Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il Sudan è governato da oltre ventiquattro anni da un regime autoritario, guidato dal presidente Omar Hassan al-Bashir e da una ristretta cerchia di sostenitori organizzati nel partito nazionale del congresso (NCP). Nel 2010, si sono tenute le prime elezioni politiche multipartitiche, boicottate, però, da numerosi partiti dell’opposizione, e caratterizzate da limitazioni della libertà di espressione, riunione, associazione, e da intimidazioni e mancanza di trasparenza nel conteggio dei voti.  I risultati hanno riconfermato il presidente e l’NCP. Dopo la secessione del Sud Sudan, il numero di seggi in parlamento è stato ridotto da 450 a 354  e i seggi controllati dall’NCP sono passati da 323 a 316. Gli altri partiti attualmente presenti in parlamento sono il Sudan People's Liberation Movement/ala pacifista, che detiene 8 seggi, il Popular Congress Party e il Democratic Unionist Party, che ne hanno quattro ciascuno.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Il Political Parties Advisory Council, l’organo responsabile di supervisionare e registrare I partiti politici è sotto il controllo del partito di governo. Alla fine del 2013, operavano in Sudan cinquantadue partiti politici regolarmente registrati. L’Umma Party e il Democratic Unionist Party non sono registrati dalle autorità. Il governo sottopone a vessazioni alcuni leader dell’opposizione che intrattengono relazioni con governi stranieri o organizzazioni internazionali. Per contrapporsi in modo più efficace allo strapotere del partito di governo, i partiti dell’opposizione hanno creato il National Consensus Forces (NCF), una piattaforma politica, che però sembra incapace di influenzare le politiche del governo.

 

Sebbene  la libertà di riunione sia garantita per legge, nella pratica il governo limita fortemente tale diritto, in particolare continuando a negare il permesso di tenere raduni in luoghi pubblici agli ordini islamici associati ai partiti dell’opposizione, e in particolare all’Ansar e al Khatmiya (legati rispettivamente all’Umma party e al Democratic Unionist Party). Tuttavia i partiti organizzano raduni all’interno di proprietà private. Agenti della sicurezza del governo occasionalmente assistono agli incontri dell’opposizione, interrompono raduni o ne fermato i partecipanti per interrogarli.  Nel settembre 2013, le forze di sicurezza hanno impedito alla NCF di tenere una riunione in una residenza privata a Omdurman. Le forze di sicurezza sono inoltre responsabili di molestie, intimidazioni, chiusura di attività e altri ostruzionismi contro diverse organizzazioni della società civile, sostenute con finanziamenti internazionali. Ad esempio, all’inizio del 2013, le autorità hanno chiuso diversi gruppi Nuba e cristiani, arrestandone il personale, confiscandone le proprietà e sottoponendo i loro responsabili a interrogatori sui finanziamenti ricevuti. Il governo ha obbligato oltre 170 membri di organizzazioni religiose a lasciare il paese.

 

Il governo continua a arrestare i membri del Popular Congress Party, del National Umma Party, del SPLM/N e altri gruppi di opposizione. Molti  di questi sono detenuti in isolamento, senza contatti con il mondo esterno e neppure con le loro famiglie. Ad esempio, nel gennaio 2013, le forze di sicurezza hanno arrestato sei esponenti di rilievo dei partiti di opposizione, per avere partecipato a incontri con i gruppi di opposizione che avevano siglato un accordo conosciuto come New Dawn Charter. I sei arrestati sono stati detenuti in modo arbitrario, senza assistenza legale e appropriate cure mediche, per oltre dieci settimane, prima di essere rilasciati senza accuse.

 

Durante le proteste di massa di settembre e ottobre 2013, il governo ha negato il diritto di riunione a partiti e a organizzazioni della società civile a essi associati, e la polizia ha disperso le manifestazioni lanciando lacrimogeni e sparando sulla folla, causando oltre 200 morti e un numero imprecisato di feriti e arrestando 2.000 persone, tra i quali attivisti e funzionari di partiti politici, alcuni dei quali direttamente prelevati dalle loro abitazioni. Nel maggio dello stesso anno, le forze di sicurezza hanno ucciso uno studente e ferito otto altre persone all’università El Fashir, nel Darfur settentrionale.

 

GIUSTIZIA E APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

Nonostante l’impegno preso nell’aprile 2013 dal presidente al Bashir di rilasciare tutti I prigionieri politici, molti hanno continuato a rimanere in prigione senza accuse, gran parte dei quali nelle aree di conflitto.   Nel luglio 2013, le autorità hanno arrestato ventiquattro persone di etnia Nuba e studenti del Darfur per presunti legami con i gruppi ribelli. Nel settembre e agli inizi di ottobre del 2013, a Khartum le forze di sicurezza hanno represso con brutalità le proteste contro il carovita, aprendo il fuoco sui dimostranti, uccidendo oltre 200 persone e arrestando oltre 2.000 dimostranti, membri dei partiti di opposizione e giornalisti. Durante queste dimostrazioni, le autorità hanno temporaneamente posto in stato di arresto alti funzionari del Sudanese Congress Party, tra i quali il presidente, il segretario generale e il segretario politico, e chiuso gli uffici del partito per il suo supporto alle proteste.

 

In Sudan si continuano a registrare sparizioni di civili motivate da ragioni etniche o politiche, sia nelle zone di conflitto che altrove. Nel corso del 2013 e del 2014, uomini armati hanno rapito operatori umanitari della Missione delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in Darfur, UNAMID.

 

Il Sudanese People’s Liberation Movement-North (SPLM/N), che ha combattuto contro l’esercito Sudanese nelle province del Kordofan meridionale e del Nilo Blu, ha denunciato che le forze armate di Khartoum e i servizi segreti hanno sequestrato civili, membri dell’SPLM/N, durante i combattimenti. Nel maggio 2013, agenti delle forze di sicurezza sudanesi hanno rapito due leader dell’SPLM/N a El Obeid, nel Kordofan settentrionale. Mentre a Kurmuk, nel Nilo Blu, diciassette sostenitori dell’SPLM/N sono stati rapiti dalle forze di sicurezza. Anche l’SPLM è stato accusato di effettuare sequestri ai danni della popolazione civile nel paese.

 

Sebbene la costituzione a interim lo proibisca, le forze di sicurezza continuano a picchiare, torturare e molestare oppositori politici e criminali comuni in tutto il paese. Nel Darfur e nelle altre aree di conflitto, le forze governative, le milizie filogovernative, i gruppi ribelli e le fazioni tribali commettono torture e altri abusi.


Conformemente alla sharia, la legge islamica, il codice penale stabilisce punizioni fisiche, tra le quali bastonature, amputazioni, esecuzioni capitali e lapidazioni, e prevede l’esposizione pubblica dei corpi dopo l’esecuzione.  Tuttavia, a parte le bastonature, comminate generalmente solo ai produttori di alcolici, le altre punizioni non sono utilizzate frequentemente. Nello stato di Khartoum, sono rimaste in vigore le leggi sull’ordine pubblico, che proibiscono l’abbigliamento indecente, punibile con un massimo di quaranta frustate, una multa, o entrambe le cose. Le autorità applicano tali leggi più frequentemente con le donne che con gli uomini, e le applicano sia nei confronti dei mussulmani che dei non mussulmani.

Le forze di sicurezza continuano a picchiare e torturare le persone in detenzione, compresi i membri dei partiti d’opposizione, della società civile e giornalisti, spesso poi rilasciati senza accuse. Molti dimostranti arrestati alle manifestazioni del settembre e ottobre del 2013, hanno riferito di avere subito bastonature, di essere stati tenuti in prolungato isolamento, ed esposti a variazioni di temperatura e ad altri trattamenti particolarmente duri. Ad esempio durante le proteste, il 23 settembre 2013, Rania Mamoun, una giornalista freelance, è stata picchiata con brutalità, arrestata, denunciata e rilasciata il giorno successivo.

 

Nel settembre 2014 , i partiti della National Consensus Forces (NCF), hanno dichiarato di volere stabilire un dialogo con il governo solo a patto che questo porti a un genuino cambiamento nel paese, alla liberazione dei prigionieri politici e alla fine delle politiche repressive.

 

I conflitti presenti in diverse aree del paese (Darfur, Kordofan meridionale e Nilo Blu) hanno continuato a esacerbare la già grave situazione di violenza e crisi umanitaria. Oltre 500.000 persone sono sfollate dalle aree di conflitto durante il 2013 e 400.000 nella prima metà del 2014, con una forte crescita rispetto agli anni passati. La stragrande maggioranza degli sfollati dalla regione del Darfur, circa 2,5 milioni di persone, continua a rimanere in campi per rifugiati all’interno dell’omonima regione e in Chad.

 

Nel Darfur, le violenze hanno continuato ad imperversare senza freno. Ad esempio, il 17 marzo 2014, Radio Dabanga, una radio locale, riferiva di un attacco delle milizie paramilitari, avvenuto il giorno precedente, nelle aree di Hashaba, Um Sidir e Baashim, a nord est della cittadina di Kutum, nel Darfur settentrionale, nel corso del quale decine di villaggi sono stati saccheggiati e dati alle fiamme, in aree controllate da forze ribelli al governo sudanese. Durante l’attacco, i paramilitari avrebbero razziato bestiame e stuprato e rapito donne e ragazze. Oltre 30.000 persone sarebbero state costrette a fuggire verso altre località, tra le quali i paesi di Melit e Al-Fasher. La stessa stazione radio riferiva nel corso dello stesso mese di altri attacchi e razzie su vasta scala operati dalle medesime milizie, nelle zone di Melit e Al-Fasher, che avrebbero causato la fuga di migliaia di persone.

 

Le forze governative non hanno protetto i civili e in, alcuni casi, hanno addirittura partecipato ai combattimenti, soprattutto offrendo supporto aereo ai miliziani Janjawid, filo-governativi. Ad esempio, nell’aprile 2013, Ali Kosheib, un signore della guerra ricercato dal tribunale penale internazionale per crimini di guerra commessi nel Darfur centrale, ha partecipato ad attacchi su larga scala contro villaggi di etnia Salamat nel Darfur. Le forze governative, alleate con milizie locali, hanno effettuato attacchi su vasta scala nelle aree controllate dai gruppi ribelli, contro villaggi, uccidendo molti civili. Nel Febbraio 2013, le forze governative hanno attaccato Golo e Guldo, nel Jebel Mara Orientale, nel Nord Darfur, uccidendo un numero imprecisato di persone e obbligandone decine di migliaia di altre a fuggire. Sempre del Darfur, le forze governative hanno anche attaccato le cittadine di Labado e Muhajariya e molti altri villaggi, dove hanno saccheggiato e bruciato abitazioni, ucciso decine di persone e obbligato migliaia di altre alla fuga.

 

Il Sudan continua a negare l’accesso a gran parte del Darfur all’UNAMID, la cui efficacia è compromessa dalle restrizioni all’accesso alle aree in conflitto e da carenze in termini di mobilità e capacità operative di una buona parte delle truppe impiegate. Il conflitto non risparmia, comunque, la stessa UNAMID, che dal 2009 ha subito la perdita oltre 60 soldati e il ferimento di molti altri, la metà dei quali nel corso del 2013 e durante il primi dieci mesi del 2014. Le autorità sudanesi continuano a fare ben poco per punire i responsabili dei gravi crimini commessi nei conflitti tribali che flagellano il paese, inclusi quelli perpetrati dalle forze di sicurezza sudanesi contro la popolazione civile, che comprendono stupri, uccisioni, saccheggi e altre violenze.

 

Nelle regioni del Kordofan meridionale e Nel Nilo Blu, le forze armate sudanesi continuano a combattere contro le forze del Sudan Revolutionary Front (SRF), una coalizione di forze ribelli formata dal Sudan People’s Liberation Army-North (SPLA-North), il Justice and Equality Movement (JEM) e il  Sudan Liberation Movement/Army (SLM/A).

Nell’aprile 2013, i combattimenti si sono allargati al Kordofan meridionale, causando lo sfollamento di decine di migliaia di persone e la morte di numerose altre, anche a causa dei bombardamenti indiscriminati da parte dell’aviazione sudanese, che hanno causato la distruzione di infrastrutture, scuole, ospedali e abitazioni. Il governo sudanese ha negato l’accesso umanitario a decine di migliaia di rifugiati nelle aree controllate dall’SPLM/N. Nell’aprile e maggio 2014, l’esercito sudanese e le milizie alleate hanno lanciato un’offensiva in grande stile per riprendere possesso del Kordofan meridionale, mettendo sul campo oltre 45.000 uomini e intensificando ulteriormente gli attacchi aerei e le operazioni terrestri nella regione.

 

A causa dei vari conflitti interni, dal gennaio al giugno 2014, secondo l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), risultavano nel paese 400.000 nuovi sfollati. Complessivamente, sono oltre 1,8 milioni le persone sfollate internamente, mentre circa 360.000 si trovano in campi profughi in Chad, 245.000 in Sud Sudan e diverse migliaia in altri paesi.  

 

II)         Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Per quanto riguarda le procedure d’arresto seguite dalla polizia, il codice penale permette il fermo senza accuse fino a tre giorni. Il direttore dei servizi di sicurezza e intelligence nazionali (NISS) può estendere la detenzione per 30 giorni, più altri cinque giorni, con l’approvazione di un magistrato. La legge sulla sicurezza nazionale stabilisce che le persone accusate di minacciare la sicurezza nazionale possano essere detenute senza accuse per tre mesi, e che il direttore del NISS possa estendere tale periodo di altri tre mesi. Tali persone sono, però, spesso detenute dalle autorità senza accuse per un tempo illimitato.Il NISS, i servizi segreti militari e le forze armate del Sudan eseguono arresti arbitrari e detengono migliaia di persone, senza accuse, per periodi variabili da alcuni giorni a mesi.

 

La legge stabilisce che le persone arrestate debbano essere informate delle accuse contro di loro al momento dell’arresto e che i loro casi debbano essere presentati a un magistrato senza indebiti ritardi. Tuttavia, queste disposizioni sono state raramente rispettate. La legge riconosce la possibilità di ottenere la libertà temporanea su cauzione, ad eccezione dei reati punibili con la morte o l’ergastolo, e tale sistema risulta applicato dalla magistratura.

 

Per legge ogni persona può chiedere assistenza legale e deve essere informata di questo diritto, ma le forze di sicurezza spesso tengono persone in condizioni di isolamento per lunghi periodi in luoghi segreti. Nei casi più gravi, che comportano la pena di morte o pene detentive superiori a sette anni, lo stato è tenuto a fornire un avvocato d’ufficio agli imputati in stato di indigenza. Tuttavia, questa assistenza non è sempre disponibile.

 

Sebbene la costituzione a interim e le altre leggi  garantiscano l’indipendenza del potere giudiziario, questo continua a essere ampiamente sottoposto al controllo del presidente e delle forze di sicurezza, in particolare nei casi di presunti reati contro lo stato. Il potere giudiziario ha continuato a essere inefficiente e corrotto.

 

III)        Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di detenzione sono estremamente dure e tali da mettere a rischio la vita dei detenuti. I gruppi ribelli nel Darfur hanno continuano a detenere periodicamente persone in luoghi isolati, tuttavia non risultano esserci prigioni gestite da signori della guerra locali, gruppi paramilitari o gruppi ribelli.

 

Nel 2013, il ministero degli interni ha dichiarato la presenza di oltre 19.000 detenuti nelle carceri del paese, 3.500 dei quali in attesa di giudizio, rifiutandosi però di fornire ulteriori informazioni. Non sono stati resi noti nemmeno i dati sulla quantità di donne e minorenni tra la popolazione carceraria. Dalle informazioni disponibili, sembra comunque che uomini e donne siano detenuti in aree separate, così come lo sono i detenuti in attesa di giudizio da quelli già condannati.  In generale, le condizioni di detenzione sono migliori nelle carceri femminili, come ad esempio quello di Omdurman. A Khartoum, i detenuti minorenni sono tenuti separati dagli adulti, tuttavia, nel resto del paese sono tenuti insieme. Le prigioni sono sovraffollate, mentre l’aerazione e l’illuminazione al loro interno è variabile da prigione a prigione. La qualità del vitto e dei servizi idrici, igienici e sanitari è insufficiente. La maggioranza dei detenuti non ha un letto assegnato, anche se in inverno vengono normalmente fornite loro lenzuola.

 

Sebbene non esistano dati ufficiali, si hanno notizie di decessi tra la popolazione carceraria, sia nelle prigioni sia nei centri di detenzione per detenuti in attesa di giudizio, causati dalla mancanza di cure adeguate.  

 

Ai detenuti in custodia presso il NISS per ragioni di sicurezza nazionale non è permesso di avere contatti con i propri famigliari e avvocati né, nel caso di cittadini stranieri, con il proprio consolato. Si sono registrati anche maltrattamenti di alcuni prigionieri, sia politici che comuni, consistenti in percosse, detenzioni in isolamento, privazione di cibo e servizi igienici e obbligo di dormire sul pavimento freddo. I prigionieri politici sono tenuti in sezioni speciali delle prigioni.

 

IV)        Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La corruzione continua a rappresentare un problema molto grave. Le leggi del Sudan non contengono disposizioni specifiche per gli atti di corruzione nella pubblica amministrazione. I funzionari pubblici, le loro mogli e i figli sono sottoposti alla legge per il controllo del servizio finanziario, la quale istituisce un magistrato speciale anti corruzione, incaricato di investigare sui casi di corruzione nella pubblica amministrazione.  Il codice penale stabilisce punizioni per i reati di malversazione di fondi per i funzionari pubblici, che comprendono pene detentive e anche la condanna a morte, sebbene tali pene non siano mai state applicate.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Malgrado l’impegno da parte del governo a rimuovere la censura sui quotidiani, le autorità continuano a rimuovere articoli prima della messa in stampa dei giornali, sospendere le pubblicazioni di alcune testate, confiscare copie già stampate,  bloccare siti web,  sospendere, molestare, e minacciare i giornalisti per avere criticato il governo.

Il servizio informativo e di sicurezza nazionale ha bandito tre quotidiani, Rai al Saab, al War e al Tayar. Tra maggio e agosto 2013, le autorità hanno confiscato copie di al Jarida, al Midan e Akhir Iahza, a causa delle notizie da questi pubblicate sugli scontri tra il Sudan e il Sud Sudan e delle dimostrazioni di piazza contro le politiche del governo.

 

Nel settembre e ottobre 2013, le autorità hanno aumentato le restrizioni sulla stampa, per prevenire la copertura delle proteste di piazza. Funzionari del governo, rimasti sconosciuti, hanno ordinato ai direttori dei mezzi di comunicazione di non pubblicare articoli sulle proteste, hanno confiscato tre pubblicazioni (al Sudani, al Mijhar e al Syasi), chiuso temporaneamente la redazione di sei quotidiani: al Intibaha, al Qarar, al Jarida, al Meghar al Siassi e al Mashad al Aan; fermato numerosi giornalisti per sottoporli ad interrogatorio;  disturbato la ricezione dei canali televisivi internazionali e bloccato internet per un giorno.