Violazioni dei diritti umani

LIBERTA’ POLITICHE E ASSOCIATIVE

 

I)          Libertà di scegliere il proprio governo

 

Il presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986, è al suo quarto mandato quinquennale ottenuto grazie alla vittoria alle elezioni del 2011, che hanno anche visto il suo partito, il National Resistance Movement (NRM), conquistare tre quarti dei seggi in parlamento. Per quanto, in generale, le elezioni non siano state caratterizzate da violenze, secondo osservatori internazionali il loro svolgimento è stato viziato da numerose e gravi irregolarità. Durante la campagna elettorale, i candidate dell’NRM hanno potuto operare liberamente, tenere raduni e condurre attività politica. I principali partiti dell’opposizione hanno subito occasionali ostruzionismi da parte delle autorità, consistenti in divieti a tenere dimostrazioni pubbliche e impedimenti ai loro leader di partecipare a programmi radiofonici. Inoltre, i candidati del partito di governo hanno avuto un ampio accesso ai mezzi d’informazione pubblici, negato invece ai candidati dell’opposizione.

 

II)         Libertà di riunione e di associazione

 

Nell’agosto del 2013, il parlamento ugandese ha adottato una legge controversa sulla gestione dell’ordine pubblico che limita ulteriormente lo spazio per l’espressione del dissenso contro il governo e sulla gestione della cosa pubblica. La legge è stata emendata durante l’iter di approvazione, ma rimane vaga e si presterebbe a interpretazioni arbitrarie.

 

Le leggi del paese consentono alla polizia ampi poteri discrezionali per vietare assemblee e dimostrazioni pubbliche.  Diversi leader politici dell’opposizione subiscono vessazioni, arresti, imprigionamenti e denunce penali con l’accusa di tenere assemblee pubbliche.  Nel febbraio 2013, quindici persone, tra cui il sindaco di Kampala e il leader dell’opposizione Kizza Besigye, sono state denunciate per avere organizzato un’assemblea pubblica non autorizzata. Nel luglio 2013, un tribunale di Kampala ha formulato delle accuse contro sette politici dell’opposizione, per appartenenza e gestione di un’associazione illegale, “Activists for Change” (A4C), un gruppo di attivismo politico bandito nel 2012, con motivazioni poco chiare. Nel gennaio 2014, Kizza Besigye è stato arrestato dalla polizia per essere interrogato. Spesso la polizia impedisce al politico di uscire di casa accusandolo di tenere incontri pubblici.

 

GIUSTIZIA E OPERATO DEGLI APPARATI DI SICUREZZA

 

I)              Uccisioni arbitrarie / arresti, detenzioni sequestri e sparizioni politicamente motivati / torture e altri trattamenti degradanti perpetrati da parte degli apparati di sicurezza


Le forze di sicurezza sono responsabili di diverse uccisioni, causate in gran parte da un uso indiscriminato e poco professionale di armi da fuoco durante operazioni armate in vari distretti, tra i quali Kampala, Mayuge, Mukono, Bushenyi, Nakapiripit, Kamuli e Jinja. Le autorità di solito non processano né puniscono i responsabili. Nel luglio 2013, Michael Musitwa, un funzionario di polizia, è stato arrestato per avere ucciso Samuel Mutebi all’interno della stazione di polizia di Kitoro, a Entebbe. Secondo la ricostruzione dei fatti, l’uomo si era recato alla stazione di polizia per denunciare una rapina, ma durante la denuncia avrebbe tentato di afferrare la pistola del funzionario, che lo avrebbe colpito a morte. Il Directorate for Public Prosecution (DPP) ha stabilito che il funzionario aveva agito per auto-difesa.  Anche diversi altri omicidi compiuti dalle forze di sicurezza negli anni passati, avvenuti in circostanze controverse, sono rimasti impuniti. Ad esempio, non è stata condotta nessuna seria indagine su almeno quarantanove omicidi avvenuti tra il 2009 e il 2011 da parte di una unità della polizia, in seguito soppressa. In un paio di casi la Commissione per i diritti umani dell’Uganda ha ordinato degli indennizzi per le famiglie delle vittime, ma non risulta  che questi siano mai stati pagati. Non vengono investigati nemmeno i casi di tortura e morte di persone detenute dalla  task force congiunta anti terrorismo (JATT). 

 

Sebbene le leggi del paese stabiliscano pene severe per i casi di tortura, come negli anni passati, continuano essere denunciati numerosi presunti casi di tortura commessi dalle forze di sicurezza, principalmente da polizia ed esercito, ma talvolta anche dalle unità d’investigazione speciale.

 

Nel contesto della lotta al terrorismo, il governo ugandese continua ad attuare attività di contrasto contro i ribelli dell’Allied Democratic Forces (ADF), un gruppo armato jihadista ugandese con base nella Repubblica  Democratica del Congo (RDC), effettuando decine di arresti illegali di presunti attivisti e detenendoli in luoghi segreti anche per alcuni mesi.

 

II)            Arresti e detenzioni arbitrarie, funzionamento dell’apparato giudiziario

 

Per legge, gli arresti possono essere effettuati solo dietro mandato emesso dalla magistratura, eccezion fatta per i casi di flagranza di reato. Tuttavia, le forze di sicurezza spesso non rispettano queste disposizioni e procedono all’arresto di individui sospetti senza mandato. I sospetti devono essere denunciati formalmente entro quarantotto ore dal momento dell’arresto, ma anche questa disposizione spesso non viene osservata.

 

Per i sospettati di attività terroristica, le autorità hanno l’obbligo di processarli entro sei mesi (periodo esteso a un anno le accuse comportano la pena capitale) o provvedere al loro rilascio temporaneo. Se il loro caso è portato in tribunale nei tempi corretti, non c’è limite alla loro carcerazione preventiva. I giudici di solito stabiliscono la loro libertà provvisoria, stabilendo però spesso pesanti condizioni.

 

Sebbene le leggi del paese stabiliscano che i detenuti abbiano la possibilità di essere difesi da un avvocato, le autorità spesso negano a molti di loro tale possibilità. Lo stato, in teoria, è tenuto a fornire assistenza legale agli individui accusati di reati che comportano la pena capitale, ma nella pratica questo accade raramente. Anche le detenzioni in isolamento e gli abusi continuano a rimanere un problema, particolarmente per i detenuti imprigionati in strutture militari o prigioni informali, da parte dei servizi segreti e della task force congiunta anti terrorismo.

 

III)           Condizioni di vita della popolazione carceraria

 

Le condizioni di detenzione sono pessime e, in alcuni casi, tali da mettere a rischio la vita dei detenuti, costretti a vivere in condizioni di grave sovraffollamento ed esposti a torture e maltrattamenti. Nel novembre 2013, a fronte di una capacità di 15.000 posti, le prigioni del paese ospitavano 37.936 prigionieri, comprese 1.592 donne. I prigionieri reclusi nelle strutture di Kampala hanno accesso a cure mediche, acqua potabile e servizi igienici, aerazione e illuminazione adeguati. Tuttavia, le carceri nel resto del paese sono carenti di cibo, servizi medici e letti, e sono caratterizzate da condizioni igieniche carenti.

 

Sebbene le donne vengano solitamente separate dagli uomini, in alcune prigioni locali questo non sempre accade, a causa della mancanza di spazi. Le autorità non hanno le risorse per alloggiare separatamente le donne incinte o con bambini in allattamento. Il sovraffollamento è risultato particolarmente grave nei centri di detenzione per minorenni e, per alleviare questo problema, le autorità continuano a tenere detenuti minorenni insieme agli adulti. A Kampala, i detenuti già condannati sono tenuti separati da quelli già condannati, ma fuori dalla capitale questo non accade.

 

Solo nel periodo tra gennaio e novembre 2013, sono stati registrati 148 decessi di detenuti a causa di malnutrizione, scarsa igiene, malattie, lavoro eccessivo e carenza di cure mediche.

 

Le autorità permettono ad associazioni umanitarie, di difesa dei diritti umani e ai diplomatici di condurre ispezioni nelle prigioni del paese.  Tuttavia, le informazioni sulle prigioni gestite dai servizi segreti sono  molto limitate.

 

IV)            Lotta alla corruzione nel settore pubblico

 

Nonostante le continue assicurazioni del presidente Museveni sul fatto che la corruzione verrà sradicata  dal paese, tangenti, nepotismo, abuso di potere nell’uso delle risorse sono diffusi a tutti i livelli della pubblica amministrazione.  Sebbene negli ultimi anni siano ripetutamente emersi grossi scandali, nessun pubblico funzionario di alto livello ne ha pagato le conseguenze. Questi scandali hanno colpito particolarmente il settore sanitario, soprattutto con riferimento agli sprechi nella gestione delle forniture di  medicine per combattere l’Aids/HIV, la tubercolosi e la malaria.

 

Nel 2012, nell’ufficio del primo ministro è emersa una frode di 12,7 milioni di dollari di aiuti esteri, finalizzati al recupero delle aree settentrionali del paese colpite dalla guerra. La frode ha costretto i finanziatori internazionali (i governi di Danimarca, Irlanda, Norvegia, Svezia e Gran Bretagna) a ritirare il proprio sostegno. I donatori, che finanziano circa il 25% del bilancio dello stato ugandese, chiedono adesso il rimborso degli aiuti forniti. Il principale contabile nell’ufficio del primo ministro è stato condannato per abuso d’ufficio e falsificazione, ma altri funzionari di governo implicati nello scandalo non sono mai stati denunciati.

 

La polizia cerca di mettere a tacere e ostacolare gli attivisti che denunciano la corruzione e lavorano per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica, arrestando e denunciando decine di attivisti.

 

LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

 

Il governo continua a essere ostile ai mezzi di comunicazioni critici nei suoi confronti. Il 7 maggio 2013, il Daily Monitor, uno dei quotidiani più diffusi del paese, ha pubblicato un articolo che rivelava l’esistenza di una presunta cospirazione per eliminare membri di alto livello del governo che non sostenevano i piani del presidente Museveni di farsi sostituire dal figlio, una volta ritiratosi dalla vita politica. Il 20 maggio, oltre cinquanta poliziotti hanno posto i sigilli sui locali del quotidiano, dopo che questo aveva pubblicato una lettera presumibilmente scritta dal capo dei servizi segreti. La commissione per le telecomunicazioni ha costretto due stazioni radio presenti nello stesso edificio a cessare le trasmissioni. Lo stesso giorno, la polizia ha chiuso anche il popolare quotidiano Red Pepper, con motivazioni simili. Tre giorni dopo, il tribunale ha revocato l’ordine di perquisizione, ma la polizia non ha rispettato gli ordini e ha aumentato la presenza intorno agli edifici. Dieci persone, tra cui due giornalisti, che protestavano contro la chiusura dei locali, sono state percosse e arrestate dalla polizia. Prima di essere rilasciato, il gruppo è stato denunciato per incitamento alla violenza. I quotidiani e le radio sono state riaperte dieci giorni dopo, quando il ministero degli interni ha ordinato alla polizia di sgomberare gli edifici.