratiche un subdolo tentativo del governo per intimorire o soffocare l’opposizione politica.  Nel dicembre 2013, le forze di sicurezza hanno arrestato undici leader politici, accusati di essere implicati in un presunto colpo di stato organizzato dall’ex-vice presidente Riek Machar. Alla fine di aprile 2014, solo sette di questi erano stati rilasciati.

 

Nel corso del 2013, la polizia ha rilasciato senza accuse quindici membri del partito d’opposizione Sudan People’s Liberation Movement-Democratic Change (SPLM-DC), arrestati nell’agosto 2012 nello stato dell’Alto Nilo. Sebbene le autorità lo neghino, altri nove membri dell’opposizione arrestati nel 2011 nello stato del Bahr el Ghazal per incitamento a dimostrazioni anti-governative hanno continuato a rimanere in custodia.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)          Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

Già nel corso del 2012 e 2013, nello stato di Jonglei, brutali operazioni antinsurrezionali contro i gruppi ribelli nuer, dinka e murle avevano portato a un aggravamento della violenza ai danni della popolazione civile. Durante tali operazioni, le forze governative e quelle ribelli si sono infatti rese responsabili di uccisioni indiscriminate, torture, stupri e altri abusi contro i civili, e le autorità non sono state in grado di punire i responsabili. Secondo la missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS) e le ONG presenti nel paese,  durante i conflitti intertribali, le donne sequestrate dai murle e dai nuer sono state regolarmente stuprate, anche se solo pochi episodi sono stati denunciati alle autorità. Gli operatori umanitari hanno raccolto, inoltre, numerosi resoconti di uomini torturati per ottenere informazioni e di donne rapite e violentate dalle forze governative dell’SPLA, nello stato di Jonglei, durante le operazioni antinsurrezionali.

 

Lo scoppio del conflitto interno all’SPLM/SPLA ha esacerbato le violenze contro la popolazione civile.  A metà gennaio 2014, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari stimava che a causa del nuovo conflitto scoppiato a metà dicembre 2013, gli 413.000 persone erano sfollate internamente e altre 74.300 avevano già lasciato il paese. Sempre secondo le Nazioni Unite, il 31 marzo 2014, le persone sfollate all’interno del paese avevano ormai raggiunto quota 800.000, e 255.000 profughi avevano trovato rifugio nei campi gestiti dall’ONU in Etiopia, Kenya, Uganda e Sudan.

 

II)         Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

La costituzione transitoria proibisce gli arresti e le detenzioni arbitrarie. Tuttavia, le autorità continuano ad arrestare e detenere arbitrariamente individui sospettati di avere compiuto reati.  Sebbene l’SPLA non sia investito del potere di arrestare o detenere civili, questo e i servizi sicurezza nazionali (NSS) continuano ad effettuare arresti arbitrari, che solo raramente sono notificati alla polizia o altre autorità civili, o alle missioni diplomatiche nel caso di cittadini stranieri. La polizia, a sua volta, continua ad effettuare arresti, prolungando lo stato di detenzione senza accuse o processo per settimane o mesi,.

 

La polizia dovrebbe condurre le persone in stato di fermo davanti a un magistrato o tribunale, entro ventiquattro ore dall’arresto, e la magistratura può autorizzare la loro permanenza in carcere fino a un massimo di due settimane, per permettere alla polizia di completare le indagini. La carenza di personale giudiziario ha però reso tali disposizioni difficilmente applicabili in gran parte del paese. Gli arresti vengono spesso effettuati dalla polizia senza mandati o con mandati scritti in modo approssimativo o senza basi investigative.

  

Il codice penale permette il rilascio temporaneo su cauzione. Tuttavia, questa norma è poco conosciuta e non è applicata dalle autorità giudiziarie. Gli individui tratti in arresto hanno diritto all’assistenza legale, ma nel paese ci sono pochi avvocati e i detenuti non sempre vengono informati di questo diritto. I detenuti indigenti raramente ricevono l’assistenza legale d’ufficio gratuita. Le autorità, occasionalmente, tengono i detenuti in isolamento.

 

III)        Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di detenzione nel paese sono estremamente dure e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti, a causa del sovraffollamento, delle condizioni igienico-sanitarie precarie e dell’assistenza medica insufficiente.  Alla fine del 2013, la popolazione carceraria totale era stimata in 7.500 persone (delle quali, circa 400 di sesso femminile). Le donne sono in genere, ma non sempre, tenute in aree separate dagli uomini. A causa dei problemi di spazio,  donne, uomini e minorenni sono spesso tenuti insieme durante il giorno. Per lo stesso motivo, le autorità raramente separano i detenuti in attesa di giudizio da quelli già condannati. Alle madri detenute è permesso tenere i bambini con sé.

 

In alcuni stati, i detenuti ricevono solo un pasto al giorno e, quando possibile, sono costretti a chiedere aiuto ad amici e parenti per integrare la loro dieta. I servizi idrici continuano a essere limitati, ma in miglioramento nell’istituto penitenziario centrale della capitale Juba.

 

Durante il giorno, i prigionieri vivono fuori dalle celle e partecipano ad attività ricreative e, in alcune prigioni, anche a programmi di istruzione facoltativi. Durante la notte, i detenuti dormono in corridoi aperti e stanze con letti a castello allineati.

 

Nei centri di detenzione gestiti dalle autorità locali, le condizioni sono ancora più dure. Molte strutture nelle aree rurali consistono in spazi aperti, dove i detenuti rimangono incatenati a una parete, un recinto o a un albero, spesso non riparati dal sole. L’assistenza sanitaria è minima o inesistente. Durante il giorno ai detenuti è permesso di stare all’aria aperta, ma di notte vengono fatti dormire in aree prive di aerazione adeguata e luce. Le strutture penitenziarie dell’SPLA sono simili, o in alcuni casi  peggiori. Nelle prigioni gestite dall’NSS i detenuti vengono tenuti all’interno di stanze buie per gran parte del giorno.

 

IV)        Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La costituzione transitoria prevede pene detentive per i reati di corruzione nella pubblica amministrazione. Tuttavia, questa è assai diffusa all’interno degli apparati dello stato e facilitata da un sistema di contabilità inadeguato, procedure di rendicontazione e controlli lassi, e assenza di leggi stringenti in tema di appalti.Inoltre, la stessa costituzione e il codice penale non forniscono una definizione del reato di corruzione.

 

La stessa costituzione transitoria, al fine di combattere la corruzione, stabilisce la creazione di una commissione anticorruzione (SSACC). Quest’organo, tuttavia, non ha il potere di perseguire direttamente i casi, conferito per legge al ministero della giustizia. Non risulta che la SSACC abbia sottoposto alla magistratura alcun caso di corruzione nel corso del 2013.

 

Per quanto riguarda i casi giudiziari di rilievo emersi nel paese, nel settembre 2013, un comitato di inchiesta ad hoc creato dal presidente Kiir per investigare sul trasferimento di 7,9 milioni di dollari USA verso un conto bancario keniano, ha raccomandato alla magistratura l’apertura di una inchiesta giudiziaria per appropriazione indebita nei confronti dell’ex-ministro per gli affari di governo Deng Alor Kuol.

 

Fonti governative hanno riferito che la lettera inviata dal presidente Kiir a oltre settantacinque attuali o ex ministri, membri del parlamento e uomini d’affari chiedendo loro di restituire in tutto o in parte quattro miliardi di dollari di fondi pubblici mancanti e oggi depositati presso banche keniane, non ha sortito alcun effetto, e che  non è stata intrapresa nessuna azione ulteriore.

 

Nel giugno 2013, il presidente ha anche sospeso il ministro per gli affari di governo Deng Alor Kuol e il ministro delle finanze Kosti Manibe Ngai, finché le inchieste su presunti casi di corruzione in cui questi apparivano implicati non fossero state risolte.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Le autorità hanno talvolta cercato di impedire l’esternazione di posizioni critiche verso il governo, effettuando monitoraggi, intimidazioni, vessazioni e arresti ai danni di persone che avevano criticato pubblicamente il governo. Nel luglio 2013, il presidente Kiir ha firmato un decreto presidenziale che obbligava Pa’gan Amum, il segretario generale del SPLM, a non parlare con i mezzi di comunicazione e a rimanere confinato nella capitale, fino alla conclusione di una indagine su di lui. Molti hanno visto una motivazione politica in tale gesto.

 

In tutto il Sud Sudan esistono undici riviste e quotidiani, decine di stazioni radiofoniche e due stazioni televisive. Le riviste e i quotidiani sono perlopiù  in lingua  inglese e hanno una circolazione ristretta, prevalentemente tra le élite urbane più istruite. Le radio sono i mezzi d’informazione più diffusi nel paese. Parte di queste sono controllate dal governo, mentre  altre sono gestite e finanziate da chiese, organizzazioni comunitarie, organizzazioni internazionali e imprese private. Una delle due stazioni televisive, SSTV, è di proprietà pubblica. Sebbene la costituzione transitoria sancisca la libertà di espressione e di stampa, le autorità pubbliche e personalità vicine al governo  interferiscono occasionalmente con la libertà di stampa nel paese.

 

All’inizio del novembre 2013, Michael Makuei, il ministro dell’informazione e dei programmi radiotelevisivi, ha dichiarato in una conferenza stampa che i giornalisti che non si fossero comportati bene non sarebbero stati tollerati. I mezzi di comunicazione locali hanno interpretato l’avvertimento come una minaccia contro coloro che criticano il governo. Più tardi, nel corso dello stesso mese, lo stesso ministro ha richiesto a tutti i giornalisti di registrarsi presso il ministero e di pagare una tassa di 50 dollari USA in contanti (100 per i giornalisti internazionali), e a tutti i mezzi di comunicazione di pagare una tassa pari a 1.000 dollari USA, sebbene fossero già in possesso di licenze emesse dal ministero.

 

Il 6 dicembre 2013, le forze di sicurezza hanno impedito ai giornalisti di riferire sulla conferenza stampa dell’ex- vice presidente Riek Machar sulla crisi politica e le tensioni all’interno dello SPLM. Le stazioni radiofoniche che hanno dato copertura all’evento hanno ricevuto minacce telefoniche, il giorno successivo. Sempre il giorno successivo, le forze di sicurezza hanno confiscato copie del settimanale in lingua araba, Al Misr, e del Juba Monitor.

 

In ogni caso, le autorità intimoriscono o arrestano regolarmente i giornalisti le cui attività vengano percepite come critiche verso le forze armate o il governo. Le forze di polizia vietano le fotografie nei centri urbani o concedono permessi dietro pagamento. Le forze di sicurezza confiscano o danneggiano le macchine fotografiche e gli altri equipaggiamenti dei giornalisti e limitano i loro movimenti.

 

Ad esempio, nel maggio 2013, la polizia ha fermato Michael Koma, il direttore del Juba Monitor, interrogandolo per otto ore e detenendolo per quattro giorni, in seguito a una pubblicazione critica  nei confronti del vice ministro alla sicurezza.

 

Nel giugno 2013, John Garang, un giornalista della South Sudan Television, è stato fermato e fatto oggetto di intimidazioni dai servizi segreti (NSS) per le sue attività giornalistiche, percepite come critiche verso il governo e le sue posizioni contro la corruzione e il nepotismo all’interno dell’azienda televisiva. Il giornalista è stato alla fine rilasciato.

 

Nel novembre 2013, l’NSS ha fermato e detenuto per due ore in un centro di detenzione a Juba due giornalisti del quotidiano Citizen, per un servizio critico sulla demolizione di alcuni negozi nel mercato della capitale, in quanto percepito come negativo verso il governo. Ai primi di dicembre, le forze di sicurezza hanno ricontattato telefonicamente i giornalisti chiedendo loro spiegazioni sul fatto che, nonostante fossero stati ammoniti di non farlo, avevano comunque pubblicato articoli sulle demolizioni e il loro arresto.

 

L’uccisione di Isaiah Diing Abraham Chan Awuol, un famoso blogger locale assassinato nel dicembre 2012, è rimasta impunita, anche se le indagini sarebbero ancora in corso.   Nelle settimane precedenti la sua morte, aveva riferito di avere ricevuto minacce da parte dell’NSS.