Rischio espropri e protezione degli investimenti

Un tempo florido, il paese sta attraversando oggi una grave crisi umanitaria, politica ed economica. Contrariamente alla gran parte dei paesi africani, in constante crescita economica, dal 1999 al 2009 lo Zimbabwe ha attraversato un difficile periodo di forte recessione, con una ripresa avvenuta solo negli ultimi anni. Il paese è stato anche colpito dal fenomeno dell’iperinflazione, iniziata dopo la distruzione della capacità produttiva del paese, in seguito alla guerra civile e a un brutale programma di confisca delle terre agricole possedute dalla popolazione di origine europea, avvenuta a partire dal 2000.

La gran parte di questa terra è finita nelle mani di membri dello ZANU-PF, il partito del presidente Mugabe e di ufficiali dell’esercito a lui fedeli. Nessun indennizzo è stato pagato ai legittimi proprietari.


Nel 2008, lo ZANU-PF ha fatto approvare dal parlamento nazionale anche l’Indigenisation and Economic Empowerment Act, una legge che conferisce ai cittadini dello Zimbabwe il diritto di acquisire la maggioranza azionaria di molte imprese a controllo straniero del paese*.   L’ 8 novembre 2008, l’inflazione ha raggiunto il picco di 89,7 miliardi di miliardi percentuali, e nel marzo 2009 il paese è stato costretto ad abbandonare la propria moneta e ad adottare il rand sudafricano e il dollaro statunitense come valute di riferimento per gli scambi. Al settembre 2014, il governo non aveva ancora reintrodotto una propria valuta.


Nel marzo 2011, il parlamento ha approvato un’ulteriore legge  (General Notice 114/2011), specifica per le imprese operanti nel settore minerario, che fa obbligo alle imprese o ai cittadini stranieri di cedere il cinquantuno percento dei propri patrimoni produttivi a entità dello Zimbabwe.

Inoltre il governo vorrebbe procedere alla modifica del Precious Stones Trade Act per acquisire il 100 percento della proprietà delle miniere di diamanti nel paese, separare le attività di estrazione da quelle di marketing e promuovere attività a maggior valore aggiunto, proibendo l’esportazione dal paese di diamanti grezzi. 


Oltre che per i programmi di “indigenizzazione” delle attività economiche, gli investimenti esteri del paese sono da ritenersi a rischio anche per la forte influenza esercitata dal governo sul potere giudiziario, che riduce la possibilità da parte degli investitori stranieri di ottenere equi processi, in eventuali cause legali contro lo stato. Oltre a questo, occorre dire che storicamente, anche quando le sentenze sono state a loro avverse, il governo e lo ZANU-PF le hanno semplicemente ignorate e non applicate. Inoltre, alti esponenti politici hanno più volte ripetuto pubblicamente che le sentenze dei tribunali non sono riconosciute se considerate politicamente inaccettabili dallo ZANU-PF o dal presidente Robert  Mugabe. Nelle cause meno politicizzate, l’amministrazione della giustizia risulta più imparziale. 


Lo Zimbabwe è  membro dell’International Center for the Settlement of Investment Disputes (ICSID) ,ha ratificato la Convention on the Recognition and Enforcement of Foreign Arbitral Awards (CREFAA) ed è membro della Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA).


Fino alla fine del 2008, le politiche sui tassi di cambio hanno reso estremamente difficile per le imprese ottenere valuta straniera. Questo non solo ha portato il paese al collasso economico, causando penuria di carburante, energia elettrica e altri beni di importazione essenziali per il paese, ma ha anche provocato l’insolvenza del settore privato e di quello pubblico e un drastico declino della produzione agricola e industriale, compreso il settore minerario. Nel 2009, il governo ha rimosso i controlli sul tasso di cambio e smesso di stampare moneta, ritirando dalla circolazione legale il dollaro dello Zimbabwe, la valuta nazionale. Da questo momento le valute straniere, principalmente il dollaro USA e il rand sudafricano, sono state utilizzate come moneta corrente in tutte le transazioni.

Lo Zimbabwe ha rinegoziato i pagamenti per il suo stock di debito estero con gli organismi multilaterali. Tuttavia, il governo non ha restituito i fondi sottratti prima della dollarizzazione dell’economia, nel 2009. Coerentemente con quanto richiesto dalla  Southern African Development Community (SADC) e dal Fondo Monetario Internazionale, il governo dello Zimbabwe ha modificato il Foreign Exchange Control Act, la legge che regolava la conversione delle valute e i trasferimenti valutari prima del ritiro della valuta locale. Con queste modifiche, gli esportatori adesso possono disporre del 100 percento dei pagamenti ricevuti in valuta straniera in loro favore e la maggior parte delle transazioni in contro corrente sono state liberalizzate.

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*L’Indigenization Act è una legge che stabilisce che la popolazione “indigena zimbabweana" possieda almeno il cinquantuno percento di tutte le imprese operanti nel paese. Nel marzo 2010, il governo ha emanato alcuni regolamenti per l’implementazione della legge, che però hanno contribuito ad alimentare l’incertezza da parte della comunità imprenditoriale straniera nel paese e a scoraggiare gli investimenti.  Il governo ha quindi deciso di rivedere i regolamenti, istituendo comitati incaricati di proporre soglie di proprietà settoriali. Il ministro per l’indigenizzazione ha però in seguito rigettato la maggior parte delle proposte avanzate dai comitati, insistendo sulla soglia del cinquantuno percento in tutti i settori.  Altri membri del invece  hanno governo insistito che le decisioni del ministro per l’indigenizzazione devono essere prese d’accordo con i ministri competenti per ciascun settore economico.


L’implementazione della legge è stata lenta poiché le risorse economiche necessarie non sono immediatamente disponibili. Per migliorare la situazione degli investimenti esteri nel paese, il governo ha proposto di esentare temporaneamente i nuovi investimenti esteri dalla legge sull’indigenizzazione.  In ogni caso, il governo dello Zimbabwe riserva numerosi settori economici agli investitori locali. Secondo le leggi vigenti nel paese, le imprese straniere che desiderano operare in questi settori possono farlo solo entrando in accordi di joint-venture con partner locali e, in ogni caso, non possono detenere più del trentacinque percento del pacchetto azionario.