Come proteggere i propri investimenti esteri dai rischi di esproprio arbitrario e dai mancati pagamenti da parte dei governi stranieri

Se le nazionalizzazioni, espropriazioni e contenziosi tra imprese internazionali e governi continuano da sempre a rappresentare uno spettro minaccioso sulla comunità imprenditoriale globale, a partire dalla fine degli anni ’90, i contenziosi tra stati e investitori stranieri sono andati aumentando drasticamente.

 

Ad esempio, se tra il 1966 e il 1997 erano stati sottoposti all’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID) solo venti processi di arbitrato, il numero dei casi gestiti dal centro dal 1998 a oggi è salito a oltre 656, dei quali 237 risultano in corso.

 

I settori più colpiti sono quelli estrattivo e della fornitura di servizi pubblici, energia elettrica, gas, acqua, di telefonia, ma non mancano esempi in settori diversi, come ad esempio quello alberghiero, immobiliare e della grande distribuzione.

 

Negli ultimi anni, il tema degli espropri è divenuto di grande attualità in molti paesi, come ad esempio Bolivia, Ecuador, Indonesia, Venezuela e Sudafrica, per citarne alcuni ed è spesso collegato a quello dell’accesso da parte delle comunità locali ai benefici derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali.

 

Il 10 gennaio 2015, ad esempio, il presidente sudafricano Zuma ha dichiarato durante un comizio per festeggiare il 103° anniversario dell’Africa National Congress che, nel corso dell’anno, il governo sudafricano inizierà a espropriare terre allo scopo di redistribuirle ai settori più svantaggiati della popolazione.

 

Ma cosa può fare un’azienda per tutelarsi da questi eventi? Le strategie possono essere molteplici. Innanzitutto è fondamentale strutturare gli investimenti strategicamente, in modo da minimizzare i rischi in caso di azioni di questo tipo.

 

E’ anche importante capire l’atteggiamento del paese e, in particolare, del suo governo, verso gli investimenti esteri, e verificarne la stabilità politica e la capacità delle istituzioni giuridiche nel tutelare i diritti degli investitori esteri. Occorre dire, inoltre, che alcuni settori dell’economia, come ad esempio le telecomunicazioni, sono spesso visti dai governi come mezzi per realizzare elevati profitti con bassi investimenti.

 

La politica di un governo verso gli investimenti esteri può essere favorevole al momento dell’investimento, ma i governi cambiano, e le loro politiche anche. E le espropriazioni sono, spesso, un terreno di azione politica dei paesi emergenti.

 

Uno strumento di tutela sono i trattati bilaterali sugli investimenti. Esistono oggi oltre 2000 trattati di questo tipo nel mondo, che dovrebbero garantire gli investimenti diretti esteri dai rischi di espropri arbitrati e discriminatori. L’Italia ha firmato accordi bilaterali con diversi paesi (73) e potrà godere, in futuro, anche di quelli che saranno negoziati dall’Unione Europea per conto dei paesi membri. Molti paesi non sono però coperti da tali accordi. Un modo per aggirare questo limite può essere quello di effettuare gli investimenti facendo sponda su paesi che hanno trattati bilaterali con il paese in questione. Il Regno Unito, ad esempio, ne ha oltre 124, mentre i Paesi Bassi oltre cento.  Tuttavia, la pratica dimostra che anche la presenza di questi accordi non elimina completamente i rischi di esproprio.

 

In caso di espropri arbitrari, o misure equivalenti (come ad esempio, la revoca di una concessione mineraria o per la fornitura di servizi di telefonia, o l’introduzione di una nuova disciplina fiscale che impedisce il rimpatrio degli utili o dei capitali investiti, o l’adozione di altre misure che impediscono il proseguimento delle attività d’impresa) e discriminatorie da parte di un governo, un imprenditore straniero può rivolgersi ad un tribunale arbitrale internazionale, se il paese in cui opera ha siglato appositi accordi bilaterali o multilaterali per la protezione degli investimenti o per le procedure di arbitrato, come nel caso dei paesi membri dell’ICSID. L’azienda sarà in ogni caso responsabile di provare l’illegalità degli atti di esproprio o delle misure ad esso equivalenti e di dimostrare di avere subito danni quantificabili come conseguenza.  

 

In alcuni casi, la possibilità di rivolgersi a tribunali di arbitrato internazionali può essere rallentata dall’obbligo di esperire meccanismi giudiziali interni per un certo periodo di tempo. Alcuni paesi, come ad esempio l’Argentina, sono inoltre conosciuti per contestare sistematicamente ogni dettaglio durante i procedimenti arbitrali internazionali.

 

In ogni caso, le vie legali e dell’arbitrato sono da considerarsi solo come extrema ratio, soprattutto quelli internazionali, i cui costi possono aggirarsi anche intorno al milione di euro. I processi possono durare diversi anni e le possibilità di ottenere indennizzi può essere inficiata dalla carenza delle autorità locali nell’applicazione delle sentenze o da ritardi. Inoltre, spesso, le imprese che aprono contenziosi legali con i governi sono  fatte oggetto di pubblicità negativa da parte dei mezzi di comunicazione locali, il  che può comprometterne gravemente l’immagine. Infine, se l’impresa perde la causa, dovrà rimborsare le spese legali sostenute da quest’ultimo. 

 

Qual è allora, almeno in linea teorica e generale, la migliore strategia da adottare? Quando emergono problemi con un governo, se possibile, almeno inizialmente, è sempre consigliabile evitare qualsiasi ricorso a procedimenti arbitrali o giudiziari e cercare un negoziato per trovare un accordo soddisfacente.

 

La strategia migliore rimane comunque sempre quella di valutare i rischi potenziali a monte, già nella fase di progettazione degli investimenti esteri. In questo processo, risulta fondamentale considerare lo storico del governo del paese, per capire quanti contenziosi e di che tipo sono sorti  in passato con investitori stranieri, come sono stati gestiti e con quali risultati.  

 

Una regola fondamentale per minimizzare i rischi delle imprese che investono all’estero consiste nell’evitare di impegnarsi finanziariamente in modo

eccessivo in un paese, facendo investimenti commisurati alle aspettative e ai ritorni attesi, il più possibile “leggeri e flessibili”, magari appoggiandosi su imprese e servizi locali, che hanno il vantaggio di conoscere meglio il contesto. Ovviamente, quando tutto questo è possibile.

 

In ogni caso, come detto in precedenza, è bene che gli investimenti vengano strutturati in modo da potersi giovare della massima possibile protezione offerta dai trattati per gli investimenti internazionali, che permettano di chiedere eventuali indennizzi e stabiliscano meccanismi di arbitrato indipendenti.

 

Può essere importante infine, stipulare un’assicurazione contro i rischi politici. Queste proteggono da eventuali danni causati da rotture dei contratti, espropri arbitrari, violenza politica, fluttuazioni valutarie dovute a situazioni di disordine e instabilità politica, ecc. Tra le società che in Italia offrono alle imprese tali prodotti vi è la SACE, ma esistono simili istituzioni in diversi paesi. A livello internazionale, un fornitore di servizi assicurativi per i rischi politici simile alla SACE è la  Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA), un’agenzia della Banca Mondiale. Grazie al sostegno della Banca Mondiale, la MIGA è in grado di esercitare una forma di pressione sugli stati membri affinché rispettino gli investimenti esteri e  di agire come intermediario nella soluzione delle controversie tra stati e investitori. Insomma, la strategia migliore risulta sempre quella di sperare per il meglio ma essere sempre pronti al peggio.