Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Fino al 22 maggio 2014, il paese è stato governato da una coalizione guidata dal primo ministro Yingluck Shinawatra (figlia dell’ex primo ministro Thaksin) e dal suo partito, il Pheu Thai, saliti al potere nel 2011 a seguito delle elezioni legislative, considerate dagli osservatori internazionali in generale libere e corrette, ma  caratterizzate da casi di acquisto di voti, piccole irregolarità e  intimidazioni a livello locale da parte di militari e funzionari pubblici.

 

Nel corso del 2013, gravi critiche sono state però mosse al governo per la gestione di un controverso programma che garantiva agli agricoltori un prezzo minimo sulla vendita del riso. Il crollo dei prezzi del mercato di questo cereale ha provocato ingenti perdite allo stato, e il Pheu Thai è stato accusato di aver intrapreso un'ennesima politica populista al fine di acquistare voti e allo stesso tempo far arricchire intermediari legati alla famiglia Shinawatra. La situazione è stata aggravata dal fatto che, nei mesi successivi, il governo non è riuscito a trovare i fondi per pagare agli agricoltori quanto promesso.  Questa crisi ha fatto da detonatore alla tensione politica già esistente nel paese, aumentandola fino a portare i principali movimenti di protesta del paese e, in particolare, il People’s Democratic Reform Committee (PDRC) - guidato dall’ex-generale del Partito Democratico  Suthep Thaugsbhan - a chiedere le dimissioni del governo Yingluck e la creazione di un consiglio a nomina reale per riformare il sistema elettorale, minacciando in caso contrario di bloccare le elezioni generali che avrebbero dovuto tenersi a Bangkok il 2 febbraio 2014.

 

Le richieste dell’opposizione non sono state, però, soddisfatte e, il 2 febbraio 2014, in un crescendo di proteste di massa e violenze, si sono comunque tenute le elezioni generali, boicottate dal Partito Democratico. Le elezioni sono però state invalidate il mese successivo dalla corte costituzionale per non essersi svolte in tutte le circoscrizioni nel medesimo giorno. In un quadro generale di scontri politici sempre più violenti, proteste di massa e crescenti attacchi di gruppi armati separatisti nel sud del paese, Il 20 maggio 2014, il comandante supremo dell’esercito, generale Prayuth Chan Ocha, ha annunciato l’introduzione della legge marziale e il 22 maggio ha attuato un colpo di stato militare, sospeso la costituzione e licenziato il governo, arrestando centinaia di politici, attivisti per la democrazia e giornalisti.  Il 23 maggio è stata messa agli arresti e interrogata anche Yingluck Shinawatra, già rimossa dalla carica di primo ministro dalla corte costituzionale sin dal 7 maggio 2014. 

 

Molti degli individui arrestati sono stati rilasciati subito dopo essere stati ammoniti a non lasciare il paese e non opporsi al colpo di stato. I militari hanno anche ordinato la chiusura delle trasmissioni televisive e radiofoniche dei partiti, sciolto il centro di sicurezza del governo e intimato ai dimostranti di rimanere pacifici.

Il 26 maggio il re ha formalmente riconosciuto il generale Prayuth quale capo del  National Council for Peace and Order (NCPO), ossia il governo militare, ammonendo che sarebbe stata usata la forza in caso di ulteriori proteste, e dando mandato ai tribunali militari di giudicare i casi di lesa maestà e quelli relativi alla sicurezza nazionale. Intanto, centinaia di oppositori al colpo di stato hanno continuato a riunirsi quotidianamente a Bangkok per sfidare le leggi marziali, senza però causare gravi violenze.  Il 30 maggio il generale Prayuth ha dichiarato la necessità di attuare un periodo di quindi mesi di riforme e riconciliazione prima dell’indizione di nuove elezioni generali.

 

Dopo il colpo di stato, l’NCPO ha continuato a stringere le maglie del suo potere. Il 2 luglio l’NCPO ha creato cinque commissioni per monitorare le critiche sulla giunta nei mezzi di informazione nazionali e internazionali, e autorizzato azioni legali contro giornalisti e mezzi di informazione  per  “contenuti inappropriati ”. Il 15 luglio l’NCPO ha sospeso le elezioni amministrative in tutto il paese. La commissione nazionale anti-corruzione ha accusato l’ex primo ministro Yingluck Shinawatra di negligenza nell’amministrazione dello schema di sostegno ai produttori di riso, raccomandando il suo rinvio a giudizio. La costituzione a interim adottata il 22 luglio garantisce l’amnistia a tutti gli autori del colpo di stato e la sezione 44 della stessa riconosce alla  NCPO il controllo sul governo.

 

La giunta militare è stata condannata dall’Australia, dal Canada, dalla Gran Bretagna, dagli USA e dall’Unione Europea, la quale ha anche sospeso le visite sue visite ufficiali nel paese e ritardato la firma di un accordo economico e politico. Gli USA hanno sospeso le esercitazioni navali congiunte con la Tailandia.  

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Fino al colpo di stato del maggio 2014, il governo aveva rispettato la libertà di riunione e associazione salvo alcune eccezioni, rappresentate dalla legge marziale, in vigore in 31 province di confine e nelle tre province più meridionali del paese,  che conferiva all’autorità militare la possibilità di limitare il diritto di riunione. Con il colpo di stato militare, la legge marziale è stata estesa a  tutto il paese.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza

 

Nel corso del 2013 si sono registrate denunce da parte di associazioni dei diritti umani e mezzi d’informazione in merito a torture e brutalità occasionali da parte della polizia e dell’esercito ai danni di individui sospettati di avere compiuto reati, al fine di ottenere confessioni. Sempre occasionalmente, le forze di sicurezza avrebbero compiuto anche uccisioni arbitrarie e illegali contro sospetti criminali comuni. Secondo l’ufficio d’inchiesta e degli affari legali, solamente nel periodo tra l’ottobre 2012 e il luglio 2013, le forze di sicurezza sono state responsabili dell’uccisione di settantaquattro persone, durante l’arresto. I dipartimenti di polizia competenti sui luoghi dove i presunti reati sono stati compiuti hanno aperto inchieste, non rilasciando però informazioni in merito. Nel paese non risultano, comunque, sparizioni di individui motivate da ragioni politiche.

 

Tra il gennaio 2013 e il maggio 2014 si sono registrati anche numerose uccisioni in relazione al conflitto nelle regioni meridionali del paese. Inoltre, le forze di sicurezza tailandesi si sono scontrate con taglialegna illegali transfrontalieri, principalmente cambogiani, ed entrambe le parti hanno subito delle perdite. Non si sono, invece, registrati scontri tra forze di sicurezza tailandesi e cambogiane nell’area contesa, vicino al tempio Preah Vihear. Nel marzo 2013, una mina presumibilmente posata da cambogiani ha, però, causato il ferimento di tre membri delle forze di sicurezza tailandesi. Le forze armate tailandesi hanno consegnato una lettera di protesta all’esercito cambogiano con riguardo all’accaduto.

 

Nel sud del paese, abitato da popolazioni di etnia malese a maggioranza mussulmana, il conflitto ha continuato ad interessare le province più meridionali, quelle di Narathiwat, Patani, Yala e parte del Songkhla. A causa dei frequenti attentati dinamitardi e attacchi da parte dei gruppi eversivi, così come delle operazioni da parte delle forze di sicurezza, la tensione tra la popolazione malese di religione mussulmana e quella tailandese buddista è rimasta elevata.

Il decreto di emergenza in vigore nelle province meridionali sin dal 2006, attribuisce alle forze armate, alla polizia e alle autorità civili il potere di limitare le libertà fondamentali e conferisce alle forze di sicurezza un’ampia immunità per eventuali abusi.

 

Le forze di sicurezza e gli quadroni della morte filo-governativi, composti da estremisti nazionalisti, sono accusate di essere responsabili di omicidi extragiudiziali di persone sospettate di essere legate ai separatisti. Secondo l’associazione Deep South Watch, le forze di sicurezza e filogovernative sarebbero state responsabili di trenta uccisioni illegali nelle tre province meridionali del paese dal gennaio al settembre 2013.  Gli squadroni della morte sarebbero responsabili di almeno sei di queste morti.

 

Ad esempio, nel luglio  2013,  Mahdari Alì, un insegnate islamico, è stato assassinato nel distretto di Banang Sata. Fonti mussulmane hanno descritto la vittima come un importante sostenitore del Barisan Revolusi Nasional (BRN), un gruppo indipendentista armato locale.  Sempre nel luglio 2013, Abdul Rahim Torleh, un individuo sospettato di legami con i gruppi ribelli islamici, è stato ucciso a casa sua, vicino a una scuola islamica nel sotto-distretto di  Sateng Nork, nella provincia di Yala.

Nel corso dei primi sette mesi del 2014, il clima di instabilità e violenza politica nel paese ha portato ad una recrudescenza del conflitto nel sud, dove i gruppi islamici indipendentisti hanno condotto una serie crescente di attacchi armati e dinamitardi, anche con ordigni improvvisati a controllo remoto, uccidendo e ferendo decine di militari e civili.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

In generale, la legge stabilisce che la polizia possa effettuare arresti solo dietro mandato emesso dalla magistratura. Tuttavia, le forze di polizia abusano di tale norma, facilitate anche dalla tendenza della magistratura ad approvare tutti i mandati di arresto richiesti dalla polizia. La legge garantisce alle persone accusate di reato di potere ricevere assistenza legale. Tuttavia, la polizia spesso conduce i propri interrogatori senza fornire ai detenuti la possibilità di ricevere tale assistenza, soprattutto nelle regioni meridionali, dove alcuni detenuti riferiscono di non aver potuto nemmeno ricevere visite da parte dei famigliari.

 

La legge riconosce alle persone indagate il diritto di richiedere la libertà provvisoria, dietro pagamento di una cauzione, e le autorità in generale rispettano tale diritto. Tuttavia, i detenuti spesso non sono informati di questa possibilità dalla polizia, che altre volte da parere negativo sulle richieste, soprattutto nei casi relativi a questioni di droga e  alle violenze nelle tre province più meridionali del paese. In base alla legge marziale, l’esercito ha il diritto di detenere persone senza accuse per un massimo di sette giorni.

 

In condizioni normali, la legge conferisce alla polizia la facoltà di fermare persone sospette per quarantotto ore. Tuttavia, raramente questa procedura viene seguita. La detenzione senza accuse né processo può durare fino a un totale di  ottantaquattro giorni, per i reati più gravi. La detenzione in attesa di giudizio può durare uno o due anni, prima che venga ottenuto un primo verdetto e fino a sei anni complessivi, in caso di ricorso a gradi superiori. Il tempo che gli indagati passano in detenzione preventiva spesso eguaglia o supera la durata delle pene detentive che i tribunali infliggono loro.

 

Il potere giudiziario tailandese ha una tradizione di indipendenza, sebbene sia soggetto a corruzione e a influenze esterne.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni nei luoghi di detenzione, compresi i centri di riabilitazione dalla droga e i quelli per gli immigrati, sono mediocri. Nel settembre 2013, la popolazione carceraria ammontava a 273.000 detenuti, su una capienza di 203.000 posti. Circa il 15% dei detenuti era costituito da donne, e meno dell’1% da minorenni.

 

In alcune prigioni, i posti letto sono insufficienti, mentre la mancanza di cure mediche rappresenta un grave problema, poiché la diffusione delle malattie infettive è favorita dal sovraffollamento e dalla scarsa areazione. I detenuti gravemente malati sono a volte trasferiti nelle strutture ospedaliere pubbliche.

 

I detenuti in attesa di giudizio sono tenuti insieme a quelli già condannati. Nelle prigioni gestite dalla polizia, occasionalmente, uomini, donne e minorenni condividono i medesimi spazi. Anche nei centri di detenzione per immigrati, le autorità detengono donne, uomini e minorenni con più di 14 anni insieme. Ai mussulmani viene spesso fornito cibo inappropriato, e  in alcune strutture ai detenuti non è permesso fare sufficiente attività motoria. Si registrano inoltre casi di lavoro forzato e di estorsione da parte delle guardie carcerarie.

 

Talvolta si registrano tentativi cruenti di fuga. Nel maggio 2013, un detenuto è stato ucciso da una guardia e altri quattro sono stati catturati in seguito ad un tentativo di evasione dal carcere provinciale di Nakhon Si, nel corso del quale una guardia era stata presa in ostaggio e accoltellata.

 

Il governo può anche detenere individui che fanno uso di sostanze stupefacenti in appositi centri di riabilitazione obbligatoria per 120 o 180 giorni. Di questi centri, circa sessantasette in tutto il paese, cinquantasei sono ubicati in caserme militari e undici in centri civili. I centri di riabilitazione obbligatoria detengono circa 15.000 individui, considerati per legge pazienti più che criminali. Tuttavia, dopo il rilascio, le autorità non offrono ai detenuti un proseguimento del trattamento. Inoltre, le persone che gestiscono questi centri sono spesso militari privi di conoscenze mediche.

 

IV)           Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

La legge stabilisce sanzioni penali per la corruzione nella pubblica amministrazione. Le autorità, tuttavia, continuano ad applicare tali leggi in maniera incerta, favorendo un contesto di impunità in cui gli atti di corruzione si moltiplicano. La corruzione continua a rimanere molto diffusa all’interno delle forze di polizia, spesso responsabile di casi di rapimenti, molestie sessuali, torture e pestaggi. Sebbene le autorità identifichino e condannino i responsabili, non riescono a ridurre la gravità del problema.

 

Ad esempio, i mezzi di informazione riferiscono che ai posti di blocco nella provincia di Kanchanaburi, la polizia controlla gli autobus di pendolari e i furgoni diretti verso il confine con Myanmar, fermando i lavoratori birmani e chiedendo loro delle tangenti.  

 

Non mancano neppure casi gravi e inquietanti di abuso che coinvolgono le forze di polizia. Ad esempio, un proprietario di camion della provincia di Chanthaburi ha denunciato il vice sovrintendente per la soppressione dei reati nella provincia di Prachinburi,  per estorsione. Il denunciante ha dichiarato che dopo un suo camion sarebbe stato spinto in un canale e l’autista e sua moglie fatti sparire in seguito al rifiuto di pagare una tangente alla polizia.

 

La commissione anti-corruzione nazionale (NACC) sottopone alla magistratura numerosi casi di presunti reati da parte di funzionari pubblici e politici. Durante il periodo novembre 2012- ottobre 2013, il NACC ha ricevuto 2.625 casi e completato indagini su 1.999 di essi, 271 dei quali hanno richiesto ulteriori azioni, tra le quali azioni disciplinari e sottoposizione di casi, anche riguardanti personalità politiche di alto livello, alla  magistratura.

 

Il governo continua a mantenere il mandato di arresto per l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, per un caso riguardante  un prestito bancario a Myanmar del 2006. L’uomo, tuttavia, rimane latitante all’estero.

 

Nel settembre 2013, la magistratura tailandese ha condannato a dodici anni di reclusione Pracha Maleenont, l’ex vice ministro degli interni, ea dieci l’ex direttore dell’amministrazione metropolitana di Bangkok per la prevenzione di disastri pubblici,  in relazione ad un grosso appalto per l’acquisto di una flotta di autopompe risalente al 2004. Entrambi i condannati continuano a rimanere in latitanza.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Prima del colpo di stato del maggio 2014, la costituzione e le altre leggi garantivano la libertà di espressione, con alcune eccezioni, come ad esempio quelle stabilite dal decreto di emergenza per le province meridionali del paese. Fino al maggio 2014, le autorità hanno comunque monitorato i mezzi radiofonici e televisivi ed esercitato pressioni su di loro per indurli a collaborare nella disseminazione di informazioni “costruttive” e “bilanciate”.   I mezzi d’informazione (televisivi, radiofonici e online) e la società civile hanno comunque continuato a criticare il governo e i suoi rappresentati ad alto livello, e a dare spazio all’opposizione.

 

I mezzi d’informazione internazionali e indipendenti hanno potuto operare liberamente, con la sola eccezione per gli argomenti considerati una minaccia alla sicurezza nazionale o offensivi nei confronti  della monarchia. Nel periodo gennaio 2013 – maggio 2014, il governo per legge ha avuto il potere di limitare la libertà di espressione per garantire la sicurezza nazionale, mantenere l’ordine pubblico, preservare i diritti altrui, proteggere la morale pubblica, e prevenire insulti nei confronti del buddismo. La legge ha continuato a conferire anche il diritto alla polizia di confiscare pubblicazioni e altri materiali che possano disturbare la pace, interferire con la sicurezza dello stato o offendere la pubblica morale.

 

L’articolo 112 del codice penale stabilisce pene fino a quindici anni di carcere per il reato di critica, insulto o minaccia al re, alla regina, all’erede al trono o al reggente. Il reato è applicabile anche in caso di insulto ai monarchi del passato. L’articolo permette inoltre ai cittadini di sporgere denunce di lesa maestà contro altri cittadini, denunce che continuano a essere molto diffuse nel paese. Le autorità possono condurre processi in segreto e proibire che i loro contenuti vengano resi pubblici.  Nel 2013, i casi di lesa maestà denunciati sono stati una trentina, contro gli ottantaquattro del 2012, gli ottantasei del 2011 e i 478 del 2010. Le organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani e il mondo accademico continuano a esprimere timori per gli effetti di questa norma sulla libertà di espressione.

 

Enti e strutture dello stato controllano la maggior parte delle stazioni radiofoniche e televisive del paese. Le autorità e le imprese pubbliche, come ad esempio il dipartimento delle relazioni pubbliche del governo e l’organizzazione per i mezzi d’informazione di massa della Tailandia, una società per azioni a controllo pubblico, controllano 524 stazioni radiofoniche ufficialmente registrate in AM e FM, mentre le forze armate ne controllano 244. Il governo le affitta, però, a imprese private.

 

La legge regolamenta le frequenze radiofoniche e televisive e stabilisce tre categorie di licenza (servizio pubblico, servizio comunitario e commerciale). La National Broadcasting and Telecommunications Commission (NBTC) assegna le frequenze e regola le trasmissioni. Le stazioni radiofoniche sono tenute al rinnovo delle licenze di trasmissione ogni sette anni. Per legge, le stazioni radiofoniche sono tenute a trasmettere un pacchetto di notizie prodotte dal governo della lunghezza di trenta minuti al giorno e a registrarsi presso La NBTC. Parecchie migliaia di piccole stazioni radiofoniche comunitarie operano tramite un diverso sistema di licenze. 

 

Prima del maggio 2014, nel contesto della violenza politica che ha segnato il paese, si sono registrati alcuni attentati a scopo di intimidazione a uffici di quotidiani e abitazioni di giornalisti critici verso il governo del primo ministro Yingluck Shinawatra.  Alcuni giornalisti sono inoltre rimasti feriti mentre coprivano manifestazioni pubbliche e scontri di piazza. Durante le dimostrazioni di piazza, manifestanti degli opposti schieramenti hanno anche circondato diverse stazioni televisive accusate di trasmettere programmi filo governativi o di favorire l’opposizione, chiedendo di cessare le programmazioni e arrivando, in qualche caso, persino a occuparne i locali.

 

Sempre prima del colpo di stato, il decreto di emergenza in vigore nelle tre province più meridionali del paese ha continuato a conferire al governo la facoltà di censurare notizie considerate una minaccia alla sicurezza nazionale e proibire la pubblicazione e distribuzione di notizie e informazioni suscettibili di diffondere panico o distorcere informazioni.

 

Tuttavia, in generale, fino al maggio 2014 i giornalisti hanno avuto la libertà di commentare sulle attività del governo e delle sue istituzioni senza timore di ritorsioni, anche se occasionalmente hanno attuato forme di autocensura, soprattutto sulle questioni riguardanti la monarchia e la sicurezza nazionale. I mezzi d’informazione radiofonici e televisivi, anche se sono stati critici verso il governo, sono stati invece oggetto di censura.

 

Nel paese esiste anche il reato di diffamazione, punibile con una multa variabile fino a 200.000 baht (circa 6.000 dollari USA) e due anni di prigionia. Fino al maggio 2014, il tribunale penale ha emanato molte sentenze per diffamazione contro attivisti e politici. Ad esempio, nel maggio 2013, l’ufficio legale del primo ministro Yingluck Shinawatra ha intentato una causa per diffamazione contro il fumettista satirico Somchai Katanyutanant per avere diffuso tramite facebook un messaggio critico su un discorso da lei fatto in Mongolia, il 29 aprile 2013.

 

Il 22 maggio 2014, dopo il fallimento dei negoziati tra le opposte fazioni, l’esercito ha trasmesso un messaggio televisivo nel quale dichiarava di prendere il controllo del governo “per permettere al paese un rapido ritorno alla normalità”. Le reti televisive sono state costrette a trasmettere solo notizie provenienti dall’esercito e le trasmissioni delle reti straniere sono state bloccate in tutto il paese. L’emittente televisiva Thai Public Broadcasting Service (TPBS) ha cercato di trasmettere via youtube, ma è stata chiusa dalle forze di sicurezza che hanno anche proceduto all’arresto del  suo vice direttore. Tra il 20 e il 22 maggio 2013, l’esercito ha chiuso quattordici stazioni televisive e sei radio comunitarie. Numerosi giornalisti e direttori di mezzi di informazione sono stati arrestati e interrogati.

 

I commenti politici di analisti e accademici sono stati proibiti, mentre i programmi con partecipazione di commentatori non possono essere trasmessi dal vivo. Insieme alla NBTC, il Peace and Order Maintaining Command (POMC), un nuovo organo creato dai militari, ha invitato i fornitori di servizi internet a formare un gruppo con il compito di promuovere attività di censura su internet. La NBTC ha dichiarato che solo i contenuti che riguardano l’ordine pubblico e la pace sarebbero stati oggetto di censura, per evitare violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini.

 

Quattro associazioni dei mezzi d’informazione – la Thai Journalists Association, la Thai Broadcasting Journalists Association, il National Press Council of Thailand e il News Broadcasting Council of Thailand – hanno rilasciato una dichiarazione chiedendo al POMC di rivedere i suoi ordini di censura e invitando i giornalisti a essere responsabili e   attenti nelle copertura delle notizie.