Investire in Argentina: una strada senza ritorno?

Con i suoi 42 milioni di consumatori, una grande quantità di risorse naturali, una industria moderna e diversificata, infrastrutture sviluppate e una popolazione con un considerevole reddito medio pro capite e un alto livello medio di istruzione, a prima vista, l'Argentina potrebbe apparire un paese ideale per attrarre investimenti esteri.

 

Ma le cose, a volte, non sono quello che sembrano. O, almeno, non completamente. E l'Argentina non fa eccezioni. Un primo ostacolo agli investimenti esteri in Argentina è costituito dal tasso di cambio, sotto rigido controllo governativo e, attualmente, fissato a un livello pari a circa il 66% di quello reale (il cambio“di strada” o Blue). Questo significa che qualunque capitale che entra nel paese e viene convertito in valuta locale al tasso ufficiale, subisce de facto un prelievo pari ad un terzo del suo valore.

 

Questo fattore, di per sé già fortemente penalizzante, è inoltre aggravato anche dalle difficoltà a riconvertire la valuta locale in valuta estera, una volta realizzati eventuali utili. A causa di queste difficoltà, molte imprese straniere sono infatti obbligate a rinvestire localmente gli utili realizzati nel paese.

 

Ma non è tutto, una volta entrati nel paese con i loro capitali, gli investitori stranieri sono obbligati a operare con valuta locale, esponendosi così a un'inflazione reale pari a circa il 25% (quella ufficiale è intorno al 10-11%).

 

Inoltre, gli investitori esteri sono anche obbligati ad acquistare i propri input produttivi perlopiù localmente o a farseli arrivare tramite importatori locali. L'economia Argentina è infatti una delle più chiuse e meno integrate del Sudamerica, e le importazioni di merci e servizi dall'estero possono rivelarsi difficili, mentrele forniture da partner locali possono risultare costose o inadeguate.

 

Dal 2008, il governo di Cristina Kirchner ha imposto una serie di pesanti restrizioni non tariffarie alle importazioni che, per quanto contestate dagli USA, dal Giappone e dall'Unione Europea e condannate dall'OMC, continuano a rimanere in vigore e a limitare fortemente le importazioni nel paese.

 

Stretta da una politica semi-autarchica, l'economia del paesecontinua per lo più ad essere dominata, in molti settori chiave, da pochi grandi gruppi industriali che operano in regime oligopolististico. Ne sono un esempio emblematico nel settore alimentare le imprese Sancor e La Serenissima, le quali esercitano un duopolio quasi perfetto nel mercato lattiero-caseario locale.

 

La presenza di oligopoli e pratiche anti-concorrenziali fa sì che chiunque intenda operare nel paese trovi un ambiente poco competitivo e caratterizzato da una scarsa possibilità di scelta e prezzi molto elevati.

 

Inoltre, negli ultimi anni, il governo Kirchner si è reso protagonista di diversi controversi casi di esproprio di attività imprenditoriali, cosa che ha aumentato i timori della comunità imprenditoriale internazionale.

 

Recentemente, dopo la ri-nazionalizzazione del settore energetico, di fronte all'inesorabile esaurimento degli attuali giacimenti petroliferi tradizionali, il governo sta cercando di attrarre gli investimenti necessari per valorizzare i giacimenti di idrocarburi “non convenzionali” della Patagonia. A questo scopo, ha varato nuove leggi finalizzate ad attrarre nuovi investimenti esteri nel settore energetico, che dovrebbero creare incentivi e condizioni più favorevoli per le imprese petrolifere. Tuttavia, queste misure, la cui efficacia è ancora comunque tutta da valutare, rimangono, almeno per ora, limitate allo sfruttamento delle risorse energetiche della sola regione patagonica.