India: la prossima Cina?

Con un sistema politico stabile e democratico, un notevole mercato interno, in forte crescita, bassi costi della manodopera, e un'ampia parte della popolazione in grado di capire e parlare la lingua inglese, l'India sta divenendo un luogo sempre più invitante per gli investitori esteri.

 

Politiche favorevoli agli investimenti esteri, negli ultimi anni, hanno aiutato l'economia indiana a crescere a tassi elevati, permettendogli oggi di presentarsi al settimo posto mondiale per ampiezza del PIL a prezzi di mercato, davanti proprio all'Italia, all'ottavo. Un risultato notevole, se si pensa che solo una dozzina di anni fa il suo PIL non raggiungeva la metà di quello italiano.

 

Tuttavia, sebbene nel terzo trimestre del 2017 il PIL Indiano sia cresciuta del 6,3% (contro il 6,8% della Cina), il paese fatica a dimostrare di poter essere “la prossima Cina” e il suo mercato rimane ancora molto piccolo rispetto alla popolazione complessiva. La presenza di corruzione, conflitti, limitazioni agli investimenti esteri, processi di approvazione lunghi e complessi, grandi oligopoli e politiche pubbliche finalizzate a favorire le industrie locali, costituiscono un forte disincentivo per gli investitori esteri.

 

Inoltre, essendo l'India un paese estremamente vasto e culturalmente variegato, costituito da ben 28 stati e 7 territori, i processi politici sono estremamente decentralizzati e esistono notevoli differenze legislative, fiscali e normative tra stato e stato. L'apparato giudiziario del paese, in più, è considerato lento e inefficiente e sebbene esistano leggi sui diritti d'autore, la loro applicazione rimane debole e la pirateria diffusa.

 

Nonostante questi ostacoli, diverse imprese straniere sono riuscite a stabilirsi nel paese e a trovare il modo di realizzare utili, pianificando le proprie attività con orizzonti temporali di lungo periodo e adottando strategie diversificate di penetrazione, adattandosi alla complessità e diversità culturale delle diverse regioni.

 

I processi di approvazione per gli investimenti esteri variano da settore a settore, così come le restrizioni. Esistono due canali di entrata per gli investimenti esteri nel paese, “l'automatico” e quello “governativo”. La differenza tra i due consiste nel fatto che il primo non richiede, almeno in linea teorica, una approvazione generale da parte delle autorità statali centrali. Il nome “automatico” non deve però confondere e far pensare a un canale libero di accesso, poiché in realtà richiede anch'esso una interazione con le articolazioni dello stato a livello locale.

 

Tutti i nuovi investimenti che non rientrano nel percorso automatico, inoltre, devono essere sottoposti ad approvazioni tecniche da parte delle autorità centrali competenti, che operano seguendo le linee guida del Foreign Investment Promotion Board, oltre che delle autorità locali.

 

I limiti agli investimenti esteri variano da settore a settore. Limiti variabili alla proprietà azionaria/controllo societario sono imposti in alcuni settori considerati strategici, quali: la gran parte dei servizi radio-televisivi; quotidiani e periodici; commercio al dettaglio di prodotti multi-marca; servizi bancari; mertcato mobiliare, azionario o delle commodities; industrie strategiche e per la difesa; servizi assicurativi; agenzie di sicurezza private. Nella maggior parte di questi settori, inoltre, si richiedono approvazioni da parte del governo centrale. Qui di seguito è possibile trovare la lista dei ministeri competenti per settore: http://www.makeinindia.com/documents/10281/0/Consolidated+FDI+Policy+2017.pdf

 

Se nella gran parte dei settori, alle imprese straniere private è permesso di stabilirsi e intraprendere attività, nel settore manifatturiero il governo continua a riservare  alcuni sotto-settori alle piccole imprese nazionali. A partire dal 1997, tuttavia, il numero di sotto-settori merceologici sottoposti a protezione è andato diminuendo e, nel 2010, non risultavano essercene più di una ventina.

 

Il cambio e le rimesse all'estero da parte degli investitori stranieri sono invece soggetti a vincoli non eccessivamente stringenti. Negli ultimi anni, le autorità indiane hanno ridotto le restrizioni sui cambi e i controlli sui trasferimenti, sia per le persone fisiche che per le imprese, sebbene continuino ad esistere vincoli da parte della Banca Centrale dell'India per il trasferimento all'estero di fondi da parte degli investitori stranieri in particolari settori, come ad esempio periodi di blocco nel settore delle costruzioni, nei progetti di sviluppo e nella difesa.   

 

Agli investitori istituzionali esteri (ossia alle imprese straniere che investono nel mercato finanziario locale) è invece permesso il rimpatrio di capitali, guadagni di capitale, dividendi, interessi sugli utili e qualsiasi compensazione derivante dalla vendita di dritti, al netto delle tasse, senza previa approvazione della Banca Centrale.

 

Da un punto di vista fiscale, investire in India può essere estremamente conveniente. Il governo indiano garantisce, infatti,10 anni di esenzione fiscale per alcune tipologie di start up. Inoltre, molti stati concedono incentivi fiscali utilizzando il sistema di tassazione locale.

 

 

Inoltre, negli anni, il governo indiano ha costituito anche numerose zone per il commercio estero per promuovere l'industria orientata all'esportazione. Tra queste vi sono le cosiddette Zone Economiche Speciali (SEZ), le zone industriali di esportazione (EPZ), i parchi per la tecnologia software (STP) e le Unità di esportazione (EOU) e, più recentemente, le zone manifatturiere industriali nazionali. Tutte queste zone sono gestite secondo regole distinte da quelle vigenti nel resto del paese e conferiscono alle imprese agevolazioni specifiche.